Stallo di Aferpi paradigma d'Italia: come burocrazia, banche e politica uccidono il Paese

produzione acciaio
foto di un lavoratore in una fornace reuters

La buona volontà c’era, l’appoggio politico di Governo e Regione pure, ma a due anni circa dal piano di rilancio delle acciaierie di Piombino la situazione è in stallo totale. Cevital, azienda algerina che ha rilevato la Lucchini di Piombino commissariata dal 2012, non è riuscita a portare a termine, anzi a mala pena a far partire, il suo progetto per la riconversione industriale e rilancio dell’area.

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Ad oggi, quando sono passati quasi due anni da quel 30 giugno 2015, data della firma dell’Accordo di programma con la Regione e il Ministero dello Sviluppo economico, a Piombino regna la delusione e i sindacati sono tornati sulle barricate portando la vertenza a Palazzo Chigi.

Ma cos’è che ha impedito al magnate algerino Issad Rebrab, patron di Cevital, uno dei dieci uomini più ricchi del continente africano, di far ripartire l’ex Lucchini? La risposta ovviamente non può essere univoca, ma piuttosto un puzzle di più fattori: in primis la difficoltà ad accedere al credito delle banche italiane, da sempre molto tiepide nei confronti del piano di Rabrab; i lenti ed estenuanti passaggi burocratici necessari ad ogni passo; e la scarsa redditività della produzione dell’acciaio italiano sempre più minacciato dalle produzioni straniere a basso costo.

La storia non è nuova: sono diversi gli esempi di aziende italiane bollite, portate apparentemente in salvo da un Cavaliere bianco che promette un piano strategico di rilancio che poi finisce per scontrarsi con i tipici problemi italiani. Tra queste anche Alitalia: dopo numerosi salvataggi, nel 2014 è arrivato il colosso emiratino Etihad con un piano per il ritorno alla redditività entro il 2017. Ad oggi la compagnia aerea è sull’orlo della paralisi senza soldi in cassa per pagare stipendi e far volare gli aerei. Le banche non hanno più intenzione di buttare soldi in un’azienda bollita, obsoleta per modello di business, surclassata dalle low cost anche nei cieli italiani. Inoltre Etihad non ha trovato nel Governo italiano l’appoggio necessario per sbloccare la situazione.

E così in questi casi, la buona volontà dei Salvatori stranieri deve fare i conti con un Paese che ha nei tempi e modi della burocrazia, nell’incertezza della giustizia, nel blocco del credito e nell’inaffidabilità della politica i suoi mali peggiori. In Italia non mancano le menti, le idee e la capacità di trovare investitori pronti a scommettere, ma mancano gli ingredienti basilari affinché si realizzino progetti e piani di rilancio.

La Lucchini di Piombino come paradigma d’Italia

Lo stabilimento siderurgico di Piombino è un complesso industriale di 12mila metri quadrati specializzato nella produzione dell’acciaio. Nel 2005, la Lucchini in seguito ad una crisi finanziaria, è finita nelle mani della Severstal del magnate russo Alexei Mordashov uscito pochi anni dopo dal business dell’acciaio. Travolta da una nuova crisi nel 2011, fallito il piano di ristrutturazione, la Lucchini entra in amministrazione straordinaria nel 2012 quando il ministero dello Sviluppo economico nomina Piero Nardi commissario. Nel 2013 il Tribunale di Livorno ha dichiarato lo stato di insolvenza della Lucchini accogliendo la richiesta di accesso alle procedure previste dalla legge Marzano (fatta dopo il fallimento della Parmalat). Ma il momento cruciale per la storia della Lucchini è arrivato il 24 aprile 2014 quando è stato spento, dopo l’ultima colata, l’altoforno dell’azienda, simbolo per qualcuno di inquinamento e industrializzazione selvaggia e per altri di vigore della produttività e simbolo di Piombino.

Da qui si accendono i riflettori della politica sull’area e il Governo Renzi firma con la Regione un piano per la riconversione industriale di Piombino inserita nell’elenco (insieme a Livorno) delle aree nazionali di crisi industriale complessa per le quali lo Stato si impegna a stanziare ingenti risorse.

A quel punto mancava solo un acquirente. Il 30 giugno 2015 è stato il giorno dell’investitura ufficiale di Rebrab a nuovo proprietario della Lucchini che sotto la guida di Cevital ha assunto il nome di Aferpi che sta per “Acciaierie e Ferriere di Piombino”.

L’offerta di Cevital - in gara con l'indiana Jindal south west per l’acquisizione della Lucchini – è stata considerata più convincente dal punto di vista degli investimenti, 400 milioni di euro, e occupazionale (promessa la riassunzione di tutti i 2.183 lavoratori).

In breve il piano di rilancio prometteva il rilancio dell’ex Lucchini in due anni e un nuovo volto per Piombino entro quattro anni grazie alla parola d’ordine “diversificazione”. Nel progetto di Rebrab c’era la demolizione dei vecchi capannoni più vicini alla città e l’utilizzo dello spazio liberato per attività logistica e agroalimentare con la realizzazione di un complesso di triturazione di semi oleosi con un investimento di 220 milioni e la creazione di altri 700 posti di lavoro. Intanto tutti i 2mila dipendenti della Lucchini sarebbero tornati a lavoro grazie al rilancio dell’attività siderurgica: costruzione di due forni elettrici e di un nuovo laminatoio in aggiunta ai due esistenti, per una capacità a regime di 2 milioni di tonnellate l'anno. L’idea era di spingere lo sviluppo del porto e dei collegamenti rotaia-gomma per facilitare l’arrivo e la partenza di materie e prodotti finiti.

Progetto in stallo

Ad oggi però, quasi due anni dopo poco o niente degli interventi contenuti nel piano di rilancio è stato fatto. I lavoratori sono tornati al lavoro, ma con i contratti di solidarietà e la produzione non è ripartita per la mancanza di materie prime.

Regione, lavoratori e sindacati, dopo aver chiesto più volte a Rebrab di rispettare le promesse fatte, hanno perso la pazienza e invocato l’intervento del Governo. La vertenza Aferpi arriva quindi a palazzo Chigi, ma l’ultimatum del MISE, che ha convocato l’azienda per un aggiornamento del piano industriale e un cronoprogramma preciso, non ha portato ad alcun risultato. Nelle ultime settimane si sono susseguiti gli incontri a Roma nei quali però l’azienda algerina non avrebbe portato le risposte e le rassicurazioni richieste.

Perché il piano di rilancio non è stato realizzato? Il magnate algerino lamenta da mesi la mancanza di linee di credito da parte delle banche italiane. All’inizio Aferpi ha ottenuto una linea di credito da 7,5 milioni, ma per avviare davvero il piano era necessario un prestito ponte di sei mesi di almeno 20 milioni e un accordo per finanziare l'intero progetto che vale oltre 400 milioni. Ma le banche italiane hanno sbattuto la porta in faccia a Rebrab così ad Aferpi mancano i soldi per acquistare i semilavorati necessari per far funzionare il laminatoio. E se la produzione procede con il freno a mano tirato anche i dipendenti tornano al lavoro con il contagocce.  

A questo si aggiunge la lentezza generale della macchina statale. Nell’Accordo di programma per il rilancio dell’area sono previsti diversi interventi anche di bonifica, infrastrutturali, di finanziamenti alle imprese e alla formazione dei lavoratori che procedono con una lentezza estenuante. Nella provincia di Livorno, i due Accordi di programma hanno drenato risorse pubbliche per 582 milioni a Livorno e 142 su Piombino, ma senza ottenere gli effetti sperati.

Sindacati, aziende e associazioni lamentano i continui rinvii, le proroghe, i tempi infiniti e i numerosi passaggi burocratici che bloccano l’avvio dei bandi per i finanziamenti e la realizzazione delle opere necessarie. Anche questa è una caratteristica italiana: all’emergenza di una situazione di crisi drammatica non corrisponde mai l’urgenza dell’intervento. Come se firmare accordi di rilancio fosse sufficiente a realizzarli davvero.

Infine resta il problema della concorrenza internazionale: altri Paesi, la Cina in primis, producono e lavorano l’acciaio a costi nettamente inferiori di quelli italiani danneggiando le altre produzioni. Lo confermano gli ultimi dati sull’andamento del settore in Italia: l’ultima rilevazione della banca dati di Bilanci d’acciaio relativa al 2015 evidenzia fatturati in calo, utili in calo mediamente del 95% e una redditività che nell’ultimo triennio arranca intorno alla soglia del 3%.

Al netto dei problemi legati alla concorrenza internazionale, resta il problema di fondo che riguarda ogni settore e produzione: l’Italia non riesce a creare le condizioni per lo sviluppo delle aziende. Se non si semplificano le procedure, se non si tagliano i tempi, se non si rende più efficiente la macchina burocratica e le banche più disponibili al credito, nessun Salvatore sarà mai in grado di metterci in salvo.