Ucraina: piccoli passi in avanti nella lotta alla corruzione

di 13.01.2017 10:03 CET
Poroshenko
Petro Poroshenko durante una conferenza a Kiev, in Ucraina REUTERS/GLEB GARANICH

Dopo vari tentativi è divenuto pienamente operativo, il 31 ottobre, il sistema che rende pubblici online i redditi dei funzionari statali ucraini di più alto livello. Circa sessantamila funzionari, giudici e personaggi con incarichi pubblici sono obbligati non solo a compilare come in passato la dichiarazione dei redditi, ma a specificare anche le quote (direttamente ed indirettamente possedute) in società di diritto ucraino, il possesso di denaro contante, gioielli, auto di lusso, terreni ed immobili. L’obbligo è esteso anche ai familiari, per cui dalla fine di ottobre, più di centomila profili sono disponibili online.

È un passo importante per un Paese che, secondo i dati al 2015 della Corruption Perceptions Index di Trasparency International, è uno dei più corrotti al mondo (130-esima posizione), poco prima del Tajikistan e poco dopo la Russia e la cui popolazione, nel giro di solo dieci anni, è scesa in piazza già ben due volte, chiedendo tolleranza zero contro la corruzione ed un sistema politico più trasparente.

Ciò che è emerso dalle prime dichiarazioni online del 2016 ha confermato ciò che gli ucraini avevano sempre avvertito sulla propria pelle e che li ha portati così spesso in piazza a protestare: i funzionari pubblici hanno dichiarato circa 1 miliardo di dollari, di cui quasi 400 milioni cash, soprattutto valuta, conservata in casa, negli armadi, nelle casseforti. Nient’altro che la conferma della rapacità degli oligarchi e della corruzione diffusa nel settore pubblico, in un Paese in cui lo stipendio medio è poco superiore ai 250 dollari al mese. Nel 2017, l’obbligo della compilazione della dichiarazione on-line dovrebbe essere esteso a tutti i dipendenti pubblici e poi successivamente dovrebbe essere implementato un sistema che permetta l’analisi automatica delle dichiarazione per una successiva denuncia alle autorità competenti. Al momento la magistratura dovrebbe procedere su casi specifici, magari partendo dal lavoro investigativo condotto dai giornalisti, che stanno già esaminando le dichiarazioni.

La dichiarazione online rappresenta indubbiamente un passo importante, che non sarebbe stato possibile senza la pressione dell’Unione Europea e l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale. L’Ucraina non ha da sola la forza per procedere lungo la strada delle riforme, è troppo forte la pressione del vecchio sistema economico e gli ucraini ne sono ben consapevoli. Sanno benissimo che da soli, o ancora peggio con la vecchia nomenclatura legata alla Russia, nessun cambiamento sarebbe possibile. L’Europa per gli ucraini è una scelta obbligata e rappresenta la speranza (non la certezza) di un sistema più equo e meno corrotto e di vivere in un Paese democratico.

L’Ucraina è comunque al momento ancora un Paese dominato dalle oligarchie, anche in settori estremamente sensibili come quello dei media. Secondo uno studio condotto dall’Institute of Mass Information di Kiev, in collaborazione con Reporters sans frontières, i media ucraini sono nelle mani degli stessi oligarchi che detengono il potere economico e politico: Victor Pinchuk, Rinat Akhmetov, Ihor Kolomoyskiy, Petro Poroshenko, Dmytro Firtash, Sergiy Kurchenko. Lo sono le radio e le televisioni, con le emittenti nella proprietà di quattro soggetti che coprono rispettivamente il 76% e il 94% dell’audience; decisamente minore, invece, la concentrazione per stampa ed internet, dove la media audience concentration non supera il 20%.

Una situazione naturalmente molto delicata, ma se oggi ne siamo a conoscenza e sappiamo per esempio che Petro Poroshenko, l’attuale Presidente dell’Ucraina, possiede circa 100 società ed è proprietario dell’emittente Channel 5,  lo dobbiamo quasi esclusivamente agli sforzi fatti dal Paese negli ultimi tre anni.

Non è tanto e non è tutto, ma è molto di più di quanto sia possibile ottenere nella maggior parte dei Paesi ex sovietici, dai quali Kiev vuole definitivamente prendere le distanze. La spinta della società civile è costante e non arretra di un centimetro, neanche questo è sempre scontato in quest’area dove la democrazia è spesso solo una variabile e delle più ininfluente.