Tutti contro Trump: Kalanick (Uber) lascia, Musk resta e Marchionne tace

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Il 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: sua madre era scozzese, i suoi nonni paterni erano tedeschi REUTERS/Jonathan Ernst

Trump in poche settimane di presidenza ha fatto molto discutere, sopratutto per quanto concerne il settore automotive. Le sue famose politiche protezioniste che confluiscono con il claim "America First", sono solo alcune tematiche che hanno interessato l'industria automobile che da diversi anni ha ormai trasferito molti stabilimenti produttivi in Messico. Trump vorrebbe tagliare i ponti con il Messico e costringere le industrie automobilistiche a produrre in USA. Ford e anche FCA sembrano aver accettato l'invito, anche se, sopratutto per Fiat Chrysler, la produzione messicana resta molto alta. 

Oltre al problema legato al NAFTA, c'è anche un'altra questione molto calda che sta facendo molto discutere. Stiamo infatti parlando dell'abbandono del CEO di Uber dalla super commissione voluta da Trump e formata dai massimi esponenti del settore automobilistico americano e dai CEO di aziende digitali.

Uber Uber  REUTERS/Charles Platiau

Il CEO di Uber, Travis Kalanick, ha quindi deciso di dimettersi dopo che oltre 200mila persone avevano cancellato dal proprio smartphone l'app predisposta per la gestione del servizio. 

Perché Kalanick si è dimesso?

La faccenda della dimissione del CEO di Uber può essere snocciolata in una vicenda che ha portato alla decisione di abbandonare la commissione. Tutto è cominciato quando, il 27 gennaio, un sindacato di tassisti e il sistema di trasporto AirTrain, avevano interrotto per un'ora le corse verso l'aeroporto JFK in segno di protesta verso l'ordine esecutivo sull'immigrazione. Uber, in risposta a questa protesta, denominata "Muslim Ban", e in virtù dell'assenza dei taxi che appunto erano impegnati a scioperare, ha deciso di non applicare la maggiorazione alla tariffa che normalmente viene impiegata in questi casi. L'azienda è stata totalmente sommersa da proteste su internet e sui social, su tutti l'uso dell'hashtag #DeleteUber.

Il CEO di Uber, Travis Kalanick, il 2 febbraio ha quindi deciso di dimettersi anche e soprattutto per questioni di business. Se da un lato il numero di cancellazioni dell'applicazione non potevano mettere a repentaglio il business di Uber, dall'altro il danno di immagine dell'azienda, che già non gode di una grande fama, sarebbe stato messo ulteriormente alla berlina dalle polemiche dei rivoltosi. insommma, meglio arrestare la preoccupante emorragia.

Elon Musk Elon Musk  REUTERS/Rashid Umar Abbasi

E poi c'è Musk che non sbaglia un colpo

Elon Musk ha spiegato su twitter che ha deciso di rimanere nella commissione Trump perché ha il "compito di salvare il mondo dal problema del riscaldamento globale". Il buon Elon ha dichiarato che ha preferito rimanere nella perché stando dentro potrà concretamente contribuire a far prendere la scelta giusta al presidente Trump, specie per quanto riguarda le politiche ambientali e su quelle sulla diffusione della propulsione elettrica. 

E poi non dobbiamo dimenticare che Musk ha in America le fabbriche di Fremont, in California, e la Gigafactory in Nevada. Peculiarità che piacciono molto a Trump. Musk preferisce quindi rimane dentro al forum consultivo di Trump perché è convito di riuscire a far ragionare il tycoon.

Per Alfa Romeo un futuro condiviso

FCA tace

Nella commissione di Trump, oltre a GM e Ford, c'è anche FCA. Se da un lato Ford e GM hanno fatto sapere di non essere d'accordo con il "Muslim ban" FCA sembra tacere. Forse Marchionne ha paura di una reazione di Trump sulla vicenda EPA. Il neo presidente americano ha infatti messo un bavaglio all'EPA e le indagini sul caso (presunto) di alterazione dei dati sulle emissioni, sembrano registrare un silenzio assordante. Il "no-comment" di Marchionne sulle impopolari decisioni di Trump, sembra dettato da ragioni di convenienza. Del resto per FCA l'America è e resta un mercato di vitale importanza e l'A.D. per l'azienda italo-americana.