Sei momenti drammatici per la storia dell'Unione Europea

Euro Sos
Il simbolo dell'euro dietro al simbolo di una cabina telefonica di emergenza REUTERS/Kai Pfaffenbach

Il progetto dell’Unione Europea sta incontrando lungo il suo percorso di realizzazione diversi ostacoli, alcuni dei quali ne minacciano seriamente la realizzazione. Tra quelli più gravi e reali abbiamo senz’altro lo spettro dei partiti populisti anti-euro, che stanno sfruttando il risentimento popolare per aggredire le istituzioni europee e arrivare al potere.

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Proprio quest’anno all’interno dell’Unione europea sono attese diverse elezioni i cui esiti potrebbero cambiare il volto dell’Europa, mandando in frantumi il progetto di integrazione. Tra questi paesi abbiamo nazioni chiave come Germania e Francia e a cui potrebbe aggiungersi anche l’Italia (tolto il Regno Unito, parliamo quindi dei tre maggiori paesi dell’Unione europea in termini di PIL).

L’Unione europea deve oggi guardarsi intorno e all’interno da una serie di problematiche che sono diventate nel tempo più numerose e più gravi, alcune delle quali fanno parte dei rischi calcolati del progetto - in particolare quello che riguarda l’unione monetaria -, altre riguardano interferenze esterne volte a indebolire l’Unione sul piano internazionale, altre si riferiscono all’immaturità e irresponsabilità dei singoli governi (e a volte anche delle stesse istituzioni europee), che faticano a trovare punti di intesa su una vastità di temi - dalla crisi economica all’emergenza migratoria, lasciando campo libero per l’avanzata dei populismi. In tanti troppi casi l’Unione ha dato prova di non essere in grado di affrontare problemi ed emergenze e di saper quindi proteggere sé stessa dal logorio esercitato da queste variabili avverse.

Negli ultimi 6 anni abbiamo pertanto assistito ad una crisi constante del progetto dell’Unione e oggi molti cittadini europei nutrono grande sfiducia verso l’Unione e le sue istituzioni.

La crisi dei debiti sovrani

È con l’acuirsi della crisi dei debiti sovrani dei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) che i problemi dell’Unione iniziano a diventare sempre più vistosi. La crisi economica in questi paesi ha colpito duramente la classe media, a cui sono stati chiesti continui sacrifici economici per poter risanare le deficienze strutturali dei rispettivi paesi. Sono in questi contesti di precarietà che i partiti tradizionali entrano in crisi e iniziano a emergere con forza movimenti partitici ‘alternativi’ ed estremisti. Lo abbiamo visto in Grecia, con il ritorno di fiamma di Alba Dorata e la vittoria del partito della Coalizione della Sinistra Radicale (più noto con l’acronimo SYRIZA) capeggiato da Alexis Tsipras, in Italia, con l’ascesa del Movimento 5 Stelle e l’avanzamento della Lega Nord, in Spagna con la crescita di Podemos. In ognuno dei paesi colpiti duramente dalla crisi si è assistito ad rinvigorimento dei partiti estremisti.

Oggi la crisi non è completamente superata e i rischi di ricaduta sono tutt’altro che improbabili. È emblematico il caso dell’Italia, che in questi anni ha fatto il minimo indispensabile per rimanere a galla sulle sabbie mobili ed evitare di sprofondare, invece di produrre il massimo sforzo collettivo e tirarsi definitivamente fuori dalla crisi: le riforme finora adottate sono solo una parte di quelle che servono al nostro paese, che continua a vivere di crescita (molto) modesta e disoccupazione elevata (specie nella fascia demografica più giovane).

L’avanzata minacciosa della Federazione Russa

A Mosca il progetto dell’Unione Europea non è stato mai ben digerito. L’idea che paesi che vivevano un tempo (e a volte tutt’ora) sotto l’influenza dell’ex Unione Sovietica possano passare sotto il controllo dell’Unione è qualcosa di incompatibile nella Russia nazionalistica di Vladimir Putin.

L’annessione della Crimea alla Federazione Russa avvenuta nella primavera del 2014 ha incrinato i rapporti tra Mosca e Bruxelles, che ha dovuto applicare dure sanzioni economiche per punire il gesto di aggressività di Mosca. Oggi nell’est ucraina, nella regione del Donbass, si continua a combattere una dura battaglia tra esercito ucraino e ribelli filo-russi, in un conflitto che finora ha già causato oltre 10.000 morti. Da quando è iniziato il conflitto molti paesi dell’est Europa hanno dichiarato i propri timori nei confronti del vicino russo e hanno chiesto alle forze Nato un maggior coinvolgimento militare (di come la Russia sta militarmente accerchiando l’Europa lo abbiamo spiegato nel dettaglio in quest’articolo).

La Russia sta inoltre aumentando la diffusione della sua propaganda all’interno dei paesi dell’Unione, in modo da condizionare l’opinione pubblica europea per favorire la visione di Putin e indebolire ulteriormente i processo di integrazione dell’Unione. I partiti populisti anti-euro si stanno rivelando ottimi alleati di Putin e sono molti i leader di questi movimenti a lasciarsi andare in dichiarazioni d’amore verso il leader del Cremlino: l’ultima in ordine di tempo è arrivata proprio da Matteo Salvini, che il 6 marzo ha dichiarato l’accordo con il partito Russia Unita. Parliamo di tutti partiti che hanno al massimo comun divisore la disgregazione dell’Europa, ritorno alla valuta locale e isolazionismo nazionale.

Mosca dunque si sta rivelando una delle minacce esterne più serie nei confronti dell’Unione.

La crisi migratoria: nuova linfa per la propaganda dei movimenti populisti

All’esterno dell’Europa, in particolare in Medio Oriente e Africa, si stanno consumando delle gravi crisi umanitarie che costringono milioni di persone a lasciare le proprie case per cercare rifugio in paesi più sicuri, e ovviamente la ricca Europa (specie quella settentrionale) rimane una delle mete di destinazione preferite. La crisi migratoria verso l’Unione Europea ha assunto carattere di emergenza da che è esplosa la guerra civile in Siria nel 2011: da allora il flusso di migranti è costantemente aumentato, sia attraverso il Mediterraneo che attraverso la rotta balcanica.

L’Unione ha dimostrato anche in questo caso la sua impreparazione nei confronti di un problema si grande ma che avrebbe potuto gestire con scioltezza se il livello di integrazione tra i singoli paesi fosse stato più maturo. La cattiva gestione della crisi sta rendendo le condizioni di vita dei migranti a livelli tutt’altro che decorosi (lo abbiamo visto di recente, quando i rifugiati siriani hanno dovuto affrontare senza mezzi adeguati il gelo polare di quest’inverno, che ha colpito anche i centri di accoglienza sparsi in Grecia), e dando ai movimenti populisti, specie che quelli di ultra destra, nuove argomentazioni per alimentare una propaganda fatta di odio e insulti razziali.

Attraverso la crisi dei rifugiati e la paura del radicalismo islamico, che è cresciuta per via degli attentati degli ultimi tre anni che hanno colpito diversi paesi dell’Unione (in particolare Francia, ma anche Belgio e Germania), i movimenti populisti a sfondo razziale hanno trovato forza anche in quei paesi dove la crisi ha morso meno. È il caso della Francia, dove il Fronte Nationale di Marine Le Pen ha ormai un consenso tale da potersela giocare al pari dei principali partiti del paese, o della ricca Germania, dove il partito di estrema destra Alternativa per la Germania è riuscito a portarsi oltre la soglia del 10 per cento e sta rosicchiando voti alla Merkel. Se nei paesi meridionali è la crisi economica il principale combustibile delle politiche euroscettiche, in nazioni più ricche come la Germania il problema sembra essere di natura opposta, con i cittadini preoccupati di perdere le proprie posizioni di benessere a causa dei cugini europei in difficoltà e dell’invasione dei rifugiati.

La Gran Bretagna ha scelto la Brexit

Il 23 giugno 2016 si è tenuto il referendum sulla Brexit e il popolo britannico ha scelto di uscire dall’Unione Europea. Dopo mesi di attesa e di dubbi sul reale destino della Gran Bretagna è arrivata la certezza che il paese avvierà le pratiche per uscire dall’Unione. Al di là delle ripercussioni economiche che potrebbero colpire il Regno Unito e in parte anche l’Unione, la Brexit rappresenta senza dubbio un momento storico negativo nella vita del processo di integrazione europeo: uno dei maggiori paesi dell’Unione decide di uscire e andare per la sua strada, inviando un chiaro segnale di incertezza e instabilità nei confronti dell’intera area europea.

Crisi economica, crisi migratoria, forze populiste e interferenze russe appaiono come variabili legate le une alle altre a formare un sistema armonico che si muove unito per indebolire l’Unione Europea. Sono tutti problemi che potrebbero essere facilmente risolti se ci fosse più Europa e se il processo di integrazione fosse più avanzato. Una risposta apparentemente semplice ma che trova l’ostacolo dei governi dei rispettivi paesi, che fanno sempre più fatica a dialogare tra loro e trovare punti d’intesa, in quanto maggiormente attenti a curare i propri interessi. Sotto questo punto di vista i cittadini europei (tutti) rischiano di pagare un prezzo altissimo per essere governati da politici inetti e privi di personalità: i paesi si ritroverebbero in una condizione migliore di quella di partenza se ognuno rinunciasse a qualcosa facendo la propria parte.