Strage di civili a Mosul ovest, sospesa la campagna militare: dopo Daesh ci sarà l'anarchia?

West Mosul
Civili sfollati lasciano la propria casa durante i combattimenti tra le forze irachene e i miliziani di Daesh. Mosul ovest, Iraq, 24 marzo 2017. REUTERS/Suhaib Salem

Diverse decine di civili, l'ultimo bilancio è 150 persone, sono morte sotto i bombardamenti aerei della coalizione occidentale anti-Isis a Mosul ovest, nel nord dell'Iraq, dove infuria la battaglia per la liberazione della città dagli uomini del califfato. L'attacco aereo è avvenuto lo scorso venerdì 17 marzo e sabato 25, a più di una settimana dalla pioggia di bombe, i soccorritori stavano ancora estraendo i corpi dalle macerie: i bombardamenti si sono concentrati sopratutto sulla zona di al-Jadida ed è stato definito dagli stessi soccorritori uno dei bombardamenti più mortali della storia del paese dal 2003 ad oggi.

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Secondo il Guardian, che ha interpellato fonti locali, sotto le macerie potrebbero esserci ancora un centinaio di corpi e secondo un fixer dell'agenzia curda Rudaw 137 persone – perlopiù civili – sono morte quando un missile ha colpito un edificio residenziale ad al-Jadida mentre altre 100 persone hanno perso la vita nelle aree circostanti. Nello scantinato di uno degli edifici crollati infatti sembra che si fossero rifugiate decine di persone. Diverse fonti militari irachene hanno inoltre confermato che, proprio per l'evidenza di quella strage, i combattimenti e le operazioni militari sono state temporaneamente sospesi.

L'attacco del 17 marzo era stato richiesto dalle forze di sicurezza irachene, che combattono strada per strada contro i miliziani di Daesh, le trappole esplosive disseminate ovunque, gli uomini-bomba e i cecchini piazzati sui tetti e tra le rovine della seconda più grande città dell'Iraq, nel cuore della piana di Ninive: “L'organizzazione terroristica Daesh cerca di arrestare con ogni mezzo possibile l'avanzata delle forze irachene a Mosul. Radunano i civili […] e li usano come scudi umani” ha dichiarato all'AFP Nawfal Hammadi, governatore della provincia irachena. Secondo un generale iracheno, che ha parlato con AFP in condizioni di anonimato, i bombardamenti del 17 marzo hanno gravemente danneggiato 27 edifici residenziali, di cui 3 sono stati completamente distrutti.

A Mosul ovest è impossibile avanzare con le retroguardie protette dall'artiglieria pesante: i carri armati e i mezzi militari non possono muoversi nelle strette stradine del centro storico della città, un dedalo densamente popolato di case e palazzi da cui sono fuggite più di 200.000 persone in meno di un mese di campagna militare. Inoltre è impossibile per le truppe di terra utilizzare armi pesanti, come mortai ed RPG, in quell'area urbana: secondo un rapporto della difesa inglese sui combattimenti del 17 marzo, citato dal Guardian, le condizioni a terra “sono molto impegnative” e questo ha spinto i comandanti delle truppe a chiedere il sostegno aereo negli intensi combattimenti urbani: utilizzando missili a guida laser Paveway (il modello non è stato specificato) la coalizione ha distrutto, oltre agli edifici, 50 veicoli militari in dotazione agli uomini di Daesh e colpito 25 postazioni di combattimento, da dove i cecchini sparavano sulle forze di liberazione.

Secondo fonti statunitensi citate dalle agenzie stampa internazionali è in corso un'indagine su quell'attacco aereo: non è chiaro quali siano gli aerei che hanno partecipato ai raid e non sono chiare, quindi, eventuali responsabilità. Forse non lo saranno mai. Il Guardian scrive che tra le forze aeronautiche che partecipano solitamente a questi attacchi i britannici sono sempre in prima linea ma un portavoce dell'aviazione inglese ha dichiarato che “non abbiamo prove di essere stati responsabili di vittime civili, fino ad ora” ha dichiarato al giornale inglese, aggiungendo tuttavia che “attraverso un processo di targeting scrupoloso continueremo a cercare di ridurre al minimo le vittime civili ma questo è un rischio che non può essere del tutto escluso”.

Se è vero, com'è vero, che Daesh perde terreno ora dopo ora e che la capitolazione della loro roccaforte irachena è solo questione di tempo altrettanto vero è che le vite degli oltre 400.000 civili intrappolati a Mosul sono sempre più in pericolo: con l'intensificarsi del conflitto e con l'assidua resistenza degli islamisti, che combattono fino alla morte e costringono molti civili a fare altrettanto pena lo sterminio di intere famiglie, usate nel frattempo come scudi umani anti-bombardamenti, la crisi umanitaria peggiora ogni giorno di più. La popolazione locale, tra chi è già fuggito e chi è ancora intrappolato tra le linee del fronte, è allo stremo: carenza di acqua e cibo, medicinali introvabili, costante coinvolgimento dei civili nei combattimenti.

Secondo la UNAMI (la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq) sono almeno 6.870 i civili uccisi dalla violenza di Daesh negli ultimi 12 mesi. A questi si aggiungono quelli morti sotto i pesanti bombardamenti della coalizione a guida americana: “Fino a poco tempo fa credavamo alla coalizione quando dicevano di volersi prendere cura dei civili, per evitare vittime, al contrario dei russi. Ma negli ultimi mesi del 2016 le vittime civili sono aumentate rapidamente e il sentimento pubblico verso la coalizione si è trasformato in astio contro gli Stati Uniti e i loro sodali” ha dichiarato Chris Woods, direttore del gruppo di monitoraggio Airwars.

Il rischio è che dato l'addio all'oscurantismo di Daesh Mosul possa salutare un nuovo stato delle cose, l'anarchia. L'ex-consigliere della sicurezza nazionale irachena Muwaffaq al-Rubaie ha dichiarato a Foreign Policy che “non vi è alcun piano del governo dell'Iraq per il dopo-Mosul. Non ne ho visto nemmeno uno” e anche se i funzionari iracheni negano queste affermazioni l'assenza di cooperazione tra le forze di terra locali nelle zone già liberate fanno pensare che forse l'anarchia non sia una possibilità tanto lontana.

Come migliaia di altre volte in passato anche Mosul oggi è teatro di orrore e disperazione. Un orrore che la coordinatrice medica dell'Emergency Hospital di Erbil, nel nord dell'Iraq a est di Mosul, sintetizza così: “Io ho visto la guerra, ho visto per anni le conseguenze di questa follia. Non la capirò mai e non esiste nulla a questo mondo che la possa giustificare, nulla che mi faccia credere che questa famiglia paghi un prezzo accettabile per queste guerre “necessarie o giuste”. Milioni di persone stanno perdendo tutto, centinaia non perderanno più nulla, perché sono morte. La guerra è ‘accettare di essere disumani’.”