Spending review e il gioco delle tre carte: i trucchetti della politica non ci salveranno dalla catastrofe

Gentiloni
Paolo Gentiloni REUTERS/Tony Gentile

Siamo alle solite. Ieri il commissario alla spending review Yoram Gutgeld ha illustrato il primo rapporto sui tagli alla spesa dal 2014 ad oggi. Per mettere a tacere tutti i giornali che, dice, scrivono che i tagli alla spesa non si fanno o si fanno male, il commissario renziano presenta un menù di tagli dal 2014 al 2017 che vale nel complesso quasi 30 miliardi.

Benissimo, peccato che dirlo così significa fare un torto alla realtà. In realtà il commissario ha fatto il solito giochino delle tre carte inserendo per esempio il bonus 80 euro tra i tagli alla spesa che hanno contribuito ad abbassare la pressione fiscale, ma anche tra le spese sociali e assistenziali. In generale le risorse prese da una parte sono state spostate da un’altra quindi più che a riduzione della spesa pubblica siamo di fronte ad uno spostamento della spesa pubblica, ma il saldo finale non cambia: l’Italia resta tra i Paesi europei con più alta spesa rispetto al PIL (dopo Svezia, Austria e Francia).

La spending review da qualche anno è il terreno su cui Governi, commissari, politica e osservatori hanno ingaggiato la guerra dei numeri. Basta spostare un capitoli di spesa o di risparmio da una parte all’altra di una slide per proporre facilmente agli elettori una realtà distorta. Ma il trucchetto delle tre carte che tanto piace ai governi italiani non ci salverà dai prossimo appuntamenti con le realtà, quella vera. In autunno la legge di bilancio parte da meno 19 miliardi, quelli che il Governo deve trovare per disinnescare le clausole di salvaguardia. A questo si dovranno aggiungere altre misure e riforme per spingere la crescita e onorare gli impegni sul fronte del bilancio, a meno che anche quest’anno Bruxelles non sia disponibile a chiudere un occhio.

Quello che la nostra politica non vuole capire è che, se in patria tutto è concesso e i trucchetti funzionano per convincere qualche elettore dell’efficienza del Governo, appena varchiamo la soglia dei confini nazionali la musica cambia. Il 2018 sarà un anno molto difficile, sono tante le sfide che si aspettano e non possiamo pensare di vincerle presentandoci con un mazzo di carte truccate.

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La storia infinita della spending review 


Dal Governo 2011 di Mario Monti abbiamo assistito ad una vera e proprio strage di commissari alla spending review: Piero Giarda, Enrico Bondi, Carlo Cottarelli, Roberto Perotti e ora Yoram Gutgeld, consigliere economico del leader Pd e uomo di Matteo Renzi. Alcuni di loro sono stati cacciati, altri hanno sbattuto la porta perché messi nelle condizioni di non lavorare.

Ora Gutgeld stanco di leggere sui giornali critiche all’azione di Governo, presenta il primo rapporto dei mirabolanti risultati della spending review dell’era Renzi-Gentiloni. Dal 2014 al 2017 il commissario stima 29,9 miliardi di risparmi, ma questa stima comprende anche voci di spesa che sono state semplicemente spostate o riclassificate.

Lo dimostrano i dati ISTAT sulla spesa pubblica cresciuta nel 2016 oltre gli 829 miliardi (nel 2011 erano 808 miliardi). Come spiega sul blog Mario Seminerio il gioco della tre carte ruota ancora intorno al ruolo del bonus del governo Renzi di 80 euro che a seconda delle esigenze viene contabilizzato come riduzione di spesa, come taglio di tasse o come spesa previdenziale.

Nella decima slide della presentazione di Gutgeld sono illustrati i risultati raggiunti dalla spending review:

- Riduzione del deficit dal 3% al 2,1%;

- Riduzione della pressione fiscale dal 43,6% al 42,3%;

- Ampliamento e ammodernamento dei servizi pubblici con “Prestazioni sociali” per 12,7 miliardi; sanità 3,7 miliardi; spesa per migranti 3,4 miliardi; scuola 3 miliardi e sicurezza un miliardo.

In fondo alla pagina un asterisco precisa che la riduzione della pressione fiscale cala calcolando gli 80 euro come riduzione di tasse, ma il bonus renziano torna anche tra le prestazioni sociali. Un vero e proprio jolly.

Del resto la stessa relazione di Gutgeld spiega che la spending review “ha creato due terzi delle risorse messe a disposizione” per conseguire altri obiettivi, tra cui “la riduzione della pressione fiscale” e “il finanziamento dei servizi pubblici essenziali”: risorse spostate da una parte all’altra.

Al netto di questo becero gioco delle tre carte, un dato preoccupante però riguarda la riduzione degli investimenti, l’unica cosa forse che in questo Paese non dovrebbe calare. Dal 2011 ad oggi sono calati del 27%, ad un ritmo di circa il 4% annuo.

Ma ci sono anche delle voci che calano davvero, ma non per merito del Governo. Gli interessi sul debito per esempio (i più alti in Europa) sono scesi da 77,5 miliardi del 2013 a 66,2 miliardi grazie al Quantitative easing della BCE che ha tagliato i tassi fin sotto lo zero e comprato miliardi di titoli di Stato. Ma il ritmo degli acquisti della BCE sta già rallentando e ci avviciniamo alla fine del QE quando l’Italia dovrà trovare da sola acquirenti per i titoli di Stato.

Le sfide del 2018


Il graduale ritorno alla normalità sarà soltanto una delle sfide che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi mesi. Il primo appuntamento è fissato con la legge di bilancio 2017 quando il Governo dovrà trovare quasi 20 miliardi di euro per disinnescare le clausole di salvaguardia che altrimenti provocheranno l’aumento dell’IVA e delle accise a partire del primo gennaio 2018. Fatto questo i margini di bilancio per fare altro saranno strettissimi anche a seconda della disponibilità di Bruxelles a chiudere un occhio sui conti italiani.

Il prossimo anno poi dovremo fare i conti con la fine del QE e il ritorno alla normalizzazione dei tassi. A quel punto i mercati torneranno a valutare il rischio Paese e l’Italia senza lo scudo di Mario Draghi rischia di tornare nell’occhio del ciclone. Non solo. Il mercato guarda con molta apprensione alle elezioni politiche: saltate probabilmente quelle anticipate a settembre, gli italiani saranno chiamati al voto nel 2018 e l’affermarsi di forze populiste e euroscettiche potrebbe mettere l’italia sotto pressione.

Insomma, il 2018 non sarà un anno facile. La crescita italiana resta fiacca e ultima della classe in Europa, il Paese non è pronto a camminare sulla proprie gambe senza l’appoggio della BCE e far quadrare i conti della legge di bilancio sarà un’impresa faticosa. Se i giochini e i trucchetti all’interno del Paese possono funzionare, saranno però totalmente inutili all’appuntamento con la realtà.