Schengen a rischio? Le ipotesi UE e il rischio effetto domino

Europa, controlli alla frontiera
Polizia danese effettua controlli sui veicoli ai confini della città di Padborg REUTERS/Claus Fisker/Scanpix Denmark

La decisione dei governi di Svezia e Danimarca di ripristinare i controlli alle frontiere per contenere con maggiore efficacia il flusso di rifugiati provenienti da sud potrebbe essere il cavallo di Troia, atteso da molti, per decretare la fine di Schengen. 

La Commissione europea ha, in tutta fretta, convocato ieri una riunione straordinaria le cui conclusioni però sono state pressoché un semplice prendere atto della decisione dei due paesi, definendola "temporanea". In un certo senso sembra che l'UE voglia mantenere la testa sotto la sabbia, evitando di affrontare una questione di interesse generale.

Sul tavolo della Commissione sono molte le decisioni da prendere: creazione di una guardia costiera europea, sorveglianza delle frontiere esterne all'area Schengen in collaborazione con gli stati nazionali, identificazione dei rifugiati in ingresso e ricollocazione dei profughi (e anche qui le ipotesi sono molte), accettazione o meno dei "rifugiati economici", valutazione di nuove norme per implementare l'accordo di Schengen.

Mai come di questi tempi quegli accordi sono stati tanto messi in discussione: la questione migranti e l'acclarata incapacità dell'Unione Europea di gestire i flussi migratori in maniera efficace, agendo sulle partenze (sopratutto le ragioni per cui milioni di persone decidono di abbandonare la propria terra) e controllando efficacemente le frontiere esterne dell'area Schengen, unita all'allerta attentati che dalla strage del Bataclan di Parigi ha "contagiato" il continente, rischiano di mettere in discussione un sistema sociale comunitario in cui buona parte dei cittadini europei ha sempre vissuto, nascendoci. 

È stato il portavoce della Commissione Europea, il 6 gennaio a Bruxelles, a sintetizzare con una frase lo stato dell'arte in materia di frontiere e rifugiati: "Schengen è sotto pressione". E in effetti gli accordi sulla libera circolazione di persone e merci non erano mai stati così a rischio come di questi tempi.

La questione è sul tavolo dei vertici europei da diverso tempo, mentre viene utilizzata da molti partiti politici euroscettici in molti paesi UE per mettere sotto pressione Bruxelles e sopratutto per prendere qualche punto percentuale nei sondaggi, e riguarda la vita quotidiana di milioni di cittadini europei. Per certi versi rinunciare a Schengen, perché è questo il nocciolo della questione, sarebbe come scegliere di rinunciare al telefono cellulare per fare abbattere il ripetitore obsoleto: un salto indietro di circa 30 anni. Ma veramente gli accordi di Schengen sono a rischio? 

Allo stato attuale il primo rischio da affrontare è quello dell'"effetto domino": la Danimarca infatti ha motivato la scelta di reintrodurre "momentaneamente" i controlli alle frontiere per "reagire" alla decisione della Svezia. Ma non sono gli unici paesi a muoversi autonomamente in materia: l'Ungheria, com'è noto, sta costruendo un muro per arginare la permeabilità dei confini da sud-est, idea presa in prestito dall'Austria che ha cominciato la costruzione di barriere (anche fisiche) al confine sloveno. La Slovenia, a sua volta, fa la stessa cosa al confine croato. I controlli trasfrontalieri sono stati ripristinati a tempo determinato tra Francia e Belgio, ma anche tra Germania ed Austria. In assenza di una risposta unitaria ognuno fa come crede e questo, è evidente, è un primo passo verso una messa in discussione generale dell'intero sistema. 

Succede anche che a chi scrive, a metà dicembre scorso, nessuno ha controllato la carta di identità all'aeroporto di Berlino, all'imbarco per Roma. Stranezze moderne. 

Una delle soluzioni più gettonate sul tavolo della Commissione UE guarda all'istituzione di una "mini-Schengen", ma sono molti ad essere scettici in tal senso; il presidente dei parlamentari socialisti europei Gianni Pittella, intervistato dall'Huffington Post Italia, ha così commentato tale ipotesi: "Siamo sull’orlo del baratro. Bisogna lavorare insieme per convincere i paesi più riottosi che la soluzione non sta nella costruzione dei muri. Serve uno sforzo sinergico dei leader dell’Ue, da Renzi alla Merkel a Hollande e gli altri. Avallare una sorta di ‘mini Schengen’ è l’inizio della fine”.

Al momento sembra che la soluzione più gettonata sia quella di gestire le scelte individuali mentre si cerca una soluzione comune, sulla quale però si discute da almeno un anno e mezzo. Una seconda ipotesi, lanciata tuttavia in un altro contesto (la riunione dei ministri degli interni dei paesi UE), guarda allo stato d'emergenza come opportunità per "congelare" la questione Schengen in attesa di tempi migliori: dopo le ultime stragi di Parigi la Francia ha sperimentato lo stato d'emergenza (prolungato) su tutto il territorio nazionale e così ha fatto il Belgio in occasione dell'allarme attentati dopo il Bataclan. La Germania ha già sperimentato in passato questa possibilità, testando lo stato d'emergenza come ad Amburgo nel gennaio 2014, quando fu istituita una gefahrengebiet, letteralmente "zona di pericolo", attorno al quartiere St. Pauli: il pretesto era sgomberare un centro sociale nel quale vivevano 300 migranti provenienti da Lampedusa. Decine di migliaia di persone, per giorni, vissero in stato d'emergenza con controlli di documenti ad ogni angolo di strada, vie chiuse al transito, uffici di polizia mobili sugli autobus di linea, fermi di polizia arbitrari e prolungati. In Italia lo stato d'emergenza è il metodo di governo adottato sin dagli anni Sessanta, definito da molti "stato d'emergenza permanente" e non sarebbe difficile mettere mano alle libertà personali in nome della sicurezza.

L'Italia non sembra intenzionata a sospendere il Trattato di Schengen, ma ha rafforzato il presidio sul confine a maggior rischio terrorismo: quello del Nord-est che incrocia la rotta balcanica usata dai foreign fighters. Al momento è quindi fuori discussione l'abolizione della libera circolazione di persone nei paesi firmatari del Trattato, ma certamente lasciare tutto al caso rischia di creare in breve tempo un doppio binario legislativo ed un caos assoluto, secondo molti il vero pericolo per la sicurezza europea. Rinunciare a Schengen non sarebbe solo una rinuncia parziale a delle libertà individuali oramai sedimentate nella cultura dei cittadini europei ma anche e sopratutto un'ammissione implicita di fallimento di uno dei principi alla base dell'Unione. Secondo qualcuno il passo successivo sarebbe dichiarare conclusa l'esperienza monetaria comune.

Siamo sicuri che sia quello che vogliamo?