Veneto banca e Popolare di Vicenza: Atlante si tira indietro, salvataggio sulle spalle dello Stato. Slittano le nozze

La sede del Ministero dell'Economia e Finanze, via XX Settembre Roma
La sede del Ministero dell'Economia e Finanze, via XX Settembre Roma Reuters

È arrivata la richiesta ufficiale: Veneto banca e la Popolare di Vicenza hanno bisogno dell’intervento dello Stato per l’operazione di rafforzamento di capitale propedeutica alla fusione.

SEGUICI SU FACEBOOK 

Torna quindi in campo lo scudo che il Governo Gentiloni ha approvato in fretta e furia sul finire del 2016 per finanziare le banche in crisi. Messo in campo per evitare il fallimento di MPS e il bail-in a cavallo tra vecchio e nuovo anno, è stato chiaro fin dall’inizio che quello scudo da 20 miliardi sarebbe servito anche per altre banche italiane, in primis la due banche del nord est.

Già salvate in più occasioni dal Fondo privato Atlante – che con loro ha praticamente finito la dotazione iniziale – le due venete non sono ancora uscite dalle sabbie mobili. Cessione delle sofferenze, chiusura dei contenziosi legali e nuovo aumento di capitale: sono questi i passaggi necessari per arrivare alla fusione. E per portarli a termine l’intervento dello Stato è ormai indispensabile. Questo è il perimetro delle azioni necessarie, ma è sui tempi e soprattutto sui costi che si gioca la partita tra banche, MEF, BCE e commissione europea per la concorrenza.

Un’altra grossa incognita è legata al fondo Atlante a cui restano in cassa circa 1,7 miliardi. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina – il maggior contribuente di Atlante insieme ad Unicredit – ha detto che il Fondo è pronto a comprare le sofferenze di Veneto banca e della Popolare di Vicenza, ma che non è disposto a partecipare all’aumento di capitale. In parole povere il salvataggio delle due banche venete, questa volta, sarà totalmente a carico dello Stato italiano, quindi dei contribuenti, ma anche di azionisti e obbligazionisti di Veneto banca e Popolare di Vicenza che dovranno partecipare alle perdite con il burden sharing. 

Ricapitalizzazione precauzionale

Si sono riuniti la scorsa settimana i consigli di amministrazione di Veneto banca e della Popolare di Vicenza. All’ordine del giorno il piano di rafforzamento del capitale utile alla fusione tra le due banche, l’unica via d’uscita dalle sabbie mobili con le quali le due banche del nord est combattono dallo scorso anno.

Le due banche hanno così ufficializzato le richiesta di aiuti di Stato appellandosi al famoso scudo da 20 miliardi. Ora la prima incognita è proprio sull’ammontare necessario: a deciderlo sarà la BCE chiamata ad esaminare il dossier insieme alla Commissione europea. Per la banca centrale la priorità è colmare tutte le lacune degli istituti, ripulirli dalle sofferenze e dare il via libera alle nozze di due banche sane.

Per la Commissione europea il problema principale è il rispetto delle regole della concorrenza e dei divieti legati agli aiuti di Stato. Ed è proprio questa divergenza di esigenze tra BCE, MEF e Commissione a rendere tutto più difficile. Ne è una prova lampante il caso MPS: la richiesta di intervento statale è ormai vecchia di mesi, ma le parti in causa non riescono a trovare la quadra sul piano di salvataggio e sul nuovo piano industriale.

Il primo passo comunque è capire l’ammontare necessario. Si parla di una cifra intorno ai 5 miliardi di euro di cui 1,2 miliardi sono i bond subordinati che saranno trasformati in azioni. Saranno coinvolti soltanto i bond junior (esclusi i 200milioni di retail), mentre i senior saranno tenuti al sicuro proprio dalla garanzia dello Stato.

La ricapitalizzazione precauzionale infatti, come già ipotizzato per MPS, prevede il burden sharing, ma non il bail-in vero e proprio che scatta in caso di fallimento e risoluzione bancaria. Sul grado e sulle modalità di coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti delle due banche venete l’ultima parola spetterà alla Commissione europea.

Banche venete e il ruolo del Fondo Atlante

Il fondo privato Atlante è stato fondamentale nel 2016 per evitare il fallimento di Veneto banca e della Popolare di Vicenza. I due aumenti di capitale sono stati un flop e sarebbero naufragati senza l’intervento del Fondo che ha comprato tutto l’inptato diventando l’azionista di maggioranza e quasi assoluto delle due venete. Il conto per Atlante è stato di circa 3,5 miliardi, somma che non è stata sufficiente ai due istituti per mettersi definitivamente in salvo.

Nei giorni scorsi le dichiarazioni di Messina, AD di uno dei principali contribuenti del Fondo Atlante, ovvero Intesa Sanpaolo sono state abbastanza chiare: Atlante potrà intervenire per l’acquisto delle sofferenze delle banche, ma non è disposto a spendere gli ultimi 1,7 miliardi per partecipare all’aumento di capitale.

Se Atlante si tira indietro, la patata bollente resta in mano pubblica. Deciso l’ammontare dell’aumento di capitale da parte della BCE, il piano di rafforzamento di capitale sarà guidato dal MEF che rischia di diventare azionista di maggioranza delle venete, scalzando il fondo Atlante. Ma anche i nuovi pesi e contrappesi all’interno dell’azionariato di Veneto banca e della Popolare di Vicenza saranno al vaglio di BCE e Commissione.

Rimborsi ai soci delle venete

Per chiedere la ricapitalizzazione precauzionale le banche devono essere solvibili. Nella missiva con cui le due venete hanno chiesto l’intervento dello Stato hanno ribadito che il requisiti di solvibilità non dipende dall’esito dell’offerta transattiva ai vecchi soci e che le banche potranno anche accettare un risultato intorno al 60-70 anziché dell’80% come indicato all’inizio.

La Banca Popolare di Vicenza ha offerto ai vecchi azionisti 9 euro per titolo e Veneto Banca il 15% del valore dell’azione al momento dell’acquisto in cambio della rinuncia ad aprire in futuro contenziosi con le banche. Per chiudere i contenziosi le due banche hanno stanziato circa 600 milioni contro i circa 5 miliardi di euro che sarebbero necessari se saltasse l’offerta transattiva.

L’obiettivo era stato fissato all’80%. Nel comunicato della scorsa settimana Veneto banca dichiara di aver ricevuto adesioni per circa il 66% dei soci e il 54% del capitale, mentre la Popolare di Vicenza ha raccolto il 68,8% delle adesioni per il 49,6% delle azioni. L’offerta per gli azionisti scade il 22 marzo, dopo sarà possibile fare una valutazione più precisa dei rischi legali delle venete.

Tolto questo peso, si potrà avviare l’operazione di cessione delle sofferenze e il rafforzamento di capitale (quando tutte le parti saranno d’accordo sull’ammontare) per arrivare finalmente alle nozze. Fissate per il 2017, vista la complessità del puzzle che Veneto banca, Popolare di Vicenza e gli interessati devono comporre, è probabile che i tempi per le nozze si allunghino notevolmente. Stallo di MPS docet.