Tre anni, due anelli, una rivoluzione: i Golden State Warriors sono la miglior squadra NBA di sempre?

di 13.06.2017 8:44 CEST
Stephen Curry e Kevin Durant
Stephen Curry e Kevin Durant campioni NBA con i Golden State Warriors Reuters

Tre anni, due anelli, una rivoluzione. I Golden State Warriors vincono gara-5 delle finali, battono 4-1 i Cleveland Cavs e scrivono un’altra pagina della storia del basket NBA. Gli uomini di coach Kerr fanno ormai parte di quel ristretto gruppo di squadre che possono essere considerate le migliori di sempre, ma si può arrivare a dire che sono i più grandi di tutti i tempi? Una domanda da un milione di Dollari.

 

RECORD

Secondo i numeri sembrerebbe di sì. Questi Warriors avevano già ritoccato il record dei Chicago Bulls, costruendo una stagione da 73 vittorie e sole 9 sconfitte. Quest’anno, invece, hanno scritto la storia ai playoff, con un 16-1 che è il nuovo primato della postseason. I Los Angeles Lakers del 2001 avevano già concluso i playoff con una sola sconfitta, ma all’epoca erano necessarie quindici vittorie per arrivare all’anello. Golden State, tra l’altro, ci è riuscita segnando più di 100 punti in tutte e diciassette le partite giocate. Neanche a dirlo, un altro record NBA.

 

Certo, due titoli non fanno dei Warriors una squadra così vincente. I già citati Bulls e Lakers sono arrivati rispettivamente a sei e cinque anelli nella stessa dinastia, ma Golden State è sulla buona strada. Nella finale di un anno fa hanno pesato la condizione atletica non ottimale di una squadra spremuta proprio per arrivare al record della regular season, la squalifica a Draymond Green in gara-5, l’infortunio a Bogut. Avrebbe potuto essere un three-peat, ma nei prossimi anni ci saranno sicuramente altre occasioni per aggiungere nuovi titoli alla bacheca.

L’UOMO IN PIÙ

Chi non c’era dodici mesi fa era Kevin Durant, colpaccio estivo dei Warriors. Eliminato proprio da Golden State in gara-7 della finale di Western Conference, Durant aveva lasciato OKC per cercare di vincere il titolo e la sua scelta è stata premiata. Qualche difficoltà iniziale nel calarsi in una realtà e in un sistema di gioco completamente diversi, poi l’infortunio di febbraio che sembrava aver compromesso la stagione. Dal ritorno in campo, però, abbiamo visto un altro giocatore. Capace di assecondare i compagni e il gioco, di aspettare il momento giusto per essere decisivo. E quale momento migliore della serie finale? Le cinque partite decisive hanno visto un Durant formato fenomeno. Strepitoso sui due lati del campo, ha dominato quattro serate su cinque, portando a casa un meritatissimo titolo di MVP.

 

RIVOLUZIONE

La cosa che più salta all’occhio nella storia di questi Golden State Warriors, però, è il cambiamento epocale imposto al gioco del basket. Quella small ball nata trent’anni fa proprio nella baia grazie a Don Nelson e portata sui grandi palcoscenici da Mike D’Antoni a Phoenix era stata da molti considerata come un sistema spettacolare ma poco vincente. Steve Kerr ha addirittura estremizzato il concetto, partendo sì con quattro esterni e un lungo, Bogut l’anno scorso e Pachulia in questa stagione, ma passando addirittura a cinque esterni, con i (forse) due metri di Draymond Green da centro. Cinque giocatori con grandi capacità di ball handling, passaggio e tiro contemporaneamente sul campo, una run&gun portata a livelli celestiali di esecuzione, poco uso del pick&roll, se non lontano dalla palla per liberare il tiratore, circolazione perfetta e massiccio uso del tiro da tre.

NON SOLO ATTACCO

Il segreto di questi Warriors non risiede però soltanto nelle conosciute qualità offensive, ma anche in quelle difensive, forse meno pubblicizzate ma altrettanto importanti. Nel quintetto tipo di Golden State, troviamo uno dei più forti difensori della lega di oggi, Draymond Green, in grado di tenere contro piccoli e lunghi, fuori dall’area e sotto canestro. Klay Thompson è uno dei più educati difensori sulla palla dell’NBA e Kevin Durant ha dimostrato in finale che quando ha la necessaria convinzione le sue qualità difensive non sono lontane da quelle palla in mano. Andre Iguodala è stato decisivo in marcatura su LeBron James nella finale di due anni fa e sotto questo punto di vista è fondamentale, mentre Steph Curry è forse sottovalutato. Sicuramente in difficoltà nella difesa uno contro uno e per questo spesso battezzato dagli attacchi avversari, è però fenomenale nell’intuizione delle linee di passaggio e quindi impagabile nella difesa lontano dalla palla.

Il sistema difensivo dei Warriors, unanimemente riconosciuto come uno dei più efficaci della lega, è alla base del grande lavoro svolto dai campioni NBA in sede di palle recuperate e contropiede, che permette di dare linfa all’attacco a difesa schierata e, elemento da non trascurare, di dare carica alla squadra e all’ambiente.

 

Tra qualche anno, e magari con qualche titolo in più, potremo forse dare una risposta alla domanda da un milione di Dollari. Resta la difficoltà nel paragonare squadre che sono appartenute ad epoche e contesti completamente diversi, tra le quali non si possono non citare i Boston Celtics di Bill Russell e Red Auerbach, quelli di Larry Bird o i Los Angeles Lakers di Magic Johnson. Sicuramente, però, i numeri dei Golden State Warriors, i loro record, la rivoluzione che hanno portato nel basket possono ergerla a miglior squadra del terzo millennio e fanno pensare che la domanda sia quantomeno legittima.