Trump e il protezionismo: ecco perché resterà soltanto una favola per populisti

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Il 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump DonkeyHotey (CC BY-SA 2.0)

“America First”: è ripetendo più volte questo mantra che Donald Trump si è insediato alla Casa bianca come 45esimo presidente degli Stati Uniti. Nel suo discorso inaugurale The Donald ha illustrato la sua ricetta economica. I toni sono rimasti quelli accesi della campagna elettorale: molte minacce e poche aperture. Con Trump alla Casa Bianca gli USA si preparano a vivere una nuova stagione di chiusura e di protezionismo in termini economici e commerciali.

La ricetta economica di Trump è allo stesso tempo semplice e irrealizzabile. Crescita dell’economia al 4%, tasse ridotte in modo drastico, cacciata dei clandestini e investimenti pubblici - soprattutto in infrastrutture - per spingere l’occupazione.

Tra gli impegni su cui Trump si è soffermato con più attenzione c’è la sua crociata contro la globalizzazione e il liberismo, contro le aziende americane che vanno a produrre altrove e contro i Paesi, come la Cina, che invadono il mercato USA con prodotti a basso costo. Ma quanto di tutto questo resterà sulla carta o diventerà realtà è difficile da prevedere. L’unica certezza è che misure sul commercio come il protezionismo o i dazi doganali saranno le prime a danneggiare il commercio e l’economia USA, quella che Trump vuole tanto difendere.

La ricetta commerciale di Trump

Rompendo con la tradizione dei toni pacati, in occasione dell’insediamento Trump è tornato ad alzare la voce contro la aziende che vanno a produrre altrove e profilando un’era di dazi e protezionismo con l’obiettivo di difendere il mercato e i prodotti a stelle e strisce. Tra i nemici numeri uno Trump ha indicato la Cina.

La ricetta è semplice: introdurre dazi, contingentamenti e protezioni contro i prodotti che provengono dall’esterno. Nei corridoi della Casa Bianca circolano già ipotesi di introdurre tariffe d’emergenza del 5% su tutto l’import, dazi del 45% sui prodotti provenienti dalla Cina e del 35% sul “made in Mexico”.

A questo si aggiungono le sanzioni per le aziende a stelle e strisce che spostano (o lo hanno già fatto) la produzione fuori dai confini USA portando investimenti e nuovi posti di lavoro altrove. Molte aziende USA – come per esempio quelle che producono auto – hanno uffici e stabilimenti nel vicino Messico dove il costo del lavoro e la tassazione sono più bassi. Trump ha iniziato la sua crociata contro di loro ben prima di mettere piede alla Casa Bianca. Twittando alla General Motors, Trump ha minacciato il colosso automobilistico di istituire una "border tax", una "grande imposta doganale", sul modello Chevy Cruz che l’azienda produce in Messico.

Le conseguenze del protezionismo

In questi giorni le analisi e i rapporti su come potrebbe cambiare il commercio e l’economia USA con il nuovo presidente si sprecano. La svolta protezionista spaventa anche gli osservatori europei consapevoli dell’importanza degli USA come partener commerciale.

Ma è difficile pensare che Trump possa davvero mettere in pratica ciò che ha illustrato in campagna elettorale e ribadito nel discorso di insediamento. Applicare qualche forma di incentivo ad investire negli USA e “a comprare americano” è un discorso, minacciare dazi del 45% e chiudere le porte dell’America ai prodotti stranieri è ben altra. E in un mondo dominato dalla globalizzazione, pensare che una delle principali potenze mondiali, con multinazionali che producono e vendono in tutto il mondo possa chiudersi in sè stessa sembra pura fantascienza.

Anche perché la prima a sentirne i contraccolpi sarebbe l’America stessa. Punire le esportazioni significa punire l’economia degli Stati Uniti. Prodotti che hanno fatto la fortuna delle aziende USA, pensiamo per esempio all’i-Phone, tra importazione e assembleaggio coinvolgono diversi Paesi del mondo: Cina, Corea del Sud, Giappone e Paesi europei rappresentano ognuno una fase di nascita del prodotto che poi vede la luce negli USA.

Non solo. Molte multinazionali USA importano prodotti o materie prime da sedi aperte all’estero: in questo caso imporre dazi alle importazioni finirebbe per far aumentare i costi delle aziende americane che quindi dovrebbero alzare i prezzi. Sono tantissimi i prodotti americani realizzati o assemblati in Cina, Vietnam o Messico e l’introduzione di dazi andrebbe ad incidere in modo pesante sui profitti delle aziende USA e sul costo finale dei prodotti.

Sarebbe un bel problema anche per la classe meno ricca di americani. Coloro che non possono permettersi un iPhone possono comprarsi uno smarthpone economico proveniente per esempio dalla Cina. In generale importare prodotti a basso costo dalla Cina ha consentito a tante famiglie con basso reddito di comprare prodotti che altrimenti sarebbero un tabù.

La globalizzazione e l’importazione di prodotti economici hanno favorito la concorrenza e il calo di prezzi dando una spinta al consumo anche per  le famiglie a reddito medio-basso.

Spostare ogni passaggio per la realizzazione di un iPhone negli Stati Uniti significa aumentarne in modo consistente il costo finale. Ciò significa che meno persone potranno permettersi un iPhone e che le vendite potrebbero calare con danni all’azienda e nessun beneficio per l’occupazione. Minori vendite significano minori investimenti e minori assunzioni. E le vendite non calerebbero soltanto negli USA: misure di protezionismo chiamano protezionismo. Alle mosse di Trump, molto probabilmente, risponderebbero le reazioni degli altri Paesi, nessuno starebbe fermo a subire le decisioni USA. Alla fine, anche la Cina, il Giappone, il Messico, l'Europa e tutti i partner USA imporrebbero dazi sui prodotti a stelle e strisce con il rischio di dare inizio ad una vera e propria guerra commerciale da cui nessuno trarrebbe beneficio. 

Dopo 20 anni di globalizzazione e consumismo sfrenato l’idea che una nazione come gli Stati Uniti possa chiudersi in sè stessa, alzando muri con il resto del mondo, è alquanto improbabile. Anche perché per farlo Trump dovrà scontrarsi con le principali multinazionali del Paese consapevoli delle conseguenze della sua ricetta. Finché si trattava di conquistare voti sull’onda del populismo e dello slogan “America First” andava tutto bene, ma tra il dire e il fare, nel mezzo, c’è un esercito di aziende con cui il presidente dovrà fare i conti. Ed è probabile che le idee di Trump restino soltanto una favoletta per i populisti che l'hanno votato.