Siria: i Marines degli Stati Uniti marceranno su Raqqa con russi e turchi?

Siria
Un soldato di opposizione in Siria REUTERS/Bassam Khabieh
  • Washintgon sta schierando i Marines al confine con la Siria per l'assalto finale a Raqqa;
  • L'alleanza Russia-Turchia-USA sul campo potrebbe cancellare definitivamente Daesh dalla Siria, ma a quale prezzo?

Secondo quanto riferito da un alto funzionario militare americano al quotidiano inglese The Guardian gli Stati Uniti avrebbero dispiegato in territorio siriano “qualche centinaio di marines”, che prepareranno la battaglia finale per la riconquista di Raqqa, capitale politica del sedicente califfato.

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A questo la Reuters ha aggiunto che il presidente Donald Trump in persona starebbe pensando di dispiegare 1000 soldati in Kuwait, che servirebbero come forza riservista nella lotta contro Daesh: l'obiettivo di Washington sarebbe di accelerare i tempi per l'offensiva su Raqqa, concedendo anche una certa flessibilità di manovra ai comandanti americani sul campo, per rispondere più rapidamente alle opportunità ed alle sfide sul campo di battaglia.

Per fare questo il Comandante in capo Donald Trump starebbe pensando di dare più poteri alle alte sfere dell'esercito americano sul campo di battaglia, di fatto delegando alcune decisioni finali ai comandanti in Siria e Iraq, soprattutto le decisioni relative all'aumento delle forze armate proprio in Kuwait. Nulla è stato dato per certo, e le fonti citate dalla Reuters sono fonti anonime, ma è da diverso tempo che girano voci circa un cambio di rotta dell'amministrazione USA in Siria rispetto alle politiche militari non-interventiste adottate da Barack Obama in precedenza, anche se non è ancora chiaro quale sia la posizione del Segretario della Difesa Jim Mattis in tal senso.

Verso Raqqa Un'infografica spiega come si stanno muovendo le forze intorno a Raqqa  IBTimes Italia/Giovanni de Mizio + OpenStreetMap

Qualche giorno fa l'Associated Press ha pubblicato la notizia di un attraversamento del confine, l'ingresso in Siria dal Kurdistan iracheno da parte di un convoglio militare statunitense. Il convoglio era in viaggio verso Manbij, recentemente liberata da Daesh in una battaglia definita “la quasi-fine della guerra in Siria” da parte del quotidiano The Independent. La città siriana era stata riconquistata agli islamisti di Daesh lo scorso agosto dalle Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione ribelle mista curdo-araba di cui fanno parte le truppe curde YPG, Unità di protezione del popolo, e sostenuta dagli Stati Uniti.

Più volte la Turchia, per bocca del suo Ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, aveva minacciato nei mesi scorsi di attaccare i curdi a Manbji: un fatto che, se si verificasse, rischierebbe di far ripiombare nel baratro l'intera Siria, anche perché gli unici ad aver sconfitto sul campo i miliziani di Daesh nello scontro diretto sono stati proprio i curdi. Erdogan aveva così commentato la situazione di Manbji: “Non è un posto per le YPG. Appartiene agli arabi”. Che poi è quello che è successo: i curdi hanno annunciato pochi giorni fa di aver raggiunto un accordo con Mosca per consegnare all'esercito siriano la parte ovest della città di Manbji, una risposta chiara agli ultimatum di Ankara: “Annunciamo di aver raggiunto un accordo con i russi di consegnare alle guardie di confine siriane che fanno capo al governo i villaggi che si trovano sulla linea di contatto con le forze dello Scudo dell'Eufrate”.

La presenza americana in Siria e in Kuwait potrebbe quindi rientrare in questo accordo tra curdi e Russia e non solo, potrebbe rappresentare uno dei primi esempi di cooperazione militare tra Mosca e Washington, anche se qui sconfiniamo un po' nel mondo delle ipotesi, remote ma possibili. Citato dall'Associated Press Jeff Davis, portavoce del Pentagono, ha confermato la presenza di qualche centinaio di americani in Siria, dispiegati come deterrenza per l'ordine e la disciplina tra le varie milizie che compongono la coalizione internazionale anti-Daesh: “L'unica lotta che dovrebbe tenersi in questo momento è contro Daesh” ha detto Davis all'AP.

I militari dispiegati da Washington in Siria, scrive Task&Purpose, sono dei Ranger del 75esimo reggimento, forza specializzata in incursioni ma non nella battaglia in campo aperto e che quindi in un certo senso mantiene fede all'impegno americano di formazione e sostegno delle milizie sul campo. Ma il migliaio di soldati dispiegati in Kuwait sono altro affare: saranno il vero deterrente di Washington, con il compito di “rassicurare” gli amici e “scoraggiare” il nemico e, soprattutto, per tenere gli amici uniti nonostante divisioni e tensioni. Ma non è chiaro quanto e se saranno operativi sul campo: “Si tratta di fornire più opzioni” ha detto un funzionario americano alla Reuters.

La revisione della propria strategia militare in Siria da parte di Washington è quindi di fronte ad un bivio e non sarà priva di difficoltà: secondo Marine Corps Times infatti il numero di cecchini che ottengono l'abilitazione al corso specialistico organizzato dalla Difesa americana è in calo e sono sempre meno i nuovi tiratori scelti ad arrivare alla fine del corso: lo scorso anno si attestavano attorno al 44 per cento, ben lontano da quel 56 per cento che il Training Command ha registrato pochi anni fa, nel 2012.

Quello che si delinea in Siria, per l'ultimo attacco da sferrare a Daesh nella sua capitale politica, è un inedito triumvirato militare Russia-USA-Turchia, che onorerà probabilmente il vecchio detto “il fine giustifica i mezzi” unendolo all'altrettanto famoso “il nemico del mio nemico è mio amico”.