Scappa Get Out: recensione. Un horror per dirci come cambia il razzismo

Al cinema l'horror a sfondo razziale di grande successo negli States
di @LucaMarra 18.05.2017 19:54 CEST
Scappa Get Out
Daniel Kaluuya l'attore britannico protagonista di Scappa Get Out Universal Pictures

Scappa - Get Out: arriva al cinema, in uscita dal 18 maggio 2017, un horror che in America sta avendo successo sia sulla sponda del pubblico che su quella della critica. È la nuova creatura di Jason Blum, “Re Mida” del genere horror, produttore di Paranormal Activity, The Visit e della bellissima saga horror-politica cominciata con The Purge - La Notte del Giudizio. Anche in Scappa - Get Out c’è una commistione di Politica, Società e Cultura viste sotto le lenti della satira orrorifica. Non è forse un caso che il personaggio del protagonista, interpretato da Daniel Kaluuya, di cognome faccia Washington, perché questo è un film sugli Stati Uniti, in particolare sulle mutevoli forme di razzismo persistenti anche nell'America post Obama, il primo presidente di colore della storia degli States.

La trama di Scappa Get Out ha spunti classici, una sorta di Indovina Chi Viene a Cena dalle tinte horror. Chris Washington è un giovane fotografo afro-americano, sta partendo per conoscere i genitori di Rose (Allison Williams) ricchi, bianchi e apparentemente aperti a qualsiasi Cultura. “Avrei votato Obama per la terza volta se ne avessi avuto possibilità” esclama Dean (Bradley Whitford), neurochirurgo e papà di Rose, la moglie Missy (Catherine Keener) è una dolce psichiatra autrice di un innovativo metodo di ipnosi. La visita comincia con tutti i crismi dell’accoglienza ma la curiosità di Chris diventa sempre più paura e sospetto quando i genitori accolgono amici, di ugual ed elevatissimo censo, a una festa e quando il giovane fa la conoscenza più approfondita del giardiniere (Marcus Henderson) e della domestica Georgina (Betty Gabriel), entrambi con uno sguardo che dice molto di più delle frasi di circostanza. Trailer di Scappa Get Out.

Jason Blum sempre più re dell'horror politico
Jason Blum
si rivela ancora una volta un produttore di grande fiuto per la creatività nel genere horror. Bravo a far diventare le “fratture sociali” un racconto di terrore, sempre brillante, furbo e caustico a carpire l’umore collettivo e a tradurlo in cinema pop ma mai banale.. È accaduto con La Notte del Giudizio che sfruttava il contrasto ricchi-poveri e ora accade di nuovo con Scappa Get Out che mette in scena con i passaggi dell'horror le forme striscianti di razzismo.

Scappa Get Out: come fare un horror sul razzismo strisciante
A capo di quest’operazione c’è Jordan Peele, uno scrittore comico brillante ed esperto che per il suo esordio al cinema non sceglie la commedia ma, a sorpresa, un thriller-horror. Supportato da un ottimo parterre di attori capitanato da Daniel Kaluuya, Scappa Get Out si rivela man mano come un film che critica le forme di razzismo meno evidenti. Rispetto a una tradizione cinematografica anche recente, come i pluripremiati 12 anni schiavo e Moonlight, il conflitto razziale non è subito ben chiaro, l’apartheid non è un dato di fatto, e di partenza, nella scacchiera dei personaggi e dei temi. Scappa Get Out procede al contrario: mostra dei bianchi borghesi apparentementi aperti ma che man mano, specialmente col dialogo, esternano razzismi. Il tutto è concentrato nella sequenza della festa, con domande sempre più imbarazzanti per Chris che esprimono l’idea delle persone di colore vista da quelle bianche sempre come qualcosa di “diverso". Chi si rivolge a Chris esordisce sempre col “voi neri” avendo sempre l’esigenza di categorizzarli. In Get Out, i personaggi di colore sono esclusivamente quelli più dotati fisicamente e quindi, per i convitati, qualcosa da vedere “a parte”  da invidiare, da possedere. Diventa man man evidente come, per gli educati e ricchi del film, i neri sono esclusivamente dei corpi, oggetti da collezionare e non persone. Poi il film ingrana la marcia horror e la metafora si disvela con un colpo di scena ben piazzato, ma è interessante come Peele, sceneggiatore unico del film, mostri tutta la retorica verbale ed espressiva che tradisce il razzismo latente.
scappa get out Betty Gabriel è la domestica Georgina nel cast di Scappa Get Out  Universal Pictures

Tutto questo tema importante e intelligente è narrato con una grande tensione crescente, instillata nelle più piccole inquadrature, nei piani stretti sugli occhi,  nei particolari scenici, come un cavetto del caricabatterie. Nemmeno gli innesti comici stoppano una tensione soffocante gestita dagli sguardi in special modo quelli della servitù, in questo senso la lode va a Betty Gabriel per la sua Georgina. È evidente anche una simbologia fitta: quella animale, di un cervo impagliato che ricorda un po’ gli animali imbalsamati in Psycho di Hitchcock, in particolare si ritrova il modo di trasmettere la paura che il maestro del brivido diffondeva attraverso le inquadrature delle bestie imbalsamate che sormontavano Norman Bates (Anthony Perkins) nel cult datato 1960.

Nel segno dei grandi maestri del genere
Certo Scappa Get Out è un film a tesi, si capisce subito dove vuole andare a parare e il finale è un po’ troppo veloce ma non c’è dubbio che quest’esordio di Peele sia folgorante, potente. Un horror di grande caratura che non mira alla paura per la paura, al terrore autoreferenziale per indurre al massimo un saltino dalla sedia, il famigerato jump scare. Ma, come nella grande tradizione di Carpenter, Romero e altri maestri, è un film di paura che nasce da timori e conflitti sociali veri, radicati nella Cultura e che inquietano. Un horror solido, stratificato: da non perdere.

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