Tunisia: le leggi contro la cannabis sono l'ufficio di collocamento del radicalismo islamista

Salafiti in Tunisia
Migliaia di simpatizzanti salafiti riuniti nella città di Qairawan - Credit:Reuters/Anis Mili
  • Quasi un terzo dei detenuti in Tunisia è recluso per reati di droga;
  • L'anno scorso oltre la metà degli arresti è stata fatta per violazioni della Legge 52, che regola il consumo delle sostanze stupefacenti;
  • Nonostante le promesse del Presidente Essebsi, la legge che il Parlamento potrebbe approvare è ancora più liberticida.

In Tunisia il proibizionismo è sempre più una piaga sociale che sconfina, oramai da anni, nei problemi legati alla sicurezza nazionale ed internazionale. Declinato così, che poi è la narrazione del fenomeno della tossicodipendenza ufficiale del governo tunisino, potrebbe sembrare che foreign fighters e islamisti radicali facciano uno spregiudicato uso di droga - questo è vero ma avviene più in battaglia, dove si consumano chili di metanfetamina – e in particolare di cannabis. Ma non è esattamente la verità.

In Tunisia la cannabis si chiama “zatla” ed il suo consumo è regolato - assieme aquello di tutte le altre sostanze - dalla famigerata Legge 52, che prevede il carcere da uno a 5 anni e multe fino a 3.000 dinari (circa 1.250€) per i tossicodipendenti. Secondo il Ministero della Giustizia di Tunisi lo scorso anno sono state almeno 6.000 le persone arrestate e detenute per il consumo di droga, quasi un terzo del totale della popolazione carceraria (la recidiva, sempre secondo la Giustizia tunisina, è del 54 per cento), si può essere arrestati e processati anche solo per il possesso di cartine e, in alcuni casi di cronaca decisamente controversi, persino per avere semplicemente fatto cenno alla zatla in una conversazione con qualcuno. Il Ministero della Salute tunisino stima che il 13,5 per cento degli uomini e lo 0,4 per cento delle donne tunisine facciano uso regolare di cannabis.

La stretta sul consumo di droga in Tunisia si è avuta nel 1992, quando il fratello del dittatore Ben Ali, Habib, è stato protagonista di uno scandalo internazionale come membro di un'organizzazione che si occupava di traffico di droga e per cui è stato condannato a 10 anni di reclusione in Francia per riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico (eroina e cocaina). In precedenza la legislazione tunisina, adottata nel 1964 dopo l'Indipendenza, perseguiva ugualmente il consumo di droga ma l'arresto era possibile solo se colti in flagranza durante il consumo e non incideva più di tanto sulla popolazione carceraria del Paese: il proibizionismo non rappresentava il problema sociale che rappresenta oggi. “È uno strumento per molestare la popolazione, specialmente i giovani” ha dichiarato a Middle East Eye l'avvocato Ghazi Mrabet, fondatore di al-Sajin 52, un movimento che raccoglie attivisti antiproibizionisti che si battono per la riforma della Legge 52. Quella legge è la clava che il sistema politico usa contro la parte più debole della popolazione ma è anche un'arma di ricatto spesso usata contro l'avversario politico: “Molti politici sono stati minacciati dalla polizia [sotto la dittatura di Ben Ali] e a molti hanno ritrovato 'per caso' della cannabis in auto” ha dichiarato Mrabet, che è stato avvocato di molti tunisini coinvolti in processi per possesso, vendita o consumo di cannabis.

La recente storia della Legge 52 in Tunisia va di pari passo con la primavera araba, cominciata proprio in Tunisia, dove ha conosciuto la sua declinazione più virtuosa: dopo la rivoluzione del 2011 diversi personaggi pubblici e molte associazioni come al-Sajin 52, sostenuti da organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, hanno cominciato a forzare il dibattito pubblico sulle droghe e sulla cannabis. L'anno successivo, con le proteste pubbliche di fronte al Parlamento e al Ministero della Giustizia, molti tunisini protestarono contro l'arresto di tre notissimi rapper per consumo e possesso di cannabis chiedendo a gran voce la riforma della legge. Nel 2014, durante la campagna elettorale, il poi eletto presidente Beji Caid Essebsi aveva promesso di riformulare la Legge 52 rivolgendo un pensiero ai presunti innocenti e spingendosi persino lievemente oltre, illustrando il problema sociale che la repressione stava provocando.

Nel dicembre 2015 la Camera dei rappresentanti di Tunisi ha ricevuto la prima bozza redatta dal governo tunisino in materia di riforma della legge sugli stupefacenti. La discussione è cominciata un anno dopo e sono bastati pochi giorni per ribaltare le carte in tavola: il 3 gennaio 2017 il dibattito al Parlamento tunisino ha infatti preso una piega decisamente inaspettata, un fulmine a ciel sereno per attivisti e consumatori, trasformandosi da un dibattito franco a una gara a chi è più oscurantista. Secondo la bozza di riforma della Legge 52 in discussione oggi, con le modifiche al disegno di legge presentate dallo stesso Ministero della Giustizia tunisino, la polizia avrà ancora la possibilità di richiedere test antidroga per i sospettati ma con le modifiche alla legge chi rifiuterà le analisi potrà essere condannato a 6 mesi di carcere. Altro tema che fa molto discutere tra gli abolizionisti tunisini è l'introduzione del concetto di “incitamento al consumo”, che se approvato potrebbe far sconfinare la liberticida Legge 52 dal campo degli stupefacenti a quello della libertà di espressione. Paradossalmente la riforma che avrebbe dovuto rappresentare una speranza per milioni di tunisini si sta trasformando in una legge ancor più repressiva e pericolosa per la società del Paese nordafricano: tra un mese circa il Parlamento voterà questa riforma.

In Tunisia si declina il problema delle tossicodipendenze in modo assolutamente sbagliato, come se fossero un problema di ordine pubblico: in Italia, nel quotidiano, non è poi molto differente ma nel Paese nordafricano non esiste nemmeno un centro medico di disintossicazione e gli unici centri di assistenza esistono perché sono le associazioni e le ong a gestirli e promuoverli. Culturalmente invece, in materia di cannabis, droghe e tossicodipendenza non c'è una grande distanza tra Italia e Tunisia: la ong al-Bawsala ha pubblicato alcuni stralci del dibattito in seno alla Commissione parlamentare tunisina che lavora alla nuova legge e ciò che emerge è un'arretratezza culturale spaventosa che anche in Italia conosciamo bene. Molti parlamentari infatti promuovono politiche proibizioniste e repressive sostenendo che le sanzioni sono l'unico modo per evitare il consumo di droga, un deterrente che nella realtà non solo è inefficace ma che produce morte, criminalità e, al giorno d'oggi, devastazione.

Le carceri tunisine infatti esplodono. E nelle carceri tunisine radicalizzarsi è più semplice che redimersi. Lo abbiamo scritto anche lo scorso 10 gennaio, quando abbiamo dato la notizia del rapporto presentato dal ministro Ghazi Jeribi sulle condizioni di vita nelle carceri tunisine: “Le prigioni tunisine soffrono di un sovraffollamento enorme […] sono ancora lontane dagli standard internazionali [che chiedono di garantire uno spazio pro capite di 4 metri quadri a prigioniero, nda]: in Tunisia la media è di 2 metri quadri a prigioniero”. Dal 2014 le Nazioni Unite relazionano sul rischio radicalismo in un contesto di sovraffollamento e condizioni di detenzione inumane ed oggi sappiamo che proprio la Tunisia è il Paese che più di ogni altro è patria di foreign fighters, molti arruolatisi tra le fila di Daesh dopo essersi radicalizzati grazie alle cattive compagnie incontrate in prigione. Lo stesso avviene in Francia. Lo stesso avviene, si pensi all'attentatore di Berlino Anis Amri, nelle carceri in Italia.

"Legalizzare la vendita di cannabis consentirebbe di assestare un duro colpo ai combattenti dello Stato Islamico così come alla criminalità organizzata italiana" dichiarò nel maggio scorso Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia in Italia. 

Oggi è il concetto di “criminale comune” a rappresentare il vulnus del sistema penitenziario tunisino: un concetto che unito a una legislazione durissima in materia di droghe e tossicodipendenza, e che probabilmente sarà resa ancora più dura, produce migliaia e migliaia di detenuti inutili, come i semplici consumatori di zatla, che saranno esposti a tutti quegli elementi che spesso portano i giovani ad abbandonare il senno per lasciarsi incantare dalle sirene islamiste. “A volte eravamo in 125 dentro la stessa cella e con noi c'erano cimici, insetti, ratti... È difficile vivere da reclusi” ha detto Isam Absy, 31enne ex-nazionale di rugby tunisino arrestato nel 2010 in seguito ad una rissa in una discoteca di Tunisi dove lavorava come vigilante. 

“Queste pene non risolvono il problema. Portano anzi a nuovi abusi e innesca un ciclo di violenza che incoraggia molti a drogarsi di più”. Il dramma carcerario tunisino rischia di aggravarsi sempre di più, e con esso il problema della sicurezza interna e internazionale: fino a quando continueremo a non preoccuparci di carceri e giusta detenzione, continuando a pensare alla prigione come ad un luogo di villeggiatura, a nostre spese, per criminali? Quella dei reclusi è una società, una società che ha ben più di un legame con quella all'esterno e con le regole che governano ognuna di queste e i rapporti tra le due: è provato che marginalizzare e reprimere una società non produce nulla di buono. Perché continuare così?