Siria, Aleppo: i diritti umani hanno abbandonato la città e molti civili si sentono in trappola

Decine di migliaia di persone si trovano oggi, ad Aleppo, tra l'incudine del regime e il martello dei ribelli
Sfollati ad Aleppo
Alcuni civili sfollati in una zona sotto il controllo dei ribelli ad Aleppo. Siria, 9 dicembre 2016. REUTERS/Abdalrhman Ismail

Nel giorno in cui si celebra la giornata internazionale dei diritti umani una domanda terribile aleggiava come una cappa scura sulla testa del mondo: dove sono finiti i diritti delle persone che vivono ad Aleppo?

Come scrive il Time magazine le persone rimaste intrappolate ad Aleppo sono l'ultimo ostacolo da superare per la totale distruzione del tutto da parte delle forze del regime di Bashar al-Assad. La paura che molti hanno oggi, ad Aleppo, è di essere miracolosamente sopravvissuti alla guerra e di finire in carcere: le forze del regime e i loro alleati infatti, nella spasmodica ricerca dei ribelli strada per strada, arrestano e interrogano chiunque trovino e secondo diverse notizie raccolte dalle Nazioni Unite centinaia di persone tra i 30 e i 50 anni sarebbero scomparse nel nulla dopo aver attraversato la prima linea del fronte per andare nei territori già sotto il controllo del regime.

La soluzione migliore, per chi ha resistito sin qui, è scappare ancora. Ma non sempre questo è possibile e a volte diventa una nuova tragedia nella tragedia: secondo l'ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani dell'ONU gruppi armati ribelli come Fateh al-Sham (composto da ex-guerriglieri di al-Nusra) e il battaglione Abu Amara “sono accusati di aver rapito e ucciso un numero imprecisato di civili” che volevano lasciare la zona assediata. Nei giorni scorsi diverse centinaia di civili, in particolare quelli bisognosi di cure mediche perchè malati o feriti, sono stati portati fuori da Aleppo Est, nelle zone controllate dal regime, ma è ancora troppo poco in virtù della crisi umanitaria devastante calata su Aleppo: sono almeno 500 le persone che necessitano di essere evacuate immediatamente per ragioni mediche e come ha affermato alla stampa Jan England, segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati, “nei miei 50 anni di negoziati umanitari non ho mai fatto tanta fatica e non ho mai visto tanti sforzi finire nel nulla nel tentativo di portare sollievo alla popolazione e far evacuare gli sfollati”.

Prima dell'inizio dell'offensiva finale su Aleppo in città risiedevano ancora 250.000 persone, ma secondo alcuni siriani erano 300.000. Oggi, con buona parte di Aleppo riconquistata dai lealisti, l'ufficio dell'ONU per i diritti umani parla di ancora 100.000 persone rimaste in zona di guerra ma il numero è impossibile da valutare con cognizione di causa.

A pagare il prezzo più caro della mattanza siriana sono sempre gli stessi, i civili: oggi a Ginevra i negoziati si concentreranno sull'apertura di corridoi che permettano ai civili, e ai combattenti in resa, di evacuare la zona rossa. Ma la diversa percezione delle cose potrebbe portare al solito nulla di fatto: la Russia infatti ritiene tutti i gruppi armati ribelli dei “gruppi terroristici” mentre gli Stati Uniti solo alcuni di loro e se può sembrare una cosa da poco le parole del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov lasciano molto poco spazio all'immaginazione di una soluzione condivisa: “Faremo una lotta spietata contro i terroristi in Siria, fino alla loro eliminazione totale”.

La rappresaglia governativa è l'ultimo capitolo, ma non quello definitivo, della violenza della guerra civile siriana: a centinaia sono stati arrestati, altrettanti torturati, uccisi perché sospettati di fiancheggiare l'opposizione armata. Nelle ultime 24 ore, scrive il New York Times, oltre 10.000 persone hanno lasciato le zone ancora controllate dai ribelli, sempre più frammentati e litigiosi. Alcuni di loro, non arrestati, sono stati forzatamente arruolati. Insomma, oggi ad Aleppo i civili si trovano tra l'incudine e il martello, osservando la violenza della guerra e l'impotenza della diplomazia mondiale di fronte alla loro tragedia apparentemente senza fine: alla guerra, alla fame, ai lutti si aggiungono oggi le sparizioni forzate, le torture, la prigione e l'arruolamento coatto.

“I civili sono intrappolati tra le parti belligeranti che apparentemente continuano con le violazioni del diritto internazionale umanitario […] tutte le parti sono colpevoli” ha dichiarato alle agenzie Rupert Colville, portavoce dell'Alto Commissario ONU per i diritti umani.

Ma fuori da Aleppo la diaspora è un altro aspetto tristemente noto della tragedia siriana: migliaia e migliaia di famiglie, migliaia e migliaia di individui, fuggiti dalla guerra e rimasti incastrati per anni tra campi di accoglienza, campi profughi, città anonime della Turchia e speranze gettate al vento. I ricollocamenti non sono celeri, i ricongiungimenti tanto meno, e spesso gli stessi campi diventano terreno fertile per disagi e fondamentalismi. In Europa non si vedono più quelle scene pubblicitarie di cittadini europei che attendono festanti l'arrivo di profughi e migranti alla stazione di Monaco o di Berlino, il resto del mondo sembra voler continuare a volgere il capo dalla parte opposta e non guardare la realtà. Oggi, scrive il Guardian, sembra essere il Canada la destinazione di molti, 35.000 siriani nell'ultimo anno, ma le cose non sono facili e l'accoglienza, il sostegno psicologico e il riprendere in mano la propria vita non sono processi semplici. Almeno non per tutti.

Le Nazioni Unite continuano a tergiversare, votano risoluzioni prive di sostegno giuridico e legislativo e osteggiano quelle, più serie e meglio scritte, per arrivare a un cessate il fuoco effettivo tra le parti: portare aiuti ad Aleppo, monitorare la battaglia e le sue conseguenze, sostenere le persone più in difficoltà e perseguire i crimini di guerra di ambo le parti sarà un capitolo doloroso. Ma forse, nessuno lo scriverà mai.