Russia, facciamo un punto sull'economia: ricerca e settore industriale faticano a crescere, bene l'industria bellica

di 27.12.2016 9:03 CET
Parata militare a Mosca
Carri armati T-14 sfilano nel giorno della vittoria a Piazza Rossa, a Mosca REUTERS/Sergei Karpukhin

Nonostante i tentativi effettuati nel corso degli ultimi 25 anni, la Russia rimane un Paese con un apparato industriale in via di sviluppo. Retaggio dell’Unione Sovietica, il sistema industriale è obsoleto e poco strutturato ed il sistema economico retto da oligopoli che lasciano poco spazio alla piccola e media impresa.

Costretta ad importare quasi tutto, non dispone di tecnologia evoluta per rendere le proprie industrie competitive. Eppure la Russia è uno dei Paesi con la più alta percentuale di laureati ed un tasso di alfabetizzazione tra i più elevati, molti ragazzi hanno spesso più di una laurea ed alcune facoltà hanno un’ottima reputazione; nonostante ciò la ricerca tecnologica rimane quasi sempre fine a se stessa e con pochissime possibilità di applicazione pratica.

In un quarto di secolo la Russia è passata dal socialismo reale ad un capitalismo quasi sfrenato. Un sistema in cui non ci sono imprenditori, ma uomini d'affari con una visione strategica temporalmente molto ristretta e che ricercano la massimizzazione dei profitti quasi immediata.

L’innovazione, lo sviluppo tecnologico, la ricerca vengono demandati quasi esclusivamente allo Stato: è finanziato per lo più con soldi pubblici (e di qualche oligarca), il centro di innovazione tecnologica di Skolkovo, nella periferia di Mosca. Chiamato con una certa enfasi la Silicon Valley russa, rappresenta, nonostante le difficoltà ed i limiti, l’unico futuro possibile per la Russia: investimenti in tecnologia, ricerca, innovazione sono gli unici parametri che politica e capitale dovrebbero avere come stella polare, per evitare che dopo l’era post-sovietica, la Russia si impantani anche nell’era post-petrolio.

Esiste quindi in Russia un gap quasi incolmabile tra ricerca ed industria, due strade parallele senza alcun contatto. C’è tuttavia un settore in cui le strade si avvicinano e si toccano per divenire una sola, in cui innovazione ed applicazioni pratiche vanno di pari passo: è il settore degli armamenti, dove la ricerca pura diviene applicata e lo sviluppo tecnologico asset competitivo per l’export russo da spendere sul mercato.

Secondo un’analisi condotta nel 2014 dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) sulle prime cento società del settore bellico (esclusa la Cina), la Federazione Russa è seconda per numero di aziende (19), preceduta solo dagli Stati Uniti (46) e seguita a notevole distanza da Gran Bretagna (9), Francia e Corea del Sud (5), Italia ed Israele (4).

Le aziende russe, quasi del tutto controllate dallo Stato, fatturano nel totale più di 55 miliardi di dollari ed impiegano più di mezzo milione tra operai ed impiegati. La Russia è seconda nella graduatoria dopo gli Stati Uniti, le cui le aziende invece fatturano 237 miliardi di dollari ed impiegano quasi 2 milioni di persone. La prima azienda in assoluto, in termini di fatturato per vendita di armi, è la statunitense Lockheed Martin con 37 miliardi di dollari, la prima con sede in Russia è la Almaz-Antey che fattura 9 miliardi ed impiega circa centomila persone. L’azienda russa che impiega più personale è la United Shipbuilding Corporation, un colosso da quasi 300.000 lavoratori, prima in assoluto al mondo tra le aziende che concentrano la propria attività nel settore bellico.

Sempre secondo i dati del SIPRI, la Russia ha speso nel 2015 circa 66 miliardi di dollari per le spese militari, con un aumento del 7,5% rispetto all’anno precedente: è quarta nella graduatoria mondiale, molto distaccata da Stati Uniti e Cina e subito dopo l’Arabia Saudita. La Russia spende il 14% del budget federale per armi e sistemi bellici, cioè circa il 5,5% del prodotto interno lordo, avanti alla Russia solo alcuni Paesi arabi, Algeria e Sud Sudan, Israele e Iraq.

L’industria bellica è sicuramente un settore di punta dell’industria nazionale e grazie alla quale la Russia ottiene importanti volumi di export. Una agenzia statale dedicata, la Rosoboronexport, parte di Russian Technologies State Corporation, si occupa di individuare nuovi mercati e  di incrementare il business. Sotto la diretta supervisione di Putin, Rosoboronexport si occupa di importare ed esportare armi convenzionali ed attrezzature militari e di effettuare manutenzioni e riparazioni su commesse già effettuate; si occupa anche della formazione di specialisti stranieri in Russia o direttamente nei paesi clienti. Nei suoi 15 anni di attività, l’agenzia ha permesso alla Russia di ampliare il “portafoglio clienti”, passato da solo due Paesi, India e Cina, a più di 70. Secondo i dati forniti, da Anatoly Isaikin, direttore generale di Rosoboronexport e Sergey Chemezov direttore generale di Russian Technologies State Corporation, la Russia è seconda solo agli Stati Uniti in termini di volumi ed nel 2015 ha esportato armi e sistemi bellici per un valore di circa 14 miliardi di dollari, mentre il valore del portafoglio ordini ha raggiunto quasi 50 miliardi di dollari.

In Russia, diversamente dagli Stati Uniti, la vendita delle armi al dettaglio non è libera e fortunatamente soggetta a rigidissimi controlli. La popolazione maneggia un'arma spesso solo durante il servizio militare e Mosca è probabilmente una città più tranquilla di New York. Nonostante ciò, sono facilmente percepibili nella popolazione, visioni e sentimenti fortemente militaristi, una sorta di retorica della supremazia e della forza che porta molti russi ad appassionarsi all’ultimo modello di caccia o di carro armato e ad entusiasmarsi per una parata militare: si festeggia con grande enfasi la giornata nazionale della marina russa l'ultima domenica di luglio ed il 9 maggio è un giorno di grandi festeggiamenti con la sfarzosa parata militare per ricordare la vittoria nella grande guerra patriottica (la fine della seconda guerra mondiale).

Nel nutrire lo spirito nazionale, giocano un ruolo chiave sicuramente anche i media e quindi in ultima istanza il Governo. Andando sul sito della TASS (l’agenzia di stampa governativa) vi è una sezione dedicata all’industria bellica nazionale dove con dovizia di particolari vengono per esempio illustrate le caratteristiche del Tornado-S, l’ultimo nato della famiglia dei lanciarazzi multipli o vien spiegato come l’aereo da combattimento Sukhoi Su-34, affettuosamente chiamato “anatroccolo”, sia divenuto nel tempo “una macchina unica, capace di distruggere efficacemente obiettivi sotterranei e superficiali.”

Le principali aziende del settore degli armamenti, dalla Uralvagonzavod che produce carri armati, alla più famosa Kalashnikov, hanno già pianificato strategie di marketing per diversificare e vendere magliette e gadget con i propri prodotti di punta: carri armati, fucili di precisione e mitragliatori. In un’intervista di qualche mese fa ad un giornale locale, Vladimir Dmitriev, il giovane direttore marketing dell’azienda, spiegava che vi era un progetto per vendere gadget con il brand Kalashnikov in una cinquantina di negozi in tutta la Russia: del resto, se “la Ferrari ottiene il 10% del proprio fatturato vendendo abbigliamento, perché non potrebbe farlo un’azienda come Kalashnikov, il cui brand è famoso in tutto il mondo” chiosava il manager dell’azienda.

Anche l’esercito russo ha un proprio brand da spendere sul mercato, Армия России (Armia Russia) e propri gadget: cappellini, penne, scarpe e magliette. Hanno anche un proprio sito web, dove tra i prodotti più richiesti, una maglietta con le carte geografiche degli ultimi target: Crimea e Siria.

E in Europa? Esercito comune e reale difesa condivisa? Neanche a parlarne. Si ritiene corretto invece iniziare con un bel cadeau ai produttori di armi europei. La Commissione Europea, infatti, ha chiesto di inserire, per la prima volta, nel budget comunitario, una somma da destinare alla ricerca per l’industria bellica. Una piccola somma, circa 25 milioni di euro all’anno, una bazzecola rispetto alle somme destinata da ciascun Paese, ma l’obiettivo a lungo termine potrebbe essere un European Defence Research Programme da 3,5 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Il tutto in termini aggiuntivi rispetto a quello che ciascuno Stato potrà destinare all’industria bellica nazionale.

Intorno alla metà degli anni ’90, vi fu un gran discutere sulla possibilità che la Russia potesse far parte dell’Unione Europea, facendo propri i valori condivisi dai popoli europei e che avevano portato alla costituzione della Comunità. Dopo poco più di venti anni, evidentemente, la situazione è radicalmente cambiata: “l’offensiva” dei valori europei bloccata a Kalinigrad e Briansk e la contro invasione di nozioni e modelli esterni probabilmente già cominciata.