Trump esce dagli accordi di Parigi? Fa nulla, eravamo spacciati lo stesso. E comunque è una buona notizia

Trump terra clima
Due manifestanti durante la marcia per il clima vestiti da terra e da Donald Trump che fanno finta di combattere. REUTERS/Joshua Roberts

Un eventuale ritiro degli Stati Uniti dagli accordi sul clima di Parigi non avrà probabilmente un impatto sul cambiamento climatico e sul raggiungimento degli obiettivi del patto, per una ragione molto semplice: gli Stati Uniti non li avrebbero mai rispettati, e questo lo sapevamo non solo dallo scorso novembre, quando Donald Trump fu eletto alla presidenza, ma da ben prima, perché gli Stati Uniti hanno sempre avuto problemi ad aderire ai trattati globali di cui non sono protagonisti, come fu, ad esempio, per gli accordi di Kyoto oltre vent’anni fa. “My way, or the highway”, sembra essere il motto USA quando si tratta di fare accordi a beneficio dell’umanità.

In entrambi i casi gli Stati Uniti avrebbero probabilmente rispettato gli obiettivi di Parigi per circa due terzi (un taglio del 16-18% delle emissioni rispetto al 20-25% degli accordi), non tanto per gli sforzi del Governo centrale, quanto per i sussidi già in essere e che non verranno eliminati, e per le misure che verranno prese a livello dei singoli Stati e dalle imprese.

Quindi se gli Stati Uniti si ritirano siamo spacciati? È il caso di cominciare a prepararsi a lenti, ma inesorabili sconvolgimenti climatici che renderanno l’ambiente sempre più estremo? Dovremo abituarci a estati sempre più calde ed inverni sempre più freddi (sì, avete letto bene)? Molte città costiere saranno inghiottite dall’innalzamento degli oceani, mentre sempre più persone emigreranno da posti sempre più invivibili? La risposta a tutte queste domande è “probabilmente sì”, ma, lo ripetiamo, si tratta di una realtà a cui bisognava prepararsi anche da prima del ritiro degli USA.

Ma ora passiamo alle buone notizie e, soprattutto, cosa si può ancora fare per evitare la catastrofe e, cosa che non fa certo male, guadagnarci un po’ di soldi.

SEGUICI SU FACEBOOK  E SU TWITTER

Fuori da Parigi, ma non troppo


Il fatto che il governo federale degli Stati Uniti esca dagli accordi sul clima è, da un lato, una notizia neutra, dall’altro una buona notizia. Tanto per cominciare, l’80% delle emissioni di gas serra è in qualche modo “controllabile” a livello locale, nelle aree urbane: questo significa che molte zone degli Stati Uniti continueranno nei loro sforzi per la riduzione dell’impronta di carbonio, come hanno già annunciato la città di New York e lo stato della California, insieme a molte altre città USA che si sono accodate a una lettera del sindaco di Los Angeles, Eric Garcetti, perché gli accordi di Parigi vengano comunque adottati a livello locale.

Quel che è necessario fare è che si continui a fare pressioni (non solo negli Stati Uniti, ma a casa nostra) perché le autorità, ad ogni livello possibile, aiutino negli sforzi per impedire o almeno mitigare l’imminente catastrofe ambientale. È necessario continuare a fare informazione e a costruire consenso pubblico, al fine di influenzare le decisioni dei politici e anche, e forse soprattutto, delle aziende.

Il 31 maggio, per esempio, dopo tentativi andati a vuoto, gli attivisti sono riusciti a far approvare all’assemblea degli azionisti di Exxon Mobil una risoluzione (non vincolante) che chiede al gigante petrolifero di rendere note le conseguenze del cambiamento climatico e delle leggi che regolano le emissioni sul suo business, in modo da preparare la transizione verso attività a basso impatto ambientale.

Le stesse pressioni devono essere utilizzate, per esempio, perché si arrivi ad una graduale messa al bando delle auto a combustione interna, perché diventi sempre più complicato far girare un motore diesel davanti ad un asilo. I big dell’automobile stanno già frignando perché le regole sanitarie (imposte, per fortuna, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) stanno influenzando le regole sulle emissioni, imponendo costi di ricerca e sviluppo che stanno rendendo sempre più antieconomico produrre veicoli tradizionali. Informare il pubblico che le auto elettriche possono, anzi, sono già sexy può essere la spinta necessaria per scaraventare le auto a benzina nel burrone e creare un’industria di massa in grado di rifornire auto elettriche ai prezzi di quelle a benzina. È un obiettivo molto vicino, molto raggiungibile.

Fuori da Parigi, ed è una buona notizia


 

Obama clima Barack Obama durante la conferenza per il clima del 2015  REUTERS/Kevin Lamarque/File Photo

L’uscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi non è solo irrilevante, ma anche un passo in avanti per una migliore definizione degli accordi in futuro. I trattati usciti da COP21 prevedono che fra cinque anni essi debbano essere revisionati. Questo significa che almeno una parte, se non addirittura tutte queste trattative, vedranno l’amministrazione Trump come protagonista, specie nel caso in cui venga rieletto, se la Casa Bianca dovesse rimanere firmataria dei trattati. Insomma, se dobbiamo trattare con Trump il futuro dell’umanità, è meglio che Washington ne resti fuori. Il rischio che ci sia una sfilata di Paesi che si ritireranno a seguito degli USA è basso, come vedremo tra poco riguardo gli accordi di Marrakech.

Se Trump si comporterà come si è comportato fino ad adesso, e cioè come un bulletto, le trattative saranno un fallimento: non ha alcun senso trattare con una persona che ha l’autocontrollo di un bambino di cinque anni. Per questo motivo è meglio che gli accordi sul clima restino in mano a chi dimostra maggior impegno nel contrasto agli sconvolgimenti climatici, che la collaborazione con gli Stati Uniti avvenga a livello locale, e che l’amministrazione Trump resti isolata. Ne pagherà le conseguenze, e non solo a livello di vergogna mondiale. Donald Trump è la spinta che serve al declino USA.

America first? No, America last


Gli accordi di Parigi da cui Trump vuole ritirarsi non sono vincolanti, e per giunta anche piuttosto comici. Questo significa che se uno Stato non raggiunge gli obiettivi che lo Stato si è autoimposto (!) non succede nulla, se non una vergogna a livello mondiale. Trump avrebbe potuto semplicemente ignorarli, mentre invece ha preferito fare tanto rumore per ricordare ai suoi elettori di essere fermamente impegnato per “America first”, a mettere gli Stati Uniti al primo posto nelle sue priorità. Insomma, una mossa elettorale a cui dovremo abituarci ancora per anni, sperando che non degeneri in forme più catastrofiche (come una guerra in Corea).

Purtroppo per i cittadini ubriachi di populismo questa strategia metterà, invece, gli Stati Uniti in fondo alla strada verso il futuro. Forse ancora non se ne rendono conto, ma hanno eletto alla presidenza un signore che vuole svuotare l’oceano con un cucchiaino.

Prendiamo ad esempio la voglia matta di Trump di togliere tutte le regole che oggi soffocano l’industria del carbone, la più inquinante della fonti energetiche. Dobbiamo preoccuparci che gli Stati Uniti soffochino il mondo a colpi di barbecue? No: l’industria del carbone è già morta di suo, perché ci sono alternative sempre più efficienti e sempre più economiche (il gas naturale è già quasi più economico del carbone). E non stiamo parlando di vento, sole e nucleare, ma pure di gas e petrolio, che negli USA abbondano. Il carbone è morto non per le regole ambientali imposte da quel cattivone di Obama o da quegli omosessuali komunisti dei democratici e della CNN, ma perché costa troppo e rende poco, e andrà sempre peggio. L'anno scorso il Congresso, dominato dai repubblicani, ha rinnovato i sussidi alle rinnovabili, soldi che vanno in Stati solidamente repubblicani come il Texas. È impossibile che Trump riesca a trovare il consenso politico per togliere di mezzo queste leggi.

Parlando di carbone, dovremmo piuttosto preoccuparci della Polonia, che ha purtroppo ottime ragioni economiche per non bloccare quello che rappresenta il polmone nero d’Europa. Ma non degli Stati Uniti.

La buona notizia è che, con la loro consueta calma, gli statunitensi si stanno rendendo conto che è il caso di preoccuparsi dei cambiamenti climatici e che quindi costringano Trump, che dice quello che crede che i suoi elettori vogliano sentirsi dire, ad ammorbidire la sua posizione più avanti lungo la strada.

Ma le buone notizie non finiscono qui. La prossima bolla su cui si costruiranno fortune sarà probabilmente la rivoluzione verde, e ci sono ottime possibilità che accada. I firmatari degli accordi di Parigi sono 195: i Paesi che non hanno firmato sono due, la Siria (che ha qualche “piccolo” problema a livello locale per occuparsi dei problemi globali) e il Nicaragua, che non ha firmato gli accordi perché ritiene che non facciano abbastanza per il clima. Di questi 195 Stati, 144 (che rappresentano il 65% delle emissioni mondiali, contro il 15% degli Stati Uniti) hanno già in qualche modo ratificato i trattati: per questo motivo il consenso raggiunto alla COP21 non è ancora morto.

La storia si sta ripetendo: gli Stati Uniti non hanno mai firmato il protocollo di Kyoto del 1997. La leadership fu quindi presa dall’Unione Europea che alla COP7 di Marrakech del 2001 riuscirono a raggiungere un accordo con 164 Paesi che finalizzò gli ultimi dettagli del protocollo. Gli Stati Uniti avevano sostenuto le trattative sotto il presidente democratico Bill Clinton, spinto dal vice Al Gore che poi diventerà una delle voci più influenti della battaglia per l’ambiente, ma poi decisero di non firmare quando divenne presidente il repubblicano George W. Bush.

Parliamo di soldi, non di margherite


Questa volta la leadership verrà presa da altre due nazioni che, rispetto al 2001, sono diventate enormemente più importanti quanto a emissioni inquinanti: l’India (con il 6,8% delle emissioni globali, al terzo posto fra i peggiori inquinatori a livello di singoli stati) e soprattutto la Cina (con il 29,5% delle emissioni globali, primo posto), che si uniranno all’Unione Europea, che rappresenta poco meno del 10% delle emissioni, contro il 15% degli Stati Uniti.

India e Cina non hanno alcun interesse a uscire dai trattati di Parigi, in primo luogo perché sono già a buon punto nel raggiungimento dei propri obiettivi. In entrambi i Paesi la crescita delle emissioni è risultata inferiore alle attese, e se si proiettano questi risultati al 2030 si può ritenere che questi due Paesi potranno prendere il posto che gli USA lasceranno vacante. Manca, insomma, l’incentivo ad uscire da accordi che già sono stati praticamente rispettati.

Esiste invece l’incentivo a rimanerci per ragioni di marketing e denaro: il carbone è in ritirata anche in Cina e India, perché le fonti rinnovabili, insieme alla minore domanda di energia collegata a ragioni di efficienza, sono sempre più economiche. La Cina ha cancellato la costruzione di 100 nuove centrali a carbone per un totale di 120 gigawatt di capacità e 750 milioni di tonnellate annue di anidride carbonica. L’India ha fatto lo stesso, cancellando 4 “ultra-mega” progetti legati all’energia carbonifera.

Intendiamoci, le emissioni continueranno a crescere, rendendo il raggiungimento degli obiettivi di Parigi (limitare l’aumento delle temperature globali a 2 gradi) quasi impossibile a parità di altre condizioni, ma l’atteggiamento di Cina e India sono sufficienti a mostrare che gli Stati Uniti di Donald Trump sono una potenza in ritirata, che si sta rifugiando dalla parte sbagliata della Storia.

E ancora, non è solo una questione da figli dei fiori, ma di denaro sonante: la domanda di energia pulita e di tecnologie a basso impatto ambientale continuerà a crescere, non solo fuori, ma anche dentro gli Stati Uniti, che, come abbiamo visto, continuerà a fare la propria parte per impedire la catastrofe ambientale a livello locale.

Qualcuno dovrà fare ricerca per soddisfare sempre più efficacemente questa domanda; qualcuno dovrà produrre pannelli solari, auto e altri veicoli elettrici, lampadine e gadget che consumano sempre meno energia. Se non saranno gli Stati Uniti, se Trump ostacolerà lo sviluppo di questo settore (con conseguente perdita di posti di lavoro), saranno altri Paesi, magari l’Europa, ma soprattutto la Cina, a rifornire il pianeta di questi aggeggi. Mentre Trump si trastullerà a salvare miniere di carbone irrimediabilmente in perdita, la Cina costruirà batterie, pannelli solari e pale eoliche. È un po' come voler sostenere l'allevamento dei cavalli perché le automobili sono una moda passeggera: roba da ospedale psichiatrico.

E proprio a proposito di Pechino, a botte di generosi sussidi, si sta preparando alla prossima invasione mondiale, costruendo la più grande industria di auto elettriche del pianeta: dopo il 2020, quando dovrebbero essere spenti gli incentivi, il settore potrebbe avere sufficienti economie di scala per invadere il modo con automobili elettriche a prezzi ridicoli (come avvenuto con gli smartphone, ad esempio).

Da qui due scenari: il primo, la fame statunitense di energia, veicoli e oggetti puliti sarà soddisfatta dalla Cina; il secondo, Trump alzerà barriere protezionistiche, per cui gli USA dovranno rivolgersi ad alternative più costose costruite in casa. America first, certo, ma dubitiamo che gli americani compreranno in massa iPhone born and raised in the USA a 2000 dollari l’uno (poco meno del triplo del prezzo attuale), senza considerare che questo sogno richiederà un enorme e costosissimo lavoro di riprogettazione della catena di fornitura delle componenti dello smartphone. Si tratta di infrastrutture che in certi casi negli USA non sono mai neppure esistite, e per questo andrebbero inventate da zero, o… importate dall’Asia. Si dovrebbero praticamente costruire delle città per sostenere fabbriche da decine di migliaia di persone. Apple, che pure siede su una montagna di denaro contante, ha probabilmente bisogno di usare il denaro necessario per finanziare questo “sogno” per altri scopi. Il sogno di Trump è fantascienza, masochismo estremo, un incubo.

La partita è ancora tutta da giocare


È necessario sostenere la linea dura con Trump, perché non può esserci spazio per i bulletti in prepubertà quando si tratta di questioni serie, e al contempo sostenere gli sforzi locali per la lotta ai cambiamenti climatici: questa lotta continuerà a prescindere dagli Stati Uniti, perché il resto del mondo continua ad avere convenienza economica (e non solo) a collaborare sull’ambiente. Bisogna continuare a formare e informare perché il resto del mondo resti sulla strada giusta, sia per una migliore qualità della vita delle persone, sia perché si tratta di un’opportunità di crescita e prosperità, e gli Stati Uniti, alla fine, lo capiranno.

Sarà più difficile, se non impossibile, impedire che il clima del nostro pianeta venga sconvolto, ma è ancora possibile porre in essere le misure necessarie per evitare che i cambiamenti si trasformino in catastrofe per l’umanità. A differenza di quanto credono le menti piccole come quella di Trump, questa è una guerra per la sopravvivenza dell’uomo, non una bufala inventata dai cinesi, né una battaglia da fricchettoni per salvare il mondo.

Si tratta di salvare noi esseri umani, perché il pianeta si salverà da sé: gli sconvolgimenti climatici sono il modo che la Terra ha per liberarsi di quelle forme di vita che fanno più danni che altro. Se noi aumentiamo le temperature globali, la Natura risponde sciogliendo i ghiacci, rendendo il clima più estremo, costringendoci a emigrare dalle coste sommerse, affollando improvvisamente le città (dove potrebbero diffondersi malattie stragiste che oggi abbiamo dimenticato), facendo sparire colture e in ultimo luogo facendoci estinguere per malattie e fame.

Magari fra qualche milione di anni una forma di vita intelligente evolutasi dagli scarafaggi guarderà ai nostri resti e imparerà la lezione che noi umani non abbiamo imparato dai nostri stessi errori: sapevate che la civiltà della valle dell’Indo è finita proprio come descritto qualche riga fa, con sconvolgimenti climatici e migrazioni mortali? E non è stata l’unica. L'unica differenza è che la minaccia di estinzione oggi è globale, e non locale.

Questo è un treno che l’Italia, insieme al resto d’Europa, non può permettersi di perdere, non solo perché si tratta di salvare vite umane, ma anche per rendere quelle vite migliori sia dal punto di vista della salute che da quello del portafogli. Dopo aver lasciato agli Stati Uniti il dominio della rivoluzione digitale, grazie a Trump gli Stati Europei, insieme, possono provare a ritagliarsi una fetta della prossima rivoluzione, e creare una crescita economica e i posti di lavoro di cui si sente un enorme bisogno e che non arriverà dalla produzione di mozzarelle e di altre industrie tradizionali a basso valore aggiunto.

Anche chi non crede al cambiamento climatico come Donald Trump, un bancarottiere seriale il cui fiuto per gli affari è quantomeno discutibile, dovrebbe iniziare a sostenere l'energia pulita, se non per amore del pianeta, per amore dei soldi. Forse è tardi per evitare sconvolgimenti ambientali, ma l'umanità sta andando da tutt'altra parte rispetto alla strada di Trump.

Una precedente versione di questo articolo riportava in maniera erronea un modo di dire statunitense. L'articolo è stato corretto.