USA: Steven Mnuchin favorito per la nomina al Tesoro. Cosa ci fa uno squalo della finanza alla corte del populista Trump?

Donald Trump Presidente
Donald Trump, ancora candidato repubblicano, mentre ascolta una domanda durante un dibattito presidenziale del Partito Repubblicano. Cleveland, Ohio, 6 agosto 2015. REUTERS/Brian Snyder

Se l’elezione di Donald Trump a presidente degli USA ha tenuto con il fiato sospesto tutto il mondo, adesso i riflettori si sono spostati sulla lista dei candidati alle poltrone più importanti della sua amministrazione. Tra queste, una delle più scottanti sarà certamente quella del Tesoro. Il favorito è il finanziere Steven Mnuchin, 53anni ex banchiere di Goldman Sachs, co-fondatore di Dune Capital Management, “trumpiano” dell’ultima ora e di recente suo tesoriere. Dopo aver finanziato candidati democratici, tra i quali anche Hillary Clinton, Mnuchin ha intuito che il vento stava cambiando e nel mese di maggio è sceso in campo per la raccolta di finanziamenti per la campagna di Donald Trump.

Nei giorsi scorsi Mnuchin è stato visto aggirarsi nei corridoi della Trump Tower anche se secondo le fonti più caute sarebbero ancora in corsa anche gli altri candidati: il finanziere Wilbur Ross, il deputato texano Josh Hensarling e il chief executive di JP Morgan Jamie Dimon.

La probabile scelta di mettere uno squalo della finanzia come Mnuchin alla guida del Tesoro USA sembra in contraddizione con gli attacchi che Trump ha riservato a Wall Street durante la campagna elettorale. Eleggere Mnuchin potrebbere essere un rischio per Trump dal punto di vista del consenso degli elettori che hanno sostenuto l’idea di rimuovere rappresentanti “dell’elite”, del “sistema” dalle alte sfere dell’amministrazione.

Chi è Stevel Mnuchin

Giovane di Goldman Sachs di seconda generazione (il padre è andato in pensione come partner), Stevel Mnuchin, 53 anni e un master a Yale ha lavorato per quasi 20 anni nella banca d’investimenti e ricalca alla perfezione il profilo di coloro che sono stati diffamati dai sostenitori di Trump. Dopo la carriera in Goldman Sachs, ha creato un hedge fund, il Dune Capital Management, e investito i suoi considerevoli profitti in varie iniziative, comprese alcune produzioni hollywoodiane come Avatar e X-Men.

Personaggio controverso, è accusato di aver guadagnanto sui fallimenti e sulle disgrazie dei cittadini USA in occasione della crisi finanziarie del 2007. E’ stato co-fondatore e CEO di OneWest Bank dove ha collaborato con gli hedge fund del miliardario George Soros e di Michael Dell. OneWest è accusata di essersi arricchita negli anni della crisi dei subprime acquistando immobili tramite metodi di pignoramento illeciti. Una pratica che secondo Cbsnews è stata definita “ripugnante e scioccante” da un giudice americano durante una delle numerose cause intentate dai proprietari di casa contro OneWest. Nel 2011, secondo quanto riporta il The Los Angeles Times, i proprietari di casa hanno manifestato sotto casa di Mnuchin a Bel Air.

Insomma la storia di Steven Mnuchin è quella di uno squalo della finanza senza scrupoli che sembra andare poco d’accordo con il movimento populista che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca.

Cosa cambia per Wall Street e la Federal Reserve

Nonostante il tono anti-establishment usato da Trump durante la campagna elettorale, oggi pare che il neo presidente degli Stati Uniti voglia intorno a sè personaggi cruciali proprio di quel sistema che aveva promesso di abbattere. Secondo Isaac Boltansky, analista di Compass Point, “è difficile pensare che un partner di Goldman Sachs di seconda generazione si possa assicurare una posizione di primo piano in un'amministrazione portata da un vento populista”.

Volendo azzardare una spiegazione, il ruolo di Mnuchin potrebbe essere quello di riabilitare Donald Trump agli occhi di Wall Street dopo i toni utilizzati in campagna elettorale. Ma c’è anche chi legge questa (eventuale) nomina da parte di Trump come una vera e propria “svendita” delle sue idee alla corte di Wall street.

Nonostante le contraddizioni, su un paio di cose Trump e Mnuchin sembrano parlare la stessa lingua anche se con accenti diversi. Il neo presidente degli Stati Uniti ha promesso di intervenire sulla legge Dodd-Frank del 2010, a volte promettendo la sua abolizione, altre, con tono più pacato, ipotizzando di allargarne le maglie. Si tratta della legge per regolamentare il settore bancario dopo la crisi del 2008 che, secondo Trump, “ingabbia” le banche e frena l’economia. Con la presidenza “arancione” è probabile che le banche potranno godere di margini di manovra molto più ampi e potranno assumersi rischi maggiori. Prospettiva alquanto preoccupante se si pensa a quello che è accaduto nel 2007 e alle conseguenze che ancora quelle scelte scellerate hanno sull’economia di molti Paesi del mondo.

Altro “nemico” dell’amministrazione Trump è la Federal Reserve di cui Mnuchin è un critico accanito. Il finanziere accusa Janet Yellen di distruggere i patrimoni dei fondi pensione tenendo i tassi bassi per così tanto tempo. La soluzione per la nuova amministrazione sarebbe la riduzione dell’autonomia decisionale della Banca centrale USA sostituita da una qualche forma (non precisata) di coordinamento tra la Casa Bianca e il Congresso.

Nonostante alcuni punti di contatto, la storia personale di Steven Mnuchin stride con la ventata di populismo e avversione "al sistema" che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca. Ma questo è, in tutti i Paesi del mondo, il grande limite dei candidati populisti: dopo la campagna elettorale, arriva il momento di governare, il momento in cui i populisti saliti al potere sono costretti a tradire sè stessi. Perché le parole forti, le proposte aggressive e le soluzioni semplici si scontrano con la realtà.