Siria, a Al-Bab continua la battaglia contro Daesh: Amnesty denuncia 13.000 impiccagioni nelle carceri siriane

Al Bab
La città di Al-Bab sotto i bombardamenti della coalizione dell'Operazione Scudo dell'Eufrate. Al-Bab, Siria, 2 febbraio 2017. REUTERS/Khalil Ashawi
  • Continua la battaglia ad Al-Bab, nella provincia di Aleppo, tra le forze governative e i militanti di Daesh. La roccaforte degli islamisti è ormai accerchiata;
  • Da inizio anno i militanti di Daesh hanno perso oltre 1.000 chilometri quadrati, secondo fonti russe;
  • Continuano anche le atrocità del regime, che da quando è iniziata la guerra ha fatto impiccare circa 13.00 persone tra dissidenti e oppositori.

Ad Al-Bab, roccaforte islamista in Siria, 55 chilometri a nord-est di Aleppo e appena 25 chilometri a sud del confine con la Turchia, la battaglia è furiosa e incessante: è il primo test militare sul campo dell'inedita alleanza tra Siria, Turchia e alcune forze ribelli turcofone moderate, che unite le forze sotto l'Operazione Scudo dell'Eufrate sembrano aver accerchiato completamente l'ultima roccaforte di Daesh nel nord-ovest siriano.

Secondo quanto rivelato dall'Osservatorio siriano per i diritti umani, la città di Al-Bab è “completamente sotto assedio […] dal regime a sud e dalle forze turche e ribelli a est, nord e ovest”: le forze governative sono sostenute inoltre da milizie Hezbollah libanesi e dall'artiglieria russa. Secondo Agenzia Nova nel pomeriggio del 6 febbraio il Free Syrian Army e le Forze armate turche hanno preso il controllo di 24 aree residenziali di Al-Bab mentre le forze governative hanno ottenuto il controllo di Tell Uwayshiya, una collina posta 9 chilometri a sud-est di Al-Bab da dove controllano le vie di fuga meridionali e verso Raqqa, capitale del sedicente Califfato.

L'unica via di rifornimento ancora disponibile ai miliziani islamisti, sia per l'approvvigionamento di armi, munizioni e cibo che come via di fuga, è a sud-est, verso Tadif, ma con la macchina da guerra che muove inarrestabile contro di loro sembra che la sconfitta sia solo questione di tempo: quanto resisteranno ad Al-Bab? Ma sopratutto, la coalizione riuscirà a trovare una vera comunione d'intenti? La battaglia è in realtà un tavolo di negoziati in cui ognuno cerca di assicurare i propri interessi: la Turchia, con le sue forze speciali, è presente nell'area da mesi ma nel fronteggiare la resistenza degli islamisti di Daesh asserragliati nei 30 chilometri quadrati dell'area urbana di Al-Bab ha perso diversi mezzi, decine di blindati e subito centinaia di perdite. Motivo per cui trovare un accordo con il regime di Damasco è diventata una necessità per Ankara: per Erdogan Al-Bab non è solamente una città chiave nella “fascia di sicurezza” che ha detto di voler creare per ricollocare parte dei profughi siriani fuggiti in territorio turco ma anche una delle aree contese tra le diverse possibili zone d'influenza che potrebbero crearsi nelle trattative che si tengono ad Astana, in Kazakhstan, tra governo siriano e ribelli moderati.

Secondo quanto dichiarato dal Centro russo per la riconciliazione delle parti dal 1 gennaio sono 1022,3 i chilometri quadrati di territorio strappato agli islamisti. Sembra quindi che la battaglia contro l'oscurantismo proceda speditamente e le notizie, dal fronte, non potrebbero essere migliori dal punto di vista militare: i drammi, invece, continuano a restare nascosti agli occhi del grande pubblico e della comunità internazionale. Secondo un rapporto pubblicato il 7 febbraio 2017 da Amnesty International infatti sono stati fino a 13.000 gli oppositori del regime di Bashar al-Assad segretamente impiccati nelle prigioni siriane solo nei primi cinque anni di guerra civile, secondo la ong - che tuttavia da tempo non ha accesso alla Siria - l'atto più grave di una politica di sterminio ordinato dal governo siriano contro il suo stesso popolo.

A Saydnaya, uno di questi inferni, migliaia di detenuti sono morti per le torture o per fame e i loro corpi gettati in fosse comuni alla periferia di Damasco, a Nahja o Qatana: il rapporto somiglia più alla macabra lista di un mattatoio. Gli abusi sono descritti con dovizia di particolari e raccontano una realtà che va oltre ogni immaginazione: la guerra civile siriana come un grande laboratorio a cielo aperto per studiare i limiti della depravazione umana, riprendendo dalla lezione lasciata in sospeso dai nazisti e spingendosi persino oltre se possibile. Quasi la metà dei siriani oggi vive da sfollato, i morti civili della guerra civile sono stati 400.000 e altre decine di migliaia sono le persone finite in carcere e sparite per sempre dalla propria famiglia, dai propri affetti.

Le esecuzioni dei detenuti avvengono in seguito a processi sommari che durano pochi minuti e vengono celebrati di fronte ad un tribunale militare: ne vengono impiccati 40-50 alla volta, lasciati appesi per ore e trasportati all'ospedale militare di Tishreen dove sui referti viene scritta la causa del decesso: “malattia respiratoria” o “insufficienza cardiaca”, il pilatesco lavoro dei medici finisce qui e viene lasciato il resto ai becchini. Usiamo il tempo presente perché secondo Nicolette Waldman, autrice del rapporto di Amnesty, “le esecuzioni non si sono mai fermate, sono in corso ancora oggi e molte altre migliaia di persone hanno perso la vita”.

Le condanne a morte dei detenuti, secondo Amnesty, vengono solitamente firmate dal Ministro della Difesa Fand Jassem al-Freji, incaricato personalmente dal presidente Bashar al-Assad. Già in passato "Cesare", una gola profonda interna all'esercito siriano che lavorava in un carcere di Damasco e si occupava di fotografare i cadaveri dei dissidenti uccisi dal regime in nome e per conto dello stesso, aveva illustrato dettagliatamente e con prove fotografiche gli orrori delle torture e delle esecuzioni sommarie nelle infernali carceri siriane. 11.000 morti tra il marzo 2011 e l'agosto del 2013. Le carceri siriane e il terrore diffuso al loro interno hanno provocato principalmente due cose: un esodo di massa di milioni di civili, spaventati dalla guerra e dalla repressione del regime di Assad, e migliaia di uomini e donne radicalizzatisi in carcere che si sono mescolati con le diverse sigle islamiste più o meno moderate che compongono la galassia ribelle siriana, oltre che arruolarsi nel gruppo Stato Islamico.

Questi gruppi, denuncia Amnesty, hanno commesso gli stessi crimini che hanno precedentemente subito o che comunque attribuiscono al regime di Damasco: Jabhat al-Nusra, gruppi legati ad al-Qaeda, e lo Stato Islamico in particolare si sono macchiati di crimini di massa contro la popolazione civile, specialmente sciita, ma comunque “la stragrande maggioranza delle violazioni legate alla detenzione a partire dal 2011 sono state commesse da parte delle autorità statali siriane” scrive Amnesty. Le modalità di tortura, di detenzione, di repressione e di esecuzione della pena di morte, in Siria, segue precise regole che dimostrano inequivocabilmente quanto codificato sia l'orrore del regime contro i suoi oppositori: un orrore perpetrato semi-segretamente da decenni.