Uber fuori legge, tassisti in festa: ecco la viltà della politica che condanna il Paese alla paralisi

Uber
L'app di Uber REUTERS/Sergio Perez

Tra meno di dieci giorni, Uber e tutte le sue varie declinazioni saranno messi al bando. Il tribunale di Roma infatti, ha accolto il ricorso dei tassisti per concorrenza sleale dichiarando fuori legge il servizio del gruppo californiano. La sentenza obbliga Uber a pubblicare il responso sul sito informando così tutti gli autisti che a breve saranno considerati fuori legge dalla normativa italiana. Il Tribunale ha anche fissato una multa di 10mila euro per ogni giorno di trasgressione.

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Uber annuncia ricorso contro la sentenza romana facendo leva sul decreto Milleproroghe approvato a febbraio dal parlamento italiano e sulla normativa europea che dà il via libera alle attività di auto con noleggio del conducente, i cosiddetti NCC. Intanto però il tempo stringe e tra pochi giorni la berline saranno illegali a tutti gli effetti.

Senza entrare nel merito della vicenda, in cui entrambe le parti hanno le loro ragioni, il problema è di fondo e interessa trasversalmente tutti i settori: l’Italia è il Paese dei veti incrociati, delle campagne elettorali perenni e la politica, troppo spesso, decide di non decidere per non voler scontare nessuno, ma in realtà scontentando tutti. Nel Paese delle corporazioni, i problemi li risolvono i giudici, non coloro che sono eletti dai cittadini e profumatamente pagati fare leggi e riforme per disciplinare la realtà.

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Taxi contro Uber: l’ultimo capitolo

Si aggiunge un altro capitolo alla lunga saga dei tassisti italiani contro Uber, il gruppo californiamo che ha portato in oltre 500 Paesi del mondo un servizio alternativo a quello offerto dai taxi.

Uber è presente nelle principali città italiane con diverse declinazioni che, in generale, propongono un servizio di trasporto urbano prenotabile comodamente tramite app a prezzi contenuti e certi pagabile tramite cellulare. Un servizio, diciamocelo chiaramente, più comodo, immediato ed economico di quello offerto dai tassisti, da sempre unici custodi del trasporto pubblico in auto e quindi mai stimolati a migliorare o ammodernare il servizio offerto ai consumatori.

Ma per il popolo dei taxi, costretto a seguire una lunga trafila burocratica e a pagare le licenze a peso d’oro, Uber rappresenta un servizio che fa concorrenza sleale perché può offrire prezzi più contenuti alla luce dei minori obblighi e costi.

La polemica è nuovamente scoppiata con l’approvazione del decreto Milleproroghe e in particolare a causa di un emendamento che sospende, fino al 31 dicembre 2017, l'efficacia di alcune norme che limiterebbero l'attività delle NCC e dei veicoli Uber. I tassisti aspettavano in gloria l’applicazione di norme utili a contenere i servizi di Uber e quindi, secondo loro, a ristabilire l’equità e la legalità in una giungla di abusivismo.

Il rinvio ha fatto scattare uno sciopero feroce culminato nella promessa da parte del Governo di disciplinare la materia con una legge che però, al momento non ha ancora visto la luce.

Taxi-Uber e il problema delle licenze

Il vero problema nella guerra Taxi-Uber è trovare il meccanismo in grado di far valere due diverse esigenze: da una parte quella dei tassisti che hanno speso decine di migliaia di euro per comprare una licenza che rischia di diventare carta straccia con l’apertura totale del mercato; e dall’altra la consapevolezza che non si può fermare l’innovazione e privare i consumatori di servizi efficienti e vantaggiosi solo per preservare dei diritti acquisiti da vecchie corporazioni.

Come se ne esce?  Sciogliere il nodo non è facile, ma la politica deve provarci senza farsi tenere in scacco dal popolo dei tassisti aggrappati ad una legge dei primi anni ’90, scritta quando a malapena esistevano i cellulari ed era impensabile che un’app facesse concorrenza ai tassisti offrendo un servizio migliore.

Come abbiamo già detto, su una cosa i tassisti hanno ragione: vogliono veder tutelato il proprio investimento. In Italia le licenze sono contingentate, per questo nel maggio 2015 il tribunale di Milano ha disposto il blocco di Uber pop per “concorrenza sleale” e “violazione della disciplina amministrativa che regola il settore”. La vita lavorativa dei tassisti ruota intorno al possesso della licenza: un documento costato da un minimo di 50-60mila euro fino a oltre 300mila euro nelle grandi città.

Liberizzare tutti i nuovi servizi di car sharing, car pooling, noleggio con autisti e via dicendo vorrebbe dire spazzare via il valore delle licenze, la garanzia di guadagno per i tassisti e la loro pensione. E’ necessario quindi trovare il modo di fare largo all’inevitabile progresso guidato da Uber, senza però rovinare chi c’era prima ed ha fatto sacrifici economici per poter svolgere questo lavoro.

Sul punto circolano numerose ipotesi: lo Stato potrebbe ricomprare tutte le licenze dei tassisti e liberalizzare il mercato; oppure vendere nuove licenze e devolvere il ricavato agli attuali possessori; liberalizzare integralmente il mercato e usare l’extra gettito fiscale per sostenere i tassisti. Insomma il problema è complesso, ma deve essere risolto prendendo una posizione.

L’Europa su questo fronte è divisa, ma non immobile come l’Italia. Giuste o sbagliate che siano, la politica ha preso le sue decisioni “accogliendo” Uber nella normativa nazionale oppure mettendo l’app al bando, in tutte le sue forme. In Germania, Francia e Spagna, dopo feroci proteste dei tassisti, Uber ha trovato spazio nel tessuto normativo anche se con paletti e limitazioni ben precisi, mentre in Ungheria, Danimarca e Norvegia il servizio è considerato concorrenza sleale e quindi illegale. A fine marzo Uber ha annunciato che farà le valigie per lasciare la Danimarca perché le nuovi leggi sui taxi rendono il servizio inadatto ad operare.

Quando la politica demanda ai tribunali

La guerra tassisti contro Uber ha confermato una tendenza tutta italiana: quando il gioco si fa duro, la politica passa la palla ai tribunali. Quando cioè i nodi da sciogliere sono intricati e si rischia di scontentare una platea di elettori, la politica decide di non decidere e quindi obbliga i contendenti a confrontarsi a son di cause, ricorsi e appelli.

I giudici, in situazioni come queste, non possono che applicare la legge senza entrare nel merito. Il Tribunale di Roma infatti non dà un giudizio sulla qualità del servizio offerto da Uber, ma, come si legge nell’ordinanza del giudice, “accertata la condotta di concorrenza sleale” di Uber non può far altro che vietare al gruppo  “di porre in essere il servizio di trasporto pubblico non di linea con l'uso della app Uber Black e di analoghe app, disponendo il blocco di dette applicazioni con riferimento alle richieste provenienti dal territorio italiano, nonché di effettuare la promozione e pubblicizzazione di detti servizi sul territorio nazionale”.

Se la politica non decide, il Tribunale è costretto ad applicare una legge vecchia di 25 anni, ormai totalmente disconnessa dalla realtà di oggi mettendo fuori legge un gruppo che è venuto ad investire in Italia e scontentando i consumatori. E’ la strada giusta per scoraggiare l’innovazione, per lasciare che i nuovi servizi si regolamentino da soli, stando spesso sul crinale tra legale e illegale, è la via per tenere l’Italia paralizzata mentre il mondo va avanti.