Ucraina, a Donetsk si rischia un forte inquinamento da cloro (e migliaia di vittime innocenti)

Ucraina
Soldati separatisti dell'autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk si scaldano con mezzi di fortuna lungo la linea del fronte occidentale. Donetsk, Ucraina, 14 febbraio 2017. REUTERS/Konstantin Chernichkin

Lo scorso 24 febbraio l'area attorno la stazione di filtraggio delle acque di Donetsk, città dell'Ucraina orientale che dà il proprio nome all'autoproclamata Repubblica Popolare (filorussa), ha subito per tutta la notte e per la mattina seguente pesanti e incessanti bombardamenti da parte dell'esercito ucraino, che ha scaricato sull'impianto centinaia di colpi di mortaio costringendo il personale dell'azienda idrica Voda Donbasa a evacuare la struttura per ragioni di sicurezza.

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Il depuratore si trova nell'area tra Yasinovataya e Avdeyevka, quest'ultima controllata dall'esercito di Kiev, un'area che da sempre è un punto delicatissimo di contatto tra le parti in conflitto: depura le acque che riforniscono ambo i lati del fronte e per ambo le parti è di vitale importanza per la sopravvivenza dei civili e delle retrovie.

Secondo quanto riferito in un rapporto pubblicato da Humanitarian Response i mortai hanno colpito la struttura all'interno della quale sono situati gli impianti di filtraggio dell'acqua e diversi serbatoi contenenti acqua già depurata. La stazione di filtraggio dell'acqua di Donetsk fornisce acqua pulita a oltre 345.000 persone: all'interno della struttura ci sono grossi serbatoi di cloro, impiegato per la depurazione delle acque: il cloro elimina la maggior parte dei microorganismi contenuti nell'acqua, è economico ed è comunemente utilizzato nelle reti idriche pubbliche, in tutto il mondo. L'importante è non eccedere mai nelle quantità perché troppo cloro renderebbe l'acqua letteralmente tossica (il cloro è anche utilizzato, in diversi scenari bellici - ad esempio la Siria - e sotto diverse forme, per la fabbricazione di armi chimiche).

Nel bombardamento del 24 febbraio una condotta per il trasporto del cloro è stata gravemente danneggiata e il sistema di depurazione immediatamente bloccato per evitare di inquinare le acque. Ma il peggio era oramai fatto e l'impianto irrimediabilmente compromesso. In realtà è da più di tre mesi che i bombardamenti, più intensi di prima, provocano danni ai diversi siti industriali dell'area di Donetsk e sono diverse le stazioni idriche di trattamento e depurazione che sono state colpite nelle recenti attività belliche.

Andando oltre le vittime degli stessi bombardamenti, civili e militari, ogni bombardamento sugli impianti idrici nasconde insidie pericolosissime anche nel medio e nel lungo termine: la contaminazione delle acque e, nondimeno, l'inquinamento che si genera (anche dell'aria) quando si colpiscono i serbatoi di cloro, con nubi tossiche che sorvolano e pervadono le aree circostanti. I rischi che derivano dall'esposizione al cloro sono quelli che possiamo osservare dalle centinaia di video provenienti dalla Siria e girati con i telefoni cellulari dai civili in diverse città, da Aleppo ad Hama, da Homs a Idlib, ma tutto dipende dalle dosi e dal tempo di esposizione: maggiori sono le parti per milione di cloro nell'aria, maggiore il tempo di esposizione e maggiore sarà il rischio di sviluppare patologie polmonari o sviluppare fenomeni che vanno dall'irritazione delle mucose delle vie respiratorie alla morte per soffocamento.

Il problema dell'inquinamento da cloro non attiene solo all'aria ed alle acque per uso umano ma anche per quelle a scopo irriguo (le stesse): dal sito di Verknyokalniuske sono fuoriuscite una stima di 300 tonnellate di cloro liquido, utilizzate (secondo Bellingcat) per irrigare campi, orti e coltivazioni. Inoltre Verknyokalniuske è situato ad appena 1 chilometro dal primo centro abitato.

Un altro problema, altrettanto grave, è l'impossibilità per i civili di accedere a fonti d'acqua pulite e sicure, che poi a lungo andare il controllo delle fonti d'acqua pulite diventa l'ennesimo pretesto per il perpetrarsi del conflitto: nel 2015 l'OCSE ha pubblicato una prima relazione sulla questione, nel quale si nota come l'acqua sia un “potenziale fonte di nuovi conflitti”. Dal 2015 sono incessanti i combattimenti ed i bombardamenti sui centri idrici nel Donbass, come incessanti sono le denunce delle organizzazioni non governative che lamentano le difficoltà di accesso alle fonti idriche ed il rischio per la salute pubblica delle popolazioni, già in pericolo per le naturali conseguenze della guerra civile.

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Prima del bombardamento del 24 febbraio l'OCSE aveva denunciato 200 esplosioni nella sola data del 29 gennaio e in precedenza si sprecano i rapporti delle Nazioni Unite e di diverse sue agenzie in materia di rischio idrico: “Un disastro ambientale non può più essere escluso” ha denunciato l'OCSE in un comunicato sul bombardamento del 24 febbraio scorso. Parliamo, solo in quell'episodio, di 7 tonnellate gas cloro stoccate in 900 contenitori: se uno di questi venisse colpito direttamente da un colpo di mortaio, denuncia l'OCSE, il risultato sarebbe la morte di chiunque sia presente in un raggio di 200 metri e una lenta agonia per coloro che si trovano in un raggio di 2.4 chilometri dal punto di impatto. In caso di danni andrebbero evacuate, per ragioni di sicurezza, tutte le persone che si trovano in un raggio di 7 chilometri e mezzo dal punto di impatto, cosa impossibile in quello scenario.

Dal 24 febbraio i bombardamenti sugli impianti idrici non si sono fermati. Oggi l'acqua viene portata dalle autobotti, con tutti i disagi del caso ed i rischi annessi, ma resta intollerabile che nel 2017 nel cuore dell'Europa un conflitto a così alta intensità continui nel disinteresse di tutti. Gli ucraini e i russi del Donbass lo ricorderanno a lungo, quando la guerra civile sarà finita.