Turchia, Erdogan mette a tacere i giornalisti dissidenti: difficile comprendere cosa sta realmente accadendo nel paese

Erdogan
Il presidente della Turchia Recep Erdogan durante un discorso al palazzo presidenziale. Ankara, Turchia, 16 novembre 2016. Kayhan Ozer/Presidential Palace
  • La Turchia andrà al referendum senza garanzie sulla libertà di stampa: Erdogan ha già vinto?;
  • L'UE ha abbandonato le voci critiche della Turchia e il divieto per i ministri turchi è un sintomo di questo abbandono.

Uno dei mestieri più pericolosi e difficili che si possa scegliere di fare nella vita se si è di nazionalità turca è quello del giornalista: la cronaca in Turchia non è mai stato un affare semplice, nemmeno negli anni passati, ma dopo il tentativo di golpe militare del luglio scorso e la conseguente stretta sulla sicurezza nazionale imposta da Erdogan le cose sono letteralmente precipitate.

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Secondo quanto denuncia il Partito Popolare Repubblicano (CHP) attualmente 152 giornalisti si trovano dietro le sbarre nelle prigioni turche, 173 testate - giornali, riviste, stazioni radio, siti web e agenzie di stampa - sono state chiuse, 2.500 giornalisti hanno perso il lavoro e si trovano a spasso per effetto di queste chiusure mentre altri 800 si sono visti revocare le press-card, necessarie per lavorare in Turchia, e qualcuno persino il passaporto.

In un Paese, quale è la Turchia, che fino a pochi anni fa era a un passo dall'annessione all'Unione Europea (e il presidente era lo stesso, ma all'epoca forse si chiamava dottor Jekyll mentre oggi c'è mister Hyde) e che il prossimo 16 aprile voterà per trasformarsi da Repubblica Parlamentare a Repubblica Presidenziale, mettendo nelle mani di Recep Tayyip Erdogan un potere che ha precedenti solo nell'Impero Ottomano, l'assenza di una piena e matura libertà di stampa è un elemento critico notevole per il livello generale di democrazia del Paese. L'inasprimento della censura cui abbiamo assistito dopo il golpe è invece la mannaia definitiva sulla libertà di espressione nel Paese e sul diritto all'informazione dell'intera cittadinanza. Ma questo, a chi ragiona unicamente in termini di “sicurezza nazionale”, sembra non interessare: il governo di Ankara ufficialmente smentisce i numeri del partito CHP e sostiene che i giornalisti in carcere siano circa 30.

Una bugia bell'e buona perché solo nel mese di novembre, quando il governo ordinò una retata nella redazione di Cumhuriyet, il più antico giornale turco che da sempre è l'autorevole voce dei critici del Presidente Erdogan, i giornalisti arrestati e rimasti in custodia da allora sono stati ben 12 e questo è solo un singolo episodio, seppur clamoroso (secondo il sito turkeypurge.com il numero di giornalisti dietro le sbarre è di 191, di cui 162 sono stati arrestati a partire dal fallito golpe). Molti di loro, in carcere, subiscono maltrattamenti, pestaggi e violenze di ogni tipo: l'incubo degli arrestati è terribile, molti di loro finiscono in isolamento per settimane o mesi, altri vengono pestati, praticamente tutti sono detenuti in condizioni deprecabili, come se dovessero attraversare l'inferno e sbucare dall'altra parte.

Secondo Amnesty International la Turchia è oggi il più grande carceriere del mondo di giornalisti: sono mesi che i tribunali del Paese si occupano principalmente di fare rassegna stampa e colpire chirurgicamente, ma anche con rete a maglie decisamente larghe, i giornalisti colpevoli di avere raccontato ciò che hanno visto o peggio ancora di avere espresso liberamente ciò che pensano. Questo spesso porta a dei tilt nel sistema di repressione: il giornalista investigativo Ahmet Sik, autore del libro “L'Esercito dell'Imam” nel quale sono descritte le pratiche corruttive e illecite della rete politico-religiosa di Fetullah Gulen, indicato da Erdogan in persona come il reale mandante e la vera mente del golpe, si trova in carcere con l'accusa di aver fatto propaganda proprio a Gulen.

Il Guardian ha raccolto qualcuna di queste testimonianze, come ad esempio quella del romanziere Asli Erdogan (non è parente del Presidente), che ha trascorso cinque giorni in cella di isolamento all'inizio del suo periodo di detenzione preventiva prima del processo, un periodo durato ben 4 mesi. “Mi hanno rotto e contorto in più modi di quanti si possa immaginare” ha dichiarato al quotidiano inglese, mentre Baris Yarkadas, parlamentare per CHP, incalzava dopo una visita ad alcuni giornalisti detenuti: “Non ho mai visto così tanta ingiustizia”.

I giornalisti più bersagliati sono i curdi: questo non stupisce, d'altra parte i curdi sono i cittadini turchi più discriminati e che più di tutti subiscono la repressione del governo, protagonisti ad esempio di molti romanzi dello scrittore turco Orhan Pamuk. “Il terrore non diventi un alibi per limitare la democrazia” ha tuonato lo scrittore lo scorso gennaio al Salone del Libro di Istanbul commentando gli ultimi attentati alla grande città turca e lanciando un monito alla politica, che appare sempre più sorda ma in realtà ci sente benissimo. Le orecchie di Erdogan sono letteralmente dappertutto e il problema di oggi, ci rivelano alcuni amici che abbiamo contattato telefonicamente a Istanbul, attiene alle sensazioni: molti cittadini turchi, non solo i giornalisti, oggi hanno superato il trauma dei limiti alla libertà di espressione e si trovano già nella condizione di avere persino il timore di pensare in modo libero e critico. Una sensazione, appunto, che ci è stata riferita da più parti e che rende bene l'idea di quella che è la percezione, nella società turca, dello stato d'emergenza imposto dopo il golpe fallito.

“Tutto questo è assurdo, lo sappiamo tutti. Questo non è uno stato di diritto, tutto questo sta distruggendo la legge. […] Il governo ci sta dicendo che se ci opponiamo al regime che vogliono impiantare in Turchia allora ci ritroveremo in prigione, isolati dal mondo esterno” ha denunciato al Guardian Yarkadas. Ed è proprio questo il punto che in Europa si fa fatica a comprendere: l'opposizione turca ha sin da subito, poche ore dopo il tentato golpe, manifestato una posizione critica di denuncia sia nei confronti dei golpisti sia di Erdogan, lanciando un monito sul rischio di autoritarismo in Turchia e sulle conseguenze ad esso connesse, tra cui appunto proprio il golpe. “Nè con Erdogan né con i golpisti” dicevano i sostenitori e gli esponenti del CHP e del DSP (Partito della Sinistra Democratica) nei giorni immediatamente successivi al golpe, quando già erano partite le purghe del Sultano.

La posizione critica e terza dell'opposizione non ha trovato sostegno da parte di nessuno all'interno dell'Unione Europea, a parte qualche voce fuori dal coro autorevole ma infinitamente piccola come quella del Partito Radicale in Italia. Dopo il golpe l'opposizione ha cercato di caricare Erdogan di responsabilità garantendogli il sostegno nell'azione giudiziaria contro i golpisti ma avvisandolo del rischio, poi concretizzatosi, di un autoritarismo estremo, che sarebbe stato “una catastrofe” per la Turchia: l'allontanamento dall'Europa, la polarizzazione degli umori interni nel Paese, la fine della democrazia e l'inizio dell'autoritarismo para-islamista dell'AKP, il partito del Presidente, tutti segnali che l'opposizione turca aveva anticipato poche ore dopo il golpe invocando l'aiuto europeo, senza il quale sarebbero rimasti soli e isolati. È esattamente ciò che è accaduto, è esattamente ciò che continua ad accadere: il muro contro muro tra l'UE e Erdogan, l'ultimo atto di questa triste pantomima è il divieto per i ministri turchi a parlare ai comizi per il referendum nelle città di diversi paesi europei, ha allontanato definitivamente la possibilità di una piena democratizzazione della Turchia e di un suo avvicinamento a Bruxelles.

Sarebbe stato un risultato storico che avrebbe strappato lo stato di diritto turco dalle imbragature di un Paese mai veramente unificato ed oggi sempre più dilaniato. La reazione europea al golpe ed alle purghe di Erdogan, o meglio la non-reazione, è la conseguenza di un clima sempre più populista nel vecchio continente, che impedisce a chi governa di avere lo sguardo lungimirante che in questi casi sarebbe richiesto. In parte, se oggi la Turchia sta come sta, è anche diretta conseguenza dell'inazione dell'Unione Europea e della pessima, e ritardataria, azione successiva. Ovviamente questo avrà ripercussioni anche in futuro: in questo senso non abbiamo ancora visto niente.