Siria, liberata da Daesh la città di Manbij: per il Califfato le cose si mettono davvero male

Taglio barbe a Manbij liberata
Il taglio delle barbe nella città siriana di Manbij appena liberata dai ribelli SDF. Siria, 12 agosto 2016. REUTERS/Rodi Said

Dopo due anni sotto il giogo dello Stato Islamico Manbij, città del nord della Siria, è stata liberata: i ribelli del Syrian Democratic Forces (SDF) venerdì 12 agosto hanno decretato la città finalmente “libera” al 90 per cento e dichiarato chiuso il capitolo dell'oscurantismo religioso.

Sharfan Darwish, portavoce delle SDF, in un post su Facebook ha riferito della liberazione di buona parte della città mentre in alcuni quartieri periferici la battaglia è continuata fino a tarda sera, “operazioni di compensazione” per scovare gli ultimi miliziani di Daesh.

La battaglia di Manbij è stata una delle più feroci nella guerra a Daesh: l'Operation Martyr, chiamata anche Commander Faysal Abu Layla, era stata lanciata a fine maggio dall'SDF - sostenuti dagli statunitensi e dalle milizie curde YPG - ha provocato migliaia di morti, 100.000 sfollati mentre altre centinaia di civili venivano usati come scudi umani dai miliziani di Daesh, cosa che ha rallentato di molto l'azione di liberazione della città, costringendo le milizie SDF a una campagna casa per casa per stanare i miliziani islamisti. 

Secondo l'Agence France-Presse durante le fasi di ritirata le milizie islamiste hanno attraversato i quartiere di Al-Sirb rastrellando i civili e prendendoli in ostaggio e secondo l'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani venerdì 12 agosto 500 vetture sarebbero riuscite a lasciare la città con a bordo diversi miliziani e molti civili dirigendosi verso Jarablus, città controllata ancora da Daesh al confine con la Turchia.

Uno degli aspetti curiosi della battaglia di Manbij, ma che si ritrova in diversi scenari in Siria, è la cittadinanza dei combattenti: secondo fonti locali i foreign fighters fedeli al Califfo sarebbero stati 5-6 uomini ogni 10 ma anche tra le fila SDF si contano forze straniere, perlopiù cittadini inglesi di seconda generazione tornati nella terra dei loro padri fuggiti dalla dittatura di Assad. In virtù di questo sembra che diverse battaglie siano state di “inglesi contro inglesi”, islamisti contro ribelli della stessa nazionalità venuti in Siria richiamati dalle sirene di guerra.

La perdita di Manbij per le truppe di Daesh è una sconfitta anche strategica, una battuta d'arresto importante se letta dal punto di vista dell'espansione territoriale dello Stato Islamico ma secondo Reza Sayah, reporter di Al-Jazeera di base a Gaziantep ci sarebbero notizie circa un possibile accordo tra SDF e Daesh, accordo che avrebbe permesso a questi ultimi di lasciare la città indisturbati.

Manbij, circa 40 chilometri a sud dal confine con la Turchia, era un importantissimo hub per il contrabbando di armi e reclutare foreign fighters e secondo il Telegraph localmente era stata soprannominata “little London” per l'alto numero di combattenti islamisti provenienti proprio dalla Gran Bretagna. All'arrivo delle SDF la popolazione è esplosa in momenti di felicità, le donne che sollevavano i loro niqab neri mentre gli uomini sfidavano il destino fumandosi con fare liberatorio una sigaretta. Molti di loro si sono fatti radere le barbe che erano costretti a portare e non riuscivano a credere che l'incubo islamista fosse terminato: i miliziani di Daesh, durante l'assedio, minacciavano di morte chiunque cercasse la fuga dall'inferno della guerra e sono molte le famiglie che si erano rintanate nelle cantine e sotto le macerie in attesa che la burrasca di piombo e fuoco terminasse.

Secondo alcune testimonianze riportate dal Telegraph un kamikaze si sarebbe fatto esplodere in mezzo alla folla per impedire che i civili lasciassero la città durante l'assedio e i miliziani di Daesh utilizzavano bambini per le comunicazioni e come vedette e diverse donne erano state addestrate come cecchini.

Con la perdita di Manbij Daesh fa un ulteriore passo indietro e perde uno snodo importantissimo per i propri rifornimenti, siano essi armi o uomini. E con la battaglia di Aleppo che imperversa 90 chilometri a ovest e la morsa di americani e curdi da nord e siriani e russi da sud attorno alla “capitale” del Califfato, Raqqa (130 chilometri a sud-est da Manbij) sembra che la resa dei conti con gli uomini fedeli ad Al-Baghdadi sia una questione affrontabile nel giro di qualche mese.

Liberare Raqqa però non sarà affatto facile e certamente si tratterà di una battaglia sanguinosa e piena di orrori: l'esperienza che in questi giorni sta vivendo Aleppo, battaglia chiave per l'esito della guerra civile siriana (quella contro Daesh è un'altra guerra ancora, tra le varie che si combattono in Siria), è solo il prologo alle cronache che con ogni probabilità dovremo scrivere sulla battaglia per la liberazione di Raqqa.