Solo il 6% delle domande di asilo politico viene accolto. Che fine fanno le altre?

di 30.09.2015 17:21 CEST
Salvini
Matteo Salvini REUTERS/Tony Gentile

Il boccone è amaro da digerire, ma qualcuno deve pur farlo. Matteo Salvini ha ragione: delle quasi 25 mila domande presentate nel 2015, solo il 6% ha portato all'ottenimento dell'asilo politico

 

Nello spargere il proprio verbo sui social, preso dalla foga il Capitano lascia per strada alcuni tasselli fondamentali del puzzle. Il punto è questo: se solo per una risicata minoranza è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico, tutti gli altri sono automaticamente feccia della feccia (la definizione di clandestini, dal dizionario salviniano) mantenuta dallo Stato? Tutt'altro.

Insieme al 6% di domande che si sono tradotte in asilo politico, l'europarlamentare dimentica infatti di riportare le proposte di permesso umanitario, relativo al 25% del totale delle richieste, e il riconoscimento della protezione sussidiaria, relativo al 19%. Amalgamando il tutto, emerge chiaramente quindi che il 50% delle richieste di protezione internazionale presentate all'Italia nei primi mesi del 2015, con buona pace dei Caps Lock del Capitano, ha avuto esito positivo. E ciò significa che l'appellativo negativo di "clandestini" non può essere esteso alla "maggioranza assoluta" dei richiedenti, anzi.

Per estrema precisione, i "dati ufficiali" cui fa riferimento Salvini nel suo analogo messaggio su Facebook sono stati estrapolati dal 'Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2015', documento redatto annualmente da Anci, Caritas, Fondazione Migrantes e SPRAR, in collaborazione con UNHCR. Tra l'altro, ma questo è certamente secondario, il leader del Carroccio sbaglia nel riportare il lasso di tempo in cui è stata effettuata la rilevazione, che non è relativa ai primi sei mesi del 2015, bensì ai primi cinque (dall'inizio di gennaio alla fine di maggio).

Superate le sviste salviniane, il caso permette di aprire una parentesi importante sul funzionamento della protezione internazionale (e non) nel nostro Paese. Di seguito, in breve, cercheremo di presentare il quadro il più chiaramente possibile.

Status di rifugiato politico

Il rifugiato politico è "colui che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese". La definizione, a partire dalla Convenzione di Ginevra e dal Decreto Legislativo 251 del 2007, è riportata in una "guida per richiedenti asilo" messa a punto dal Viminale.

Come nei primi mesi del 2015, anche in passato sul totale delle domande di protezione presentate all'Italia, i riconoscimenti dello status di rifugiato hanno rappresentato una minoranza. Nel 2014, a fronte di un 60% di richieste con esito positivo, solo il 10% ha dato accesso all'asilo politico. L'anno precedente, il 2013, con il 61% di domande accolte l'asilo politico è stato attivato nel 13% dei casi.

Una plausibile spiegazione a questi dati più o meno omogenei può essere ricercata nel ruolo che svolge l'Italia nel tragitto di molti migranti. Non un punto di arrivo, bensì una tappa che porta nel Nord dell'Europa.

Protezione sussidiaria

Come l'asilo politico, anche quest'ultima rientra nella fattispecie della protezione internazionale. Secondo il già citato documento del Viminale, questa viene applicata "a un cittadino non appartenente all’Unione Europea, o apolide, che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che se tornasse nel Paese di origine, o nel Paese nel quale aveva la propria dimora abituale correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno (ad esempio la pena di morte o la tortura, ndr.), e il quale non può o non vuole, a causa di tale rischio, avvalersi della protezione di detto Paese".

Rispetto all'andamento del riconoscimento dello status di rifugiato, la protezione sussidiaria ha avuto un calo costante dal 2013 ad oggi. Se due anni fa veniva applicata infatti nel 24% dei casi, nel 2014 scendeva fino al 22%, fino ad arrivare al 19% dei primi mesi del 2015.

Protezione umanitaria

A differenza dei casi analizzati precedentemente, questa non è relativa alla protezione internazionale. Stando al Viminale, "le questure possono rilasciare un permesso di soggiorno per motivi umanitari tutte le volte in cui le Commissioni Territoriali, anche se non riconoscono alcuna forma di protezione internazionale (status di rifugiato e protezione sussidiaria), ritengono sussistere i presupposti per il riconoscimento di una protezione umanitaria".

Nella sua applicazione, la protezione umanitaria riconosce al migrante un numero inferiore di diritti, così come inferiore è la validità del permesso (5, 3 e un anno rispettivamente per l'asilo politico, la protezione sussidiaria e l'umanitaria). Tra il 2013, il 2014 e i primi 5 mesi del 2015 a quest'ultima è stato fatto ricorso nella maggior parte dei casi, con un'incidenza sul totale rispettiva del 24, 28 e 25%.

E se le domande di protezione vengono rigettate?

Innanzitutto al migrante cui la commissione territoriale incaricata abbia respinto la richiesta di protezione, ha diritto al ricorso. Questo può essere protratto, passando dall'Appello, fino in Cassazione. Fuori dall'Italia, un ricorso può essere presentato all'attezione della Corte EDU.

Qualora in ogni grado di giudizio (italiano) la sentenza di rigetto non venga ribaltata, al migrante viene consegnato un foglio di via che dovrebbe rappresentare l'anticamera dell'espulsione. Il condizionale, tuttavia, è d'obbligo. Perché i decreti di espulsione siano portati a termine, è necessario per l'Italia contattare il Paese di provenienza del migrante, così che possa essere riconosciuto e possa ottenere i documenti necessari al respingimento.

Nel caso in cui questo non avvenga – o nel caso l'interessato faccia perdere le sue tracce nel tentativo di aggirare il respingimento, rimanendo nel Paese o meno -, il migrante deve rimanere in Italia.