Shish is the word: le armi di distrazione di massa con cui Renzi cambiò il mondo

di 19.03.2015 9:02 CET
Matteo Renzi
Matteo Renzi Reuters

 

ll premier italiano Matteo Renzi in una foto d'archivio - Credit:reuters
ll premier italiano Matteo Renzi in una foto d'archivio - Credit:reuters

 

 

La comunicazione di Matteo Renzi è perfetta perché sfrutta al meglio le deficienze del sistema informativo in Italia, che non vuole fungere da filtro tra le chiacchiere del Presidente del Consiglio e ciò che arriva al lettore - spettatore - cittadino - elettore.

Può così mutuare in base alle sue caratteristiche le tecniche già utilizzate in passato da quel gran comunicatore che è stato Silvio Berlusconi: spararla grossa, mentire se serve, esaltare il positivo e occultare il negativo, distrarre, ascriversi meriti, scaricare colpe, sfruttare la memoria corta degli italiani, edulcorare la realtà. Tutto pur di mantenere alto l'indice di gradimento e silenziare la coscienza critica di un'opinione pubblica che, comunque, sembra aggrapparsi a lui come se fosse davvero l'ultima spiaggia.

Prendiamo questo tweet del premier

E' la sintesi di quanto sostenuto davanti al Senato. "Chi dice che i fattori della ripresa sono indipendenti dalla nostra volontà mente sapendo di mentire perché 4 su 5 di quei fattori dipendono dalla capacità della politica italiana di modificare la politica Ue".

Sapevate che il Quantitative Easing, il piano Juncker, persino la parità dollaro - euro sono frutto del semestre di presidenza UE dell'Italia? No? Infatti è un segreto custodito così bene che si pensava fosse farina del sacco della BCE e della Commissione Europea. A Renzi è stato sufficiente distribuire in Europa un nuovo "vocabolario" e, con la sola imposizione delle mani, neanche il tempo di dire "shish", la politica UE ha cambiato verso.  

A proposito, quale ripresa? Nel 2014 Renzi e Padoan hanno clamorosamente toppato, come tutti i predecessori, le previsioni sul PIL. Dal presunto + 0,8 al -0.4 reale . Tre settimane fa sono stati sparati fuochi d'artificio per le previsioni ISTAT: + 0,1%. In realtà l'Istituto segnalava un dato stimato compreso fra il -0,1 per cento e il +0,3 per cento. Ma tanto è bastato alle trombe dei media per rilanciare l'annuncio "fine della recessione".

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Peccato che gli stessi squilli di tromba, 10 giorni dopo, non abbiano accompagnato il pessimo dato sulla produzione industriale. Infatti il twittatore seriale ha bypassato completamente la questione, concentrandosi quel giorno sull'approvazione alla Camera della riforma costituzionale, non definitiva e che non ha alcuna ripercussione sull'economia. 

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A proposito della vita degli italiani. Un presunto + 0,1% è stato accolto nel tripudio generale, ma quando le stime sono negative (come la scorsa estate) a Renzi escono frasi del tipo: "Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone". Strepitoso.

Il tweet di ieri rappresenta un'altra arma di distrazione, mentre impazza il caso di un ministro impresentabile che non intende mollare la poltrona nonostante l'enorme scandalo Infrastrutture, proprio in seno al governo che si riempie la bocca di leggi che non ci sono contro la corruzione.

Viene quasi nostalgia di un altro chiacchierone, il Matteo Renzi fuori dal Palazzo che voleva dimissioni per tutti "senza bisogno di un avviso di garanzia". Chiedere per informazioni ad Angelino Alfano, Anna Maria Cancellieri e Nunzia De Girolamo. Ha cambiato idea, sfruttando la memoria corta degli italiani. Come ha fatto su Berlusconi ("Condannato? Game over"), sulle preferenze nella legge elettorale, sull'articolo 18, persino sul suo Jobs Act.

E il lavoro? A gennaio il premier twitta: "Centomila posti di lavoro in più in un mese. Bene. Ma siamo solo all'inizio. Riporteremo l'Italia a crescere".

I 93mila occupati in più di dicembre seguivano i 103mila in meno tra ottobre e novembre. Un'inversione di tendenza merito del governo? Impossibile, i primi decreti attuativi del Jobs Act sono arrivati dopo. Tornando indietro ancora di qualche mese, ricordate il sito Passo dopo passo? Il governo spacciava per merito proprio una crescita dell'occupazione, da febbraio a luglio, di circa 44mila unità. Spiegammo perché, al solito, il buon Matteo cantava vittoria un po' troppo presto.

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E la scuola? Dei 148mila precari che attendevano la stabilizzazione perché così diceva l'annunciatore di Rignano, siamo scesi a 100mila. Forse. Perché dopo aver presentato una riforma che non c'era a settembre e promesso un decreto che non si è mai visto a febbraio, il Consiglio dei Ministri di marzo ha prodotto un disegno di legge che toccherà al Parlamento approvare in fretta e furia. E se non lo fanno, a chi darà la colpa? Gufi e rosiconi, ovviamente.

Gli stessi che gli chiedono conto di una riforma della giustizia che non arriva, se non per colpire i magistrati, inserita nei documenti economici del governo tra i provvedimenti che dovrebbero stimolare la crescita. Come lo Sblocca Italia che doveva far ripartire i cantieri, ma che oltre a collezionare bocciature dalle Authority, ora potrebbe essere in parte congelato dopo lo scandalo Lupi - Incalza. E meno male, viene da dire. O come il Jobs Act, di cui da settimane il premier dice di vedere gli effetti positivi, senza che ci sia una prova a confermare qualsiasi nesso di causa-effetto. Anche perché è appena entrato in vigore.

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Le parole spese da Boeri (INPS) sulle "76 mila richieste di decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato tra il primo e il 20 febbraio", di cui mancano i dati comparati, sono state vendute come merito del Jobs Act. Peccato che la causa di un effetto comunque da verificare sia un altro provvedimento del governo, quello sugli incentivi, contenuto nella legge Stabilità. Non è una sottolineatura inutile, perché Renzi ha bisogno di ascrivere più meriti possibili alla contestata riforma del lavoro prima ancora che si materializzino. Se mai lo faranno.

Potremmo proseguire con gli 80 euro che dovevano gonfiare i consumi ma sono serviti soprattutto per arrivare al 40%, alla più grande riduzione di tasse della storia, mentre Padoan scrive e dice che la pressione fiscale aumenterà nel 2016, passando per la mitologica spending review (consigliamo a tal proposito questo articolo dell'economista Mario Seminerio). E' arrivato persino ad evocare lo spettro di un complotto ai suoi danni ordito dai poteri forti: meraviglioso per un premier che fa quello che vuole da più di un anno.