Ucraina: gli accordi di Minsk sono un fallimento

di 07.02.2017 9:00 CET
Ucraina
Un soldato separatista in Ucraina Orientale Reuters/Alexander Ermochenko
  • Il Protocollo di Minsk firmato per fermare le violenze in Ucraina continua a non funzionare
  • Le previsioni del Protocollo non prevedono condizioni sufficientemente stringenti e lasciano troppi spazi alla rottura della tregua
  • Le richieste dei ribelli e quelle dell'autorità centrale sono incompatibili tra loro

Sulla base del lavoro effettuato dal gruppo di contatto Trilaterale, costituito dai rappresentanti di Ucraina, Russia e OSCE fu firmato il 5 settembre del 2014 il Protocollo di Minsk con l’obiettivo di porre fine alle violenze nell’Ucraina orientale. Il 12 febbraio del 2015, al fine di meglio delineare e rendere più efficaci gli accordi precedenti fu firmato un secondo Protocollo, che come il primo, aveva l’obiettivo immediato e più urgente di assicurare un cessate il fuoco bilaterale.

Il cessate il fuoco è stato più volte violato: è avvenuto nella battaglia per l’aeroporto di Donetsk, a Debaltzeve e decine di altre volte. Gli accordi di Minsk hanno trasformato una guerra aperta in un conflitto a bassa intensità e se anche un solo individuo ha avuto salva la vita grazie agli accordi, sono stati comunque un successo, ma quegli accordi sono in grado di porre fine alla guerra nel Donbass? Probabilmente no.

I punti indicati nel Protocollo sono diversi e prevedono tra gli altri il ritiro di tutti gli armamenti pesanti, il monitoraggio da parte dell’Osce, un’amnistia generalizzata, il ritiro di tutte le formazioni armate e dei mezzi militari, il disarmo dei gruppi armati illegali. Gli accordi prevedono anche che l’Ucraina ripristini il controllo dei confini statali e che si doti di una nuova Costituzione che contempli la decentralizzazione dei poteri, con particolare attenzione a determinate aree delle regioni di Donetsk e Lugansk. Il Protocollo, inoltre, stabilisce che si dovranno tenere elezioni locali in conformità con la legislazione ucraina e con la Legge “sul regime temporaneo di autogoverno locale in determinate zone delle regioni di Donetsk e Lugansk”.

Le norme connesse al “regime temporaneo di autogoverno locale” sono ancora più serrate e prevedono per le regioni di Donetsk e Lugansk il diritto all’autodeterminazione linguistica, la possibilità per non meglio precisati organi di autogoverno locali di nominare funzionari nei tribunali, nelle procure e di creare formazioni di milizia popolare; auspicano inoltre il sostegno da parte degli organi centrali ucraini allo sviluppo di relazioni transfrontaliere tra le regioni di Donetsk e Lugansk e la Federazione Russa.

Senza entrare troppo nel merito degli accordi, è sembrato palese fin dall’inizio che la maggior parte dei punti indicati nel protocollo non sarebbero stati raggiunti. Come si possono svolgere regolari elezioni se tutti i gruppi armati non hanno deposto le armi? E quando dovrebbero essere disarmate le milizie se comunque si riserva il diritto agli organi di autogoverno locali di creare proprie milizie armate? Che tipo di decentralizzazione? Quella richiesta dai ribelli con la possibilità di porre veto agli accordi internazionali e quindi anche a quelli che prevedono l’avvicinamento all’Unione Europea o quella più blanda di carattere prevalentemente fiscale e linguistica come vorrebbero le autorità ucraine? Come è possibile immaginare una pacifica convivenza con un’amnistia generalizzata che non escluda casi di crimini di guerra? È mai possibile immaginare che giudici e procuratori siano nominati da organi di autogoverno locali e non dall’autorità centrale?

La guerra nell’Ucraina orientale ha provocato la morte di quasi 10.000 persone; gli accordi di Minsk sono stati siglati con il principale obiettivo di interrompere le violenze su larga scala e provare a congelare il conflitto, ma rimandano la risoluzione del vero problema al futuro.

Nei giorni scorsi la tregua è stata violata nuovamente, questa volta a Avdiyivka. Come sempre c’è il rimpallo di responsabilità tra i ribelli e le autorità ucraine su chi abbia dato avvio agli scontri, ma il vero nocciolo della questione non è chi abbia scagliato il primo colpo di mortaio. Spingere l’opinione pubblica a concentrare le proprie attenzioni su chi abbia iniziato questa volta le ostilità, contribuisce a far perdere di vista la questione rilevante volta a ricordare perché è cominciata la guerra e chi continua ad avere interesse a mantenerla.