Siria, Assad e Putin perdono nuovamente Palmira: che cosa sta succedendo?

Palmira Daesh
Un fotogramma di un video pubblicato da Daesh sulla battaglia che ha portato gli islamisti a riprendersi Palmira dal controllo del regime di Bashar al-Assad. Erano stati cacciati appena 8 mesi fa. Palmira, Siria, 11 dicembre 2016. Video Daesh

Domenica 11 dicembre 2016 la città siriana di Palmira, patrimonio dell'UNESCO sfregiato dalla furia iconoclasta e secolarista di Daesh, è tornata nuovamente sotto il controllo del gruppo Stato Islamico: la città era stata riconquistata dalle forze alleate del regime di Damasco, milizie Hezbollah libanesi e sciiti iraniani con il supporto dei reparti scelti russi, il 27 marzo, appena 8 mesi e mezzo fa.

Quella vittoria era stata oltremodo enfatizzata dai media russi e siriani, che in precedenza avevano annunciato “la distruzione” del patrimonio archeologico di Palmira da parte dei miliziani di Daesh, durante i 10 mesi di occupazione, salvo poi organizzare un concerto di musica classica trasmesso in diretta televisiva proprio tra le rovine romane dell'antica città. Non era vero niente? Chi può dirlo. Di certo all'epoca quel concerto fu un perfetto veicolo di propaganda: il direttore dell'orchestra del teatro Mariinskij di San Pietroburgo era Valery Gergiev, un caro amico del Presidente Vladimir Putin che volle a tutti i costi organizzare una diretta televisiva dall'anfiteatro, in un luogo dove non arrivava nemmeno l'energia elettrica. Nelle settimane successive Mosca aveva organizzato veri e propri tour per giornalisti e sostenitori - figure che spesso coincidono: accedere in Siria con un accredito stampa, di questi tempi, significa accettare ben più di un compromesso o fare vera e propria propaganda al regime di Assad. Chi scrive afferma ciò con piena cognizione di causa - e garantito un livello di sicurezza più che accettabile.

Palmira è diventata, da allora, il simbolo della guerra russo-siriana “al terrorismo islamista” del gruppo Stato Islamico, ricacciato indietro con un'umiliazione che sul campo poche altre volte ha dovuto subire. Dopo un paio di mesi la Russia decise di spostare le proprie truppe nuovamente nella base di Tartus, sulla costa, e di concentrarsi sugli sforzi bellici ad Aleppo, dove il massacro è ancora in corso e la città è messa molto peggio della martoriata Grozny nella guerra russo-cecena di qualche anno fa. Palmira era considerata, probabilmente per errore, una zona oramai al sicuro e, forse per questa ragione, l'esercito siriano e i suoi alleati hanno cominciato a spostare le truppe dalla provincia di Homs, dove si trova il sito archeologico e la città, verso Aleppo.

Nella provincia i generali di Assad hanno lasciato solo alcune prime linee, sebbene in termini puramente difensivi, di fatto rinunciando a rincorrere Daesh. Una campagna militare per l'avanzata da sud su Raqqa, capitale politica dello Stato Islamico, è stata provata senza convinzione e con pessimi risultati ed oggi le cose sembrano essersi ulteriormente rovesciate: il presidio delle pigre e demotivate forze armate di Assad lasciato a Palmira non è bastato a persuadere gli islamisti e secondo fonti russe circa 4.000 islamisti tra kamikaze, mujaheddin ed inghimasi hanno messo letteralmente in fuga i soldati del regime di Assad, che hanno abbandonato armi, munizioni, bagagli, basi e mezzi militari esattamente come successo tra il 2012 e il 2014 durante l'ascesa dello Stato Islamico nel nord-ovest della Siria.

Secondo i siti e i video di propaganda rilasciati dagli islamisti questi avrebbero preso possesso di diversi carri armati, cannoni a medio raggio, lanciarazzi Grad, armi leggere e pezzi d'artiglieria, oltre a munizioni di diverso calibro. 

L'attacco è stato sferrato venerdì 9 dicembre, quando Daesh ha riconquistato tre posizioni strategiche a 10 chilometri dalla città grazie all'ormai classica tecnica degli uomini bomba che guidano auto e mezzi blindati artigianalmente imbottiti di esplosivo. Il giorno dopo Daesh è entrato a Palmira prendendo il controllo del quartiere di Amiriyah, dei monti Hiyan e del monte Tar, che domina la città. Sabato sera Daesh è ulteriormente avanzato all'interno della città e intuendo il pericolo il comando russo ha ordinato ai suoi aerei di bombardare le posizioni del gruppo islamista. 64 raid in tutto. “I terroristi tentano di trincerarsi dentro la città avvantaggiandosi del fatto che l’aviazione russa non colpisce le aree residenziali” aveva affermato il Centro russo per la riconciliazione in Siria.

Domenica mattina alcuni rinforzi giunti dalla zona di Deir Ezzor e da Raqqa hanno permesso a Daesh di riorganizzare le forze e lanciare l'offensiva definitiva su Palmira: nonostante la distruzione di un convoglio di islamisti ad opera di un aereo russo le truppe fedeli al Califfo sono entrate in città scendendo dal monte Tar da nord, est ed ovest e una volta preso il controllo della cittadella, dopo poche ore di combattimenti, le truppe siriane hanno annunciato la perdita di tutte le posizioni, fuggendo presi dal panico e lasciando ogni cosa, anche l'aeroporto. Questa informazione è stata data ai giornalisti dal comando russo in Siria, che ha accusato la coalizione americana di aver interrotto i raid su Raqqa e di aver fatto fuggire oltre 5.000 combattenti dalla città assediata di Mosul, nel nord dell'Iraq: accuse in parte false visto che tre giorni prima dell'assedio alla città archeologica un pesante raid americano aveva colpito un centinaio di camion cisterna che trasportavano petrolio estratto da Daesh proprio a Deir Ezzor e diretto verso Palmira.

Secondo diverse ricostruzioni nel fuggi-fuggi generale dalla città sarebbero intervenuti persino i Guardiani della rivoluzione iraniani, milizie sciite che avrebbero diretto la fuga e gestito il panico dei soldati siriani lasciati a Palmira.

Più che dell'impreparazione e della debolezza delle forze governative di stanza a Palmira qui la questione riguarda errori strategici, oltre che una tempistica che visti i protagonisti è oltremodo sospetta: Assad ha voluto concentrarsi totalmente su Aleppo, dove la presenza di Daesh è marginale se non del tutto assente ma dove i ribelli siriani (sia quei pochi, scalcagnati e ciabattanti, “laici” sia quelli più identitari o islamisti legati a diverse organizzazioni terroristiche transnazionali come al-Qaeda) erano presenti in forze. Aleppo era considerata la roccaforte del Free Syrian Army (o meglio, di ciò che ne è rimasto) e nel 2011 era stata la città simbolo delle rivolte anti-Assad del popolo siriano: la scelta di concentrarsi su quella battaglia, divenuta una macelleria a cielo aperto sulla quale qualcuno, prima o poi, dovrà aprire una seria indagine giudiziaria internazionale, e soprattutto la scelta di dimenticarsi di Palmira, simbolo della “grande vittoria” di Damasco e Mosca contro l'oscurantismo islamista, è un errore tattico-strategico tanto banale quanto grave.

Ma forse c'è di più e per farsene un'idea, o forse solo una suggestione, basta mettere in fila gli ultimi importanti eventi: lunedì 5 dicembre, appena quattro giorni prima dell'offensiva di Daesh su Palmira, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva respinto l'ennesima risoluzione per un cessate il fuoco ad Aleppo grazie al veto di Cina e Russia, con quest'ultima che aveva spiegato come il pericolo legato “ai terroristi” fosse ancora molto vivo. Il termine “terroristi” però è utilizzato dai russi per indicare chiunque imbracci le armi contro il regime di Assad, un modo come un'altro di non esser chiari e avere così maggiori spazi di manovra.

Palmira si trova molto più a sud-est di Aleppo, sulla mappa della martoriata Siria, e i destini delle due città non erano mai stati legati. Almeno fino ad oggi: in tal senso la perdita di Palmira non rappresenta, come invece scrive ad esempio la BBC, “un imbarazzo” per Mosca. Rappresenta l'esatto contrario, è il pretesto perfetto per accelerare le operazioni ad Aleppo (cosa in effetti avvenuta) in nome della “lotta al terrorismo”. Le truppe lealiste di Assad non sono “meno forti” di un tempo, sono esattamente come erano un tempo: non per niente dal 2011 la Siria è diventata terra di nessuno, divisa tra Stato Islamico, miliziani islamisti di varie sigle, disertori, ribelli siriani, regime di Damasco, signori della guerra e chissà chi altro ancora.

Ma non solo: come sottolineato da Emanuele Rossi su Formiche “se Assad dovesse mettere su un piatto battere i ribelli non-Isis ad Aleppo e cedere ai tagliagole le rovine romane di Palmira non esiterebbe un attimo sul scegliere la prima opzione. La coperta è corta”. Una questione non da poco e che le Nazioni Unite sono tenute a tenere in alta considerazione, o meglio sarebbero vista l'evanescenza dell'ONU in Siria dal 2011 ad oggi: Assad e i suoi alleati stanno davvero combattendo “il terrorismo” di Daesh? E di quale altro “terrorismo” stiamo parlando? Forse dei ribelli lealisti, dell'opposizione armata, dei tanti piccoli gruppi armati islamisti che affollano il nord della Siria? Difficile a dirlo, se non facendo semplici supposizioni. Vista così, è davvero “un successo” la riconquista di Aleppo annunciata poche ore fa dal regime di Assad?

Oggi chi comanda veramente, in Siria, è la Russia. Dopo di lei ci sono gli iraniani e i libanesi di Hezbollah, che hanno arrolato, armato e addestrato milizie sciite in Pakistan e nel Golfo, inviandole in Siria a sostenere Assad, solo quarto nella catena di comando: che cosa resterà della Siria e della sua effettiva sovranità una volta finita la guerra civile? La stessa domanda se la sono posta tutte le parti in causa: oggi a fare la parte della lepre dentro una gabbia di lupi è proprio il regime di Bashar al-Assad.