Trump chiede ai Paesi NATO di rispettare gli impegni: quanto spende l'Italia in spese militari, e perché?

NATO carro armato
Un soldato tedesco in un carro armato in Lituania REUTERS/Ints Kalnins

Nel suo primo discorso al Congresso Donald Trump ha ribadito il sostegno degli Stati Uniti alla NATO, ma ha ribadito uno dei suoi punti fondamentali per la tenuta dell'Alleanza Atlantica, e cioè la richiesta a tutti i Paesi di rispettare le linee guida riguardo le spese militari, in particolare il "consiglio" di spendere il 2% del PIL nazionale nella Difesa.

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Nel corso delle ultime settimane aveva fatto gran parlare la possibilità che gli Stati Uniti, sotto Donald Trump, potessero "abbandonare" gli impegni presi con il Trattato dell'Atlantico Settentrionale (che ha istituito la NATO), in particolare nei confronti di quei Paesi che non si impegnassero nell'organizzazione quanto richiesto, lasciando tutti gli oneri al Paese che domina l'alleanza, ovvero gli stessi Stati Uniti.

Si è trattato di dichiarazioni che hanno lasciato interdetti diversi Paesi dell'Europa orientale che sentono il fiato sul collo del vicino russo, che dal 2014 ha annesso manu militari e in brevissimo tempo la Crimea dall'Ucraina, e che potrebbe fare lo stesso in pochi giorni con le Repubbliche Baltiche, per esempio. Questi Paesi, al momento, beneficiano dell'ombrello NATO, in particolare dell'articolo 5, che prevede che un attacco ai danni di uno Stato membro implichi che tutti gli altri membri si levino in difesa del Paese attaccato, anche usando la forza militare.

Trump ha in qualche modo indebolito questo presupposto, che ha contribuito a mantenere la pace in Europa, pur tornando un po' sui suoi passi. Tuttavia ci sono buone probabilità che nel prossimo futuro gli Stati membri della NATO (e non solo loro), per fronteggiare una situazione geopolitica sempre più incerta (anche a causa di Trump), decidano di aumentare le proprie spese militari.

Ma come sono messi i Paesi della NATO quanto a spese militari? E l'Italia, in particolare, quanto spende per la Difesa, e dove vanno a finire i miliardi delle spese militari?

Un numero citato spesso quando si parla di NATO e di quattrini è il 2%. Si tratta della percentuale di Prodotto Interno Lordo (PIL), che uno Stato membro dovrebbe destinare alla spesa per la Difesa. È la percentuale su cui Trump ha posto l'accento nel mettere in dubbio l'obbligo statunitense di intervenire a difesa degli altri membri dell'Alleanza: in apparenza il presidente USA sembra avere qualche ragione, visto che solo 5 dei 28 membri NATO ha rispettato questo vincolo di spesa. L'Italia è vicina al fondo della classifica con poco più dell'1%.

Spese militari Spese militari in rapporto al PIL per Paese NATO  IBTImes Italia/Giovanni De Mizio

Il "problema" degli Stati Uniti, però, è che sono un Paese molto più grande degli altri, per cui è inevitabile che l'onere della difesa finisca per ricadere su Washington. Oltre il 72% delle spese militari dei Paesi NATO avviene negli Stati Uniti, e probabilmente è difficile (e forse neanche auspicabile) che la percentuale scenda al di sotto del 50%.

Spese militari in milioni Confronto fra le spese militari dei vari Paesi NATO  IBTImes Italia/Giovanni De Mizio

Ma ha senso imporre questa soglia del 2%? Per rispondere a questa domanda vediamo come si compone la spesa militare italiana. Come vediamo nel seguente grafico, la spesa (che comprende sia quella del Ministero della Difesa che quello per lo Sviluppo Economico, che partecipa agli acquisti attraverso un programma di sostegno alle imprese del settore) è stata in calo per diversi anni, salvo subire un'impennata nel 2016, a poco meno di 22 miliardi di dollari. Spese militari italiane Andamento della spesa militare italiana  IBTImes Italia/Giovanni De Mizio

Ma dove vanno a finire questi soldi? Non in armi, almeno per la maggior parte: quasi il 70% delle spese sostenute dall'Italia sono andate a finire nelle tasche del personale militare, civile ed ecclesiastico, sia attivo che a riposo (cioè in pensione).

La spesa per le pensioni militari è di 4 miliardi, di cui solo la metà è coperta dai contributi del personale attivo: il resto, come avviene per moltissimi altri settori pubblici, viene coperto attraverso la fiscalità generale, ovvero attraverso le tasse e le imposte.

La spesa per il personale, per quanto eccessiva, è comunque più bassa rispetto agli anni passati: la riforma Di Paola, del 2012, sta cercando di comprimere questi costi, riducendo il personale attivo, in particolare, come vedremo tra poco, nell'enorme parco dei sottufficiali. L'Italia condivide, salvo alcune eccezioni, con i Paesi del sud Europa (i più "arretrati" del blocco) questa elevata spesa per il personale: Albania, Belgio, Bulgaria, Croazia, Grecia, Portogallo, Slovenia, Spagna spendono fra il 60 e l'80% del proprio budget in costi relativi al personale.

Il resto della spesa italiana appare abbastanza inefficiente per stare al passo con gli avanzamenti militari: l'Italia spende poco in infrastrutture e ricerca e sviluppo, che spesso hanno implicazioni importanti (e remunerative) anche per la vita civile. Composizione spese militari italiane Composizione della spesa militare italiana  IBTImes Italia/Giovanni De Mizio

Ma perché l'Italia spende così tanto per il personale della Difesa? La risposta è nel grafico successivo, dal quale emerge un'evidenza dell'inefficienza di spesa: il monte stipendi dei 50000 marescialli italiani supera quello dei graduati e della truppa, che ammontano a 80000 individui. In generale, ci sono circa 90000 ufficiali e sottufficiali, quindi più della metà del personale della Difesa.

Nel corso dei prossimi anni è previsto un generoso tagli degli ufficiali e dei sottufficiali, che dovrebbero passare dal 53 al 40% degli effettivi. In particolare i marescialli dovrebbero scendere dai 55000 del 2012 ai 18000 del 2024: usiamo il condizionale, perché lo snellimento sta procedendo più lentamente del previsto. Alla fine dovrebbe esserci un risparmio degli stipendi di 1,2 miliardi di euro, con un aumento dei graduati e della truppa e dell'efficienza delle forze armate. Almeno in teoria.

Spesa personale militare Composizione della spesa per il personale militare  IBTImes Italia/Giovanni De Mizio

Il problema, adesso, è che questi risparmi migliorano (sempre in teoria) l'efficienza della spesa militare, ma ci allontanano dall'obiettivo del 2% del PIL stabilito dalle linee guida della NATO: cosa dovrebbe fare l'Italia? Assumere altri marescialli perché "ce lo chiede la NATO"? Comprare armi probabilmente inutili solo per fare numero? Ovviamente no.

C'è un'altra percentuale meno conosciuta, ma che rappresenta allo stesso modo una linea guida NATO, vale a dire la spesa per equipaggiamento militare, che è fissata al 20% della spesa militare totale. Curiosamente, al primo posto di questa classifica c'è il Paese che spende meno in rapporto al PIL: è il Lussemburgo, con il 32,82% della spesa militare destinata agli equipaggiamenti. Sono 10 i Paesi che raggiungono questa soglia, e l'Italia è fra questi.

La spesa italiana stimata nel 2016 aumenta proprio per raggiungere questa soglia: nel 2016, grazie a 2,5 miliardi spesi in più rispetto al 2015, l'Italia dovrebbe aver raggiunto l'obiettivo del 20% in equipaggiamenti. Un obiettivo peraltro più sensato rispetto a quello del 2%, che come abbiamo visto potrebbe essere usato per fini poco "militari", ma ancora insufficiente.

Spesa militare 2015-2016 Differenze nella composizione della spesa militare fra il 2015 e il 2016  IBTImes Italia/Giovanni De Mizio

L'Italia, e gli altri Paesi della NATO, dovrebbero porre meno l'accento su quanta spesa militare viene effettuata, e più sul come, altrimenti menti semplici come quella del Presidente degli Stati Uniti d'America potrebbero equivocare. Se costretti, alcuni Paesi potrebbero aumentare le spese militari con funzioni di ammortizzatore sociale, ovvero riempiendo l'esercito di disoccupati (tanto quei soldi bisogna spenderli, no? Tanto vale comprarsi qualche voto); altri Paesi potrebbero comprare armi di cui non hanno assolutamente bisogno, che starebbero da qualche parte ad arrugginire per la gioia delle industrie della Difesa, a scapito di investimenti utili ai civili, su cui comunque grava il peso della macchina della Difesa.

L'Italia ha per lungo tempo percorso entrambe le strade, e probabilmente lo sta facendo ancora adesso: di questo sono indizi sia la sovrabbondanza dei marescialli sia la forte spesa in armamenti sostenuta dal Ministero per lo Sviluppo Economico, che supera di oltre un miliardo quelle della Difesa (3,3 contro 2,2 miliardi di euro), alla voce "sostegno alla competitività e allo sviluppo delle imprese italiane".

Piuttosto, l'Italia dovrebbe continuare a comprimere la spesa per il personale, spingendo invece quelle per le infrastrutture, la ricerca e lo sviluppo e l'operatività, in modo da avere un esercito più snello, più professionale e meglio addestrato (e probabilmente anche meglio pagato).

Inoltre, più che su questioni contabili, la NATO dovrebbe interessarsi a promuovere programmi di sviluppo, di ricerca, di miglioramento delle infrastrutture e della coordinazione fra gli Stati membri. Gli Stati europei dovrebbero forse cominciare ad organizzarsi per la creazione di una forza militare europea per non dover dipendere dagli Stati Uniti, che sembrano avviati verso la strada dell'isolazionismo.

Di sicuro gli Stati nazionali dovrebbero promuovere la trasparenza per far capire al pubblico cosa sta facendo la Difesa e perché lo sta facendo, accettando il pubblico scrutinio. L'esempio più eclatante è quello degli F-35, che nonostante i costi e i problemi, rappresentano un enorme successo per la Difesa occidentale, ma che non è stato comunicato efficacemente al grande pubblico: il dibattito è invece preda di chi crede (o fa finta di credere) che le battaglie aeree dei giorni nostri siano quelle del film Top Gun. Nulla di quanto più lontano dalla realtà ed estremamente dannoso: la diffusione di falsi miti può infatti spingere il governo civile a tagli inefficienti sulla Difesa, che possono indebolire la sicurezza del Paese e del continente in un momento storico di elevata incertezza.