Vendita good bank a UBI: ecco come le banche e l'economia NON devono affrontare le crisi. La lezione del Salvabanche

La sede di Bankitalia a Roma.
La sede di Bankitalia a Roma. Reuters

Risparmi azzerati a 130mila famiglie per 780 milioni, un terzo dei dipendenti licenziati, scarico delle sofferenze sul Fondo Atlante, cessione delle banche a un euro: è questo il triste puzzle del salvataggio di banca Etruria, Marche, Carichieti e Cariferrara.

L’Odissea iniziata a novembre 2015 con l’approvazione del decreto Salvabanche si è chiusa ieri con la notizia, da parte di Bankitalia, del perfezionamento della cessione di tre Good bank, Nuova banca Etruria, Marche e Carichieti a UBI banca al prezzo simbolico di un euro.

L’amministratore Roberto Nicastro ieri ha detto che la conclusione dell’operazione è un “successo su diversi fronti” e che le banche sono state “la cavia del bail-in, ma ne sono uscite vive”. Un po' meno in salute, in realtà, ne sono usciti i migliaia di obbligazionisti azzerati e i dipendenti che da qui al 2020 perderanno il lavoro, quasi 1600 persone. La “struttura banca” forse è salva, ma l’operazione ha fatto terreno bruciato tutto intorno. 

L’operazione fatta su Banca Etruria, Marche, Carichieti e Cariferrara è la prima, ma non sarà l’ultima ispirata alla nuove regole europee sui salvataggio bancari. Anche MPS, Veneto banca e la Popolare di Vicenza stanno attraversando lo stesso fiume, con l’acqua fino al collo.

Quindi la colpa del disastro italiano è l’Europa brutta e cattiva? In realtà no. Nonostante i colpevoli ritardi con cui le autorità europee stanno affrontando le drammatiche crisi del comparto italiano, le responsabilità più pesanti sono da ricercare nella politica nostrana. Continuare a sostenere che il sistema bancario italiano fosse tra i più solidi d’Europa non ha fatto altro che far perdere tempo e occasioni preziose per intervenire quando ancora la ferita era poco profonda. Le criticità sono poi diventate problemi, che si sono aggravati fino a trasformarsi in veri e propri disastri che non potevano essere più gestiti in modo indolore. Più o meno lo stesso copione che vediamo ogni giorno parlando dell’economia italiana: nella narrazione governativa l’economia è in ripresa, l’occupazione aumenta e presto vivremo tutti felici e contenti. E se invece facessimo la fine di Etruria e co?

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Good bank a UBI


Il decreto Salvabanche del 23 novembre 2015 ha segnato l’inizio di una nuova era nei salvataggi bancari. L’operazione su Banca Etruria, Marche, Carichieti e Cariferrara è stato il primo banco di prova delle regole europee che vietano gli aiuti di Stato alle banche in crisi e forniscono un nuovo quadro normativo entro cui intervenire.

In occasione del salvataggio delle quattro banche del territorio sono stati azzerati investimenti per quasi 800 milioni e circa 130 mila famiglie hanno parte in tutto o in parte i propri risparmi. I costi dell’operazione, circa 3,6 miliardi, inoltre sono stati messi a carico del sistema bancario e del fondo di risoluzione.

Per rimborsare le banche, soprattutto Intesa, Unicredit e Ubi banca che hanno finanziato il prestito-ponte da 1,6 miliardi, i quattro istituti ripuliti messi in sicurezza sarebbero stati venduti al miglior offerente. Peccato che le uniche due offerte arrivate al Fondo di risoluzione fossero nettamente inferiori a questi cifra, tra i 300 e i 500 milioni.

Saltata la vendita e tornato lo spettro risoluzione, il lieto fine è arrivato con la vendita di tre good bank, al prezzo simbolico di un euro, a UBI banca. Le tre banche “regalate” porteranno in dote a UBI 600 milioni di crediti d’imposta, 930mila clienti, 547 filiali e 5mila dipendenti, che dovrebbero consentire di incrementare la quota di mercato dell’1%.

Tassello fondamentale dell’operazione è stata la cessione al Fondo Atlante di 2,2 miliardi di sofferenze e incagli. Il Fondo paga 713 milioni per un pacchetto di sofferenze del valore di 2,2 miliardi, dunque il 32,5%, una soglia decisamente più alta della media delle transazioni di mercato.

Alla fine dei conti quindi le banche, intese come struttura aziendale, sono salve, ma intorno sono rimaste solo macerie. I clienti hanno perso 780 milioni e si sono imbarcati in una lunga avventura legale per cercare di ottenere un parziale rimborso; entro il 2020 perderà il lavoro circa un terzo dei dipendenti delle banche perché chiuderanno decine di filiali; i costi dell’operazione sono finiti in buona parte a carico dell’intero sistema bancario con il rischio contagio.

Good bank specchio d’Italia


Le responsabilità alla base di questo esperimento fallito sono da cercare su diversi fronti: nessuno - dalle autorità europee ai manager delle filiali delle quattro banche, passando per Governo, Bankitalia, Consob - può ritenersi escluso.

Ma il principale responsabile è certamente il Belpaese e l’atteggiamento basato sul “va tutto bene” che ci trascina verso il precipizio. Tutte le vicende più drammatiche a cui stiamo assistendo sono legate ai colpevoli ritardi con cui si decide di intervenire. Se l’Italia avesse fatto come gli altri Paesi europei, tipo la Spagna, avrebbe potuto mettere in sicurezza le proprie banche prima dell’introduzione delle regole europee che vietano questi interventi. Invece no, la politica italiana era troppo occupata a fare propaganda 7 giorni su 7 e dire che andava tutto bene per accorgersi che il nostro comparto bancario faceva acqua da tutte le parti.

Interveniamo quanto è troppo tardi, quando le soluzioni non possono che essere drastiche e dolorose. La stessa cosa è successa a MPS: il Governo Renzi ha traccheggiato fino ad arrivare al punto di non ritorno e ora la ricapitalizzazione precauzionale rischia di rivelarsi un altro pasticcio. Un altro esempio sono le banche venete che fino all’anno scorso erano il solido portafogli del Nordest d’Italia e ora sono appese al filo della decisione europea sulla ricapitalizzazione da parte dello Stato.

Cambiando settore la storia non cambia: basti pensare ad Alitalia, ai numerosi e controversi salvataggi arrivati sempre quando la compagnia aerea si trova con le casse vuote e gli aerei senza carburante.

E allargando ancora lo sguardo il rischio è che questo modus operandi porti a fondo anche l’economia italiana. La narrazione governativa descrive un Paese in ripresa, mentre i dati ufficiali ci riportano alla realtà di un’economia che cresce meno dei partner europei e con ancora ben presente il dramma della disoccupazione. Se la classe dirigente italiana non si decide una buona volta a prendere le situazioni di petto, a fare riforme utili alle ripresa dell'economia, un giorno ci ritroveremo nel bel mezzo di un casa che brucia senza nemmeno aver visto partire la prima scintilla.