Trattativa Stato mafia, esposto Mori – De Donno contro i magistrati

di 20.03.2015 14:05 CET
Mario Mori
Mario Mori Pubblico Dominio

Mentre il CSM propone a Di Matteo un trasferimento da Palermo a scoppio ritardato, ufficialmente giustificato dalle minacce ricevute (e iniziate ben tre anni fa), ma che puzza di escamotage per rigettare la richiesta di applicazione alla Direzione Nazionale Antimafia (leggi per approfondire), è iniziata davanti al TAR del Lazio l'istruttoria sul ricorso presentato dai magistrati Lo Forte e Lari contro la nomina di Lo Voi a procuratore capo di Palermo (leggi per approfondire).

Nel mezzo di questi due incroci pericolosi piomba un esposto presentato dai difensori degli ex ufficiali del ROS Mario Mori, Mauro Obinu e Giuseppe De Donno. Mori e De Donno sono imputati nel processo trattativa, Mori e Obinu nell'Appello (assoluzione in primo grado) del procedimento sulla mancata cattura (nell'ottobre del 1995)  di Bernardo Provenzano.

I tre hanno inviato l'esposto al Consiglio Superiore della Magistratura, al PG della Cassazione (che possono avviare procedimenti disciplinari a carico dei magistrati) e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il CSM lo presiede. Mori, Obinu e De Donno, pur senza nominarli, puntano il dito contro i membri del pool trattativa: oltre a Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, colpevoli secondo gli ex ufficiali del ROS di una serie di presunte violazioni.

Tra queste la lunghezza delle indagini, l'affidamento dei fascicoli relativi ai vari filoni di inchiesta a magistrati che non avrebbero i titoli per condurle, perché non farebbero parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, fughe di notizie, spese eccessive e addirittura intercettazioni illegittime.

Non è la prima volta che Mori e De Donno prendono di mira il pool trattativa. Un anno fa, assieme all'altro ex ufficiale del ROS Antonio Subranni, presentarono istanza di trasferimento del processo in altra sede, adducendo presunti "rischi per l'incolumità pubblica" causati dalle minacce di Riina al PM Di Matteo.

Nell'istanza i tre imputati riferivano anche di presunti 'condizionamenti' sul procedimento in corso, indicando come prova "la solidarietà espressa dal PG Roberto Scarpinato ai colleghi minacciati" e stralci di articoli di giornale in cui si sostiene che le minacce del boss "sono state utilizzate anche mediaticamente per legittimare un processo che era stato incrinato dall'assoluzione del generale Mori" nel processo di primo grado per la mancata cattura di Provenzano. L'istanza venne velocemente respinta dalla Corte di Cassazione.