Tra Turchia, Usa e Russia – di Maria Grazia Enardu

di 20.04.2017 9:07 CEST

La semivittoria di Erdogan e il triangolo strategico.

Ha vinto con un misero 51% fatto anche di schede non timbrate, e trascuriamo ogni altra critica, dalla campagna elettorale allo scrutinio. L’unica cosa regolare (!) è che se uno vuole truccare un referendum dovrebbe mirare a numeri meno labili, 55% come minimo. Il paese è spaccato, come sempre in verità. Prima l’impero, poi la repubblica, divisi tra innovatori e conservatori, tra città e campagne, giovani e meno giovani. Sono divisi anche i turchi all’estero ma per dinamiche più europee che turche. E ora? L’Osce (sicurezza e cooperazione) che comprende 35 paesi (anche Turchia) è sospettosa. La Ue, intera o per singoli paesi, ha già cattivi rapporti con Erdogan, immigrazione e non solo. La Nato osserva con attenzione, perché ora il gioco cambia. Gli eventi dell’ultimo anno rendono ancora più lontano il negoziato con la Ue e si riflettono sull’intera regione. Ma molto dipenderà da Trump, che si è subito congratulato con Erdogan, e dai suoi consiglieri, soprattutto i militari.

Non possono sconfessare il voto, sarebbe un paradosso totale, quindi sosterranno in qualche misura Erdogan, che in Usa ha una spina, quel Gulen accusato come mandante del fallito golpe di luglio 2016. Gulen ha 75 anni, basterà aspettare. Alla fine, questo è un triangolo: Usa e Turchia dentro Nato, Russia in plurisecolare attesa di sfondare negli Stretti. Se la Turchia (ok, Erdogan) venisse lasciata sola, le rimarrebbero pochissimi e assai pericolosi amici: Putin e i sauditi, mentre a Teheran gioirebbero. Per Putin la Turchia è il sogno di ogni zar, le difficoltà di Erdogan sono occasioni irripetibili. Erdogan potrebbe essere tentato, per sfuggire alle accuse dell’occidente, di appoggiarsi alla Russia, e sarebbe errore enorme, antistorico. Inoltre, un aspetto su cui tutti dobbiamo riflettere è che, in un modo o in un altro, la Russia di Putin sfrutta, o cerca di interferire, in troppe elezioni. Nemmeno ai tempi di Stalin.