Trump promette sfracelli e gli indici salgono: che significa?

Dow Jones, operatore
Alla borsa di Wall Street un operatore indossa un berretto che evidenzia il record del Dow Jones, che ha superato la soglia dei 20.000 punti. IBTimes Italia / XTB

In questo primo mese dell’anno gli indici azionari hanno proseguito la corsa al rialzo iniziata a novembre del 2016, a seguito dell’elezione di Trump come 45-esimo presidente degli Stati Uniti. Gli indici statunitensi si trovano sui massimi di tutti i tempi e continuano ad aggiornare i propri record ogni giorno, con il Dow Jones che ha superato i 20.000 punti e lo S&P 500 che ha toccato i 2.300 punti. Bene anche gli indici europei, con l’Eurostoxx che si riporta sui livelli di fine 2015 e inizio 2016, intorno ai 3300 punti, e con il Ftse mib italiano che è riuscito a ritrovare lo slancio (e tornare sopra i 19.000 punti) grazie anche alla buona partenza del comparto bancario, su cui è particolarmente esposto il nostro indice.

Cerchiamo di capire quanta parte del rialzo è dovuta effettivamente agli annunci di Trump, specie da quando si è insediato alla Casa Bianca.

Gli indici salgono perché Trump ha detto no al TPP?

No, non c’entra niente. Sapevamo che il TPP non sarebbe entrato in porto già prima che Trump si sedesse alla Casa Bianca. L’amministrazione Obama ha di fatto abbandonato il TPP non appena è stato reso noto il risultato dell’elezione presidenziale. Pertanto, anche qualora si volesse ammettere che il blocco dell’accordo del Partenariato Trans-Pacifico possa aver contribuito all’accelerazione delle borse, parliamo di un qualcosa che è stato già ampiamente scontato a novembre 2016.

A innescare il rialzo di novembre e il successivo rally di natale hanno sicuramente contribuito le promesse di Trump in materia fiscale e in una politica economia più espansiva, a cui bisogna però aggiungere le buone notizie sullo stato di salute dell’economia USA e l’ottimismo della Fed lasciato intravedere nel corso dell’ultima sessione del 2016. In Europa l’incertezza rimane alta, ma la BCE continuerà con il suo piano di quantitative easing per molto tempo.

Ci sono dunque una serie di elementi positive che alimentano aspettative positive tra gli investitori e i vari fondi di investimento, almeno nel breve periodo.

Allora Trump sta veramente facendo bene ai mercati e all’economia?

Non proprio. Ricordiamo che i mercati solitamente scontano fattori di tipo economico, politico, psicologico in un periodo di circa 6 mesi. Parliamo quindi di un orizzonte temporale abbastanza modesto, che ignora del tutto i rischi di più lungo periodo.

La ricetta di Trump avrà sicuramente un effetto espansivo per l’economia statunitense, ma il conto che gli Stati Uniti dovranno pagare tra qualche anno potrebbe rivelarsi veramente molto salato. Prendiamo ad esempio il settore delle infrastrutture e in particolare il muro che Trump ha intenzione di costruire al confine con il Messico. Per la costruzione del muro saranno coinvolte diverse compagnie edili, e quindi diversi lavoratori, che ne beneficeranno economicamente: più soldi alle imprese edili, più posti di lavoro, più soldi da spendere per i consumi. È un meccanismo però che è destinato a esaurirsi nel giro di poco tempo (è come se dessimo una bella spinta ad un piccolo carrettino in salita: questo per un po’ sale, ma poi è destinato a tornare al punto di prima). L’opera in questione infatti costerà diversi miliardi di dollari e rischia di gravare enormemente sul debito del paese. Parliamo di un’opera totalmente inutile, che costerà molto, che produrrà zero e che darà benefici solo temporanei alle imprese coinvolte. Si spera comunque che altre opere infrastrutturali saranno maggiormente funzionali all’economia del paese.

Ci sono inoltre molte perplessità riguardo a come il nuovo presidente americano intende impostare il commercio estero del suo paese, considerando che gli Stati Uniti sono riusciti a diventare la prima economia del mondo proprio grazie alla sua apertura commerciale nei confronti degli altri paesi.

Nel lungo periodo ci sono tante bombe a orologeria

Intorno all’amministrazione Trump ci sono numerosi dubbi e interrogativi, non solo di carattere socio-economico e non solo nei confronti degli Stati Uniti. C’è il rischio di mettere in discussione accordi e assetti di alleanze, specie all’interno del mondo occidentale, che durano ormai dalla seconda guerra mondiale. Scenari geopolitici che ci proiettano in territori inesplorati.

All’interno dell’Unione europea, così come ai confini, la situazione appare abbastanza precaria: c’è una Brexit che deve essere ancora ben definita - per modi e per tempi -; elezioni in vista in diversi paesi chiave - Francia e Germania su tutti - che potrebbero portare a risultati compromettenti per l’Unione stessa; un’economia che stenta a riprendersi e che in alcune aree - come in quella meridionale - appare ancora molto debole.

Questo dovrebbe bastare a farci comprendere dei tanti rischi che rimangono in sospeso e che gravano sulla tenuta degli indici. Sono vere e proprie bombe a orologeria che in caso di esplosione farebbero molto più male della crisi del 2008. Il fatto quindi che gli indici al momento salgano non significa che tutta vada nella giusta direzione: si attende un miglioramento di breve periodo, senza però considerare le numerose variabili di incertezza di più lungo periodo. Ed è capitato spesso che i mercati in questi ultimi anni siano saliti non perché si siano trovate soluzioni definitive ai problemi ma perché a questi sono state trovate soluzioni temporanee o sono state spostate più avanti nel tempo (ed è quello che hanno fatto spesso diverse banche centrali nell’ultimo quinquennio).

Uno sguardo all’analisi tecnica

I principali indici azionari si stanno muovendo in modo coerente con quanto riportato da noi a inizio anno. C’erano infatti tutte le condizioni per potersi attendere un proseguimento del rally di natale, e così è stato.

A livello tecnico vediamo che lo S&P 500 si trova su nuovi massimi di sempre, mentre l’Eurostoxx 50 si è portato a testare i massimi di dicembre 2015.

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Se diamo uno sguardo al grafico giornaliero del principale indice statunitense vediamo che manca il throwback sui 2210 punti: tornare su questo livello non comprometterebbe l’impostazione rialzista dell’indice e quindi potrebbe essere un buon livello per entrare al rialzo.

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Nel breve periodo invece facciamo attenzione al triangolo discendente individuato sul grafico a 5 minuti: l’uscita da questa figura ci dirà qualcosa di più sulla direzione di brevissimo periodo che prenderà lo S&P 500.

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Notiamo come anche per l’Eurostoxx 50 manchi il throwback sulla rottura di un massimo precedente, in questo caso sui 3100 punti. L’indice europeo attualmente sta testando i massimi di dicembre 2015: la rottura di questa resistenza proietterebbe l’indice verso i 3500 punti, in caso contrario è lecito attendersi un ritorno sui 3100 punti.

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