Theresa May porta Boris Johnson al governo, e la Brexit passa da tragedia a farsa

Boris Johnson
Boris Johnson REUTERS/Neil Hall

Il Regno Unito ha un nuovo primo ministro e un vecchio problema: il nuovo inquilino del numero 10 di Downing Street si chiama Theresa May e fino a mercoledì mattina era il ministro degli Interni del Regno Unito. Il vecchio problema, invece, si chiama Brexit e sarà proprio May a dover traghettare il paese verso la sua nuova posizione in Europa.

May ha fretta, e ha già nominato la sua squadra: le nomine-chiave a proposito di Brexit sono al tempo stesso coerenti e bizzarre. Il ministro per la Brexit sarà David Davis, il quale ha già fatto intuire che secondo lui i negoziati saranno una passeggiata. Auguri. L’altra nomina è quella di Liam Fox, un abbonato agli scandali, che guiderà il commercio internazionale.

L’altra nomina chiave è quella di Boris Johnson, uno dei simboli della Brexit, rientrato dalla finestra dopo avere abbandonato la corsa per la leadership del partito prima ancora che iniziasse: farà il ministro degli Esteri, ma sarà depotenziato poiché i rapporti con l’UE non dovrebbero essere completamente affar suo. Farà probabilmente sentire la sua voce in gabinetto, ma dovrà confrontarsi con gli altri due ministri, oltre che, ovviamente, con la May, per quanto riguarda i rapporti con l'Europa.

Ha senso che Johnson partecipi alle trattative con gli altri Paesi europei per uscire dall’Europa come ha tanto desiderato, ma non ha molto senso che abbia rapporti con tutti gli altri Stati del mondo. Johnson negli anni è riuscito a offenderne tre quarti, da Obama, con commenti razzisti, a Clinton, con commenti sessisti, fino a Erdogan, accusato da Johnson di avere rapporti sessuali con gli ovini (ovviamente le parole di Johnson sono un po’ più colorite). Non dimentichiamo poi quante ne ha dette (e inventate, in particolare) contro i politici di Bruxelles; che non è che Putin gli stia proprio antipatico (e la simpatia potrebbe essere reciproca, visto che uno degli scopi del presidente russo è proprio spaccare l’Europa per potersi riprendere altri pezzi di Europa orientale); che ce l’ha con gli africani in generale; e che ha preso in giro i cinesi a casa loro.

La scelta di far entrare Boris Johnson nel proprio gabinetto dovrebbe servire a May per convincere anche i più scettici che l'innesco della procedura prevista dall'articolo 50 del Trattato di Lisbona che fa scattare il timer di due anni per l'uscita del Regno Unito dall'Europa è prossimo. Fino ad ora i bookmaker non ritenevano probabile che questa mossa arrivasse prima del 2018, ovvero facendo terminare i due anni nel 2020, ovvero quando è previsto il rinnovo del Governo di Sua Maestà.

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Molto dipenderà da quanto l'Europa vorrà concedere a Londra per quanto riguarda i tanto agognati negoziati preliminari. Bruxelles ha già fatto sapere più volte che non ci saranno trattative prima che il Regno Unito attiva la procedura dell'articolo 50, ma sembra che il governo del regno abbia intenzione di continuare a prendere tempo, per esempio dichiarando di non avere abbastanza personale per seguire le certamente complicate trattative. Sarebbe uno spasso ridicolo, se non fosse che ci sono in gioco milioni di vite umane.

Esiste poi un problema non di poco conto di cui probabilmente tutti, all'interno del gabinetto di Theresa May, dovrebbero essere al corrente: quanto fatto sognare agli elettori durante la campagna elettorale per il referendum, ovvero l'indipendenza di Londra dagli altri 27 paesi dell'Unione, rischia di portare una crisi gravissima per il Regno Unito.

I sostenitori del Leave volevano due cose in particolare: fine dei versamenti all’Europa e indipendenza dai regolamenti e dalle direttive UE, a causa delle quali, ad esempio, non possono chiudere le frontiere ai profughi siriani e agli idraulici polacchi. Purtroppo per gli inglesi questo può accadere solo in un caso: Londra deve rinunciare a tutto, dalla liberà di movimento alla libertà di commercio, perché fra le due sponde della Manica verrebbero innalzate barriere tariffarie e regolamentari. I rapporti fra UE e UK sarebbero regolati dal WTO, l’organizzazione internazionale del commercio.

In sostanza lo scenario preferito dai Brexiters è la trasformazione del Regno Unito in una piccola Cina a 35 chilometri dal più grande mercato del mondo. Geniale.

Si può ritenere che il Regno Unito non voglia arrivare a tanto (anche perché sarebbe enormemente stupido): una volta innescato l’articolo 50, Londra avrà due anni per firmare un accordo. Trascorsi i due anni l’Unione Europea potrà dire “o fate come diciamo noi oppure ci rivediamo al WTO”. È auspicabile che lo facciano: ogni concessione a Londra significherebbe l’implosione dell’Europa, perché ogni Paese vorrebbe rinegoziare la propria posizione senza dover pagare alcuna punizione.

È un dilemma impossibile da risolvere (a meno che a Bruxelles non siano incredibilmente stupidi): se Londra vuole l’accesso libero al mercato unico dovrà necessariamente rispettarne le regole, regole che verranno decise a Bruxelles senza l’intervento del Regno Unito (a differenza di adesso, in cui Londra partecipa al processo legislativo e in alcuni casi può bloccare del tutto una decisione che ritiene controproducente per i propri interessi).

Fatto interessante: fra i Paesi che hanno un qualche accordo con l’Europa ma non fanno parte dell’Europa, gli unici a partecipare completamente al mercato dei servizi sono Norvegia, Islanda e Liechtenstein, e sono per questo obbligati a rispettare le regole decise dalla UE (comprese quelle sulla libertà di movimento).

Gli altri (Svizzera e, più o meno, Canada, in pratica) non partecipano completamente al mercato unico dei servizi finanziari, ma non sono costretti a rispettare tutte le legislazioni UE. Gli inglesi forse sperano che si raggiunga un accordo per una terza via, ovvero partecipazione totale al mercato unico senza dover rispettare tutte le regole del medesimo, in particolare per quanto riguarda i mercati finanziari.

Anche questo non ha senso: perché l’Europa dovrebbe permettere a Londra di fare i propri comodi finanziari sul Continente quando sarebbe più facile e remunerativo tenere il Regno Unito fuori da tale mercato e convincere le imprese finanziarie della City a spostare in Europa le proprie operazioni almeno in parte? Parigi, Francoforte e Milano non aspettano altro, per cui non hanno alcun interesse a fare concessioni in tal senso a Londra.

Insomma, le nomine di May, se da un lato sono coerenti con il risultato del referendum, dall’altro fanno capire che tutto questo non avrà molto più senso di quanto ne abbia adesso, e cioè non molto. L’uscita dalla UE resta una tragica sciocchezza, e avere un uomo come Johnson alla guida del Foreign Office rischia di trasformare le difficili trattative per la Brexit in una tristissima farsa.