Sud Sudan, Juba città sotto assedio: torna la minaccia della guerra civile

Sicurezza Sud Sudan
Poliziotti e militari sudsudanesi pattugliano le strade di Juba. Sud Sudan, 10 luglio 2016. REUTERS/Stringer

Mentre venerdì 8 luglio si teneva una riunione di vertice tra il Presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar nel palazzo presidenziale di Juba, in Sudan, una violentissima battaglia è scoppiata dentro e fuori dal palazzo tra le guardie del corpo dei due politici sudsudanesi.

La nazione più giovane del mondo, nata Repubblica del Sudan del Sud solo nel 2011 dopo l'indipendenza dal Sudan, si trova sull'orlo dell'ennesima guerra civile e questo potrebbe rappresentare un problema enorme per tutta l'area subsahariana orientale.

Poche ore prima della riunione tra Kiir e Machar a pochi isolati dal palazzo di Juba si erano già avvertite le prime avvisaglie, quando spari con armi automatiche avevano squarciato il polveroso pomeriggio sudsudanese: alcune fonti riferiscono che il Presidente aveva convocato il vicepresidente per fare il punto della situazione, altri per farlo arrestare e chiudere una partita di potere vecchia di anni e le informazioni sono state, e continuano ad essere, parecchio confuse.

Agli inizi della settimana 43 persone erano state barbaramente uccise a Wau nel corso di una vera e propria battaglia tra le milizie dell'Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese e altri gruppi armati, questi capeggiati secondo Africa ExPress da Ali Tamin Fatan, “emiro” sudsudanese che vorrebbe instaurare uno Stato Islamico nell'area e soggiogarlo alla legge coranica: un'idea più folle che praticabile, vista la maggioranza cristiana non solo tra i civili ma all'interno delle stesse milizie.

Era il 9 luglio 2011 quando il Sud Sudan ottenne l'indipendenza dopo una guerra civile con il Sudan durata 29 anni, ma a 5 anni di distanza nessuno ha festeggiato la ricorrenza: per le strade di Juba le persone correvano fuggendo dai colpi di artiglieria, i festeggiamenti sono saltati e una sorta di coprifuoco è stato istituito nelle zone più calde. In realtà le tensioni, secondo alcune fonti locali, sarebbero tutte interne ai vertici del Paese: già tre anni fa il Presidente Kiir aveva accusato Machar di complotto e di aver tentato un colpo di stato e violentissimi scontri erano esplosi tra dinka e nuer, con migliaia di vittime civili. Machar era fuggito ed è tornato a Juba solo in aprile giurando come vicepresidente, dopo una sorta di accordo di pace tra le parti, e ci si è illusi per qualche mese che la situazione potesse evolversi in meglio.

Dopo il silenzio di sabato la domenica mattina le tensioni sono riemerse. Scontri a fuoco si sono registrati molto vicino alla base dei caschi blu delle Nazioni Unite e al quartier generale dell'opposizione politica a Jebel, quartiere alla periferia di Juba: Salva Kiir avrebbe ordinato l'attacco al quartier generale dell'opposizione, nel quale sarebbe stato presente uno dei capi, il generale Simon Gatwech Dual, ma va anche detto che proprio a Jebel ha la sua residenza il vicepresidente Machar. Secondo quanto riportato da Daily Monitor le violenze più preoccupanti si sono avute comunque nei pressi della base ONU. “Sono stato svegliato da colpi di pistola e ora mi trovo chiuso nel bagno” ha detto una fonte interna alle Nazioni Unite al giornalista, riferendo che molti sudsudanesi sfollati hanno chiesto in massa rifugio all'interno del compound ONU mentre erano in fuga dai combattimenti. Sono state segnalate numerose vittime, anche all'interno della base delle Nazioni Unite.

Juba è oggi una città fantasma: i residenti sono barricati nelle loro case e si combatte strada per strada mentre l'escalation di violenza sembra una spirale in salita. Secondo numerose fonti locali citate da Radio Tamazuj le opposte fazioni sarebbero quella dell'Esercito di Liberazione del popolo sudanese nel governo (SPLA-IG) e l'Esercito di Liberazione del popolo sudanese all'opposizione (SPLA-IO), che si fronteggiano a colpi di artiglieria e armi automatiche e con l'ausilio di elicotteri da combattimento e carri armati. Fino a domenica però gli stessi portavoce delle due fazioni sostenevano che “la situazione non è chiara” rimpallandosi la paternità di ogni attacco: il generale James Koang delle SPLA-IO ha anche detto che l'esercito governativo aveva bombardato con gli elicotteri la residenza di Machar, che si trova proprio nel quartiere di Jebel, che è ancora vivo e i cui più stretti collaboratori sono fuggiti a Nairobi, in Kenya.

La Croce Rossa ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un video nel quale si vedono centinaia di civili fuggire dalla base ONU e in molti stanno abbandonando le loro case per rifugiarsi altrove e sembra che i vertici politici non abbiano più il controllo delle rispettive milizie. Con una dichiarazione unanime dell'11 luglio i 15 membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno invocato il cessate il fuoco, chiedendo ai due leader di riprendere il controllo, invocando l'intervento diplomatico dei paesi dell'intera regione e dell'Unione Africana e prevedendo anche un rafforzamento della MINUSS, la missione dei caschi blu ONU. Nel frattempo due caschi blu cinesi sono morti durante alcuni scontri nei pressi della base ONU e Kiir e Machar in televisione invocano un cessate il fuoco che non arriva mai.

“Le condizioni sono veramente brutte. da questa parte abbiamo molte vittime, penso circa 50 o 60 oltre a quelle di ieri", ha detto domenica 10 luglio il capo della sicurezza di una clinica nella base Onu, Budbud Chol, citato dai RaiNews. "Abbiamo vittime civili. granate con propulsione a razzo hanno colpito la base ferendo otto persone" e quel che è peggio è che nessuno sembra in grado, o intenzionato, di porre fine alle violenze.