Sanzioni europee alla Russia e ripercussioni su export e agroalimentare italiano. Cosa c’è di vero

di 02.05.2016 10:01 CEST
Grano, Russia
Un campo di grando in Russia, nel villaggio di Solgon, fotografato al tramonto REUTERS/ILYA NAYMUSHIN/FILES

C’è molta confusione, ancora, in merito alle sanzioni applicate dall’Unione europea alla Russia ed alle ripercussioni sull’economia italiana. A partire da marzo 2014, l'UE ha imposto una serie di misure restrittive in risposta all'annessione della Crimea e alla destabilizzazione dell'Ucraina, ma quali sono i riflessi reali sull’economia italiana? Qualche giorno fa un manager di un’azienda italiana, con mia grande sorpresa, mi ha detto testualmente: le aziende del settore agroalimentare sono in ginocchio a causa delle sanzioni europee applicate alla Russia.

Proviamo a chiarire alcuni punti. Con dati alla mano.

Innanzitutto le sanzioni che colpiscono il settore alimentare sono quelle applicate dalla Russia all’Unione Europea e non quelle applicate dall'Unione Europea alla Russia. Le sanzioni economiche dell'Unione Europea, oltre al  “commercio di armi e all’esportazione di beni a duplice uso per scopi militari, colpiscono le grandi banche statali ed una mezza dozzina di grosse aziende nel settore energetico e della difesa; limitano inoltre l'accesso delle aziende russe a determinati servizi e tecnologie per la produzione e la prospezione del petrolio.” Si tratta quindi di sanzioni che colpiscono soggetti definiti e settori ben specifici con un limitato impatto sui volumi di beni italiani ed europei sucettibili di esportazione.

Nel settore agroalimentare, in particolare, il volume delle esportazioni italiane verso la Russia nel 2015 si è attestato a 640 milioni di euro, mentre nel 2014 era 980 milioni di euro, con una differenza di 340 milioni, circa il 35% in meno. Se rapportiamo questi dati a quelli forniti dal Ministero delle politiche agricole sul volume complessivo delle esportazioni nel settore agroalimentare, ci accorgiamo che le importazioni russe rappresentano meno del 2%  del totale delle esportazioni agroalimentari italiane verso il resto del mondo, nel 2015 pari a quasi 37 miliardi di euro. Volumi interessanti quelli dell'import russo, ma probabilmente non tali da destabilizzare un intero settore.

Ampliando l’analisi al volume complessivo delle esportazioni italiane in Russia, rileviamo che tale volume nel 2014 era di 9.5 miliardi di euro e nel 2015 di 7.5 miliardi con una diminuzione del 22%. La Russia quindi importa meno dall'Italia in tutti i settori anche in comparti in cui beni e servizi non sono sanzionati.

La Russia, inoltre, nel 2015 ha importato molto meno anche da Paesi considerati “amici” come Cina  (-18%), Bielorussia (-16%) e Kazakistan (-23%), ma anche dalla Corea del Sud (-40%) e dalla Turchia (-27%). Che significa questo? Che probabilmente il problema della Russia è endogeno. Meno investimenti e meno consumi e questo si riflette sul volume delle importazioni world wide.

Il rublo a causa della debolezza strutturale della Russia e della dipendenza dalle esportazioni di petrolio e gas naturale e quindi dal prezzo di petrolio, ha perso molto rispetto alle principali valute. Per importare quindi un bullone o una bottiglia di vino, che prima della crisi costavano 40 rubli, sono necessari adesso quasi 80 rubli. Naturalmente anche questo incide sulla capacità di acquisto all’estero della Federazione.

Per assurdo, se anche domani le sanzioni dell’Unione Europea fossero abrogate, l’export dei prodotti alimentari sanzionati non aumenterebbe. Per permettere all’Italia di esportare prodotti alimentari, la Russia dovrebbe abrogare le proprie sanzioni, ma anche in questo caso, il quadro generale non cambierebbe comunque di molto, in quanto la Russia attraversa un periodo di crisi che potrà attenuarsi solo quando il prezzo del greggio tenderà verso l’alto e la Russia potrà di nuovo vendere petrolio a prezzi in linea per sostenere un economia comunque in affanno e storicamente e profondamente inefficiente.