Veneto banca e Popolare di Vicenza: perché l'intervento di Intesa Sanpaolo non è una buona notizia

Atlante
Una statua del titano Atlante nei Paesi Bassi Deror_avi via Wikimedia Commons

Le banche venete faranno la fine di banca Etruria e Company. E’ questa la strada tracciata nelle ultime ore, anche se prima di essere definitiva necessita di molteplici passaggi e via libera. Ma considerando le opzioni sul tavolo e quelle saltate perché impraticabili la soluzione “spezzatino” secondo le modalità delle quattro banche salvate nel 2015 sembra ormai la più probabile. E no, non è una buona notizia. 

Le attività di Veneto banca e della Popolare di Vicenza saranno divise e spostate in una Good bank, la parte sana, e in una Bad bank, che raccoglierà sofferenze e crediti deteriorati. A quel punto interverrà Intesa Sanpaolo che ha ufficializzato la disponibilità a partecipare al salvataggio comprando la good bank – ripulita e ricapitalizzata – al prezzo simbolico di un euro. Resta da vedere chi si assumerà l’onere di gestire la bad bank, la montagna di spazzatura uscita dalle due venete. La risposta più probabile è lo Stato – quindi tutti noi contribuenti spendendo un sacco di miliardi– oppure il Fondo di risoluzione bancario – quindi l’intero sistema.

Altro capitolo delicato riguarda la riduzione dei costi con licenziamenti e chiusura delle filiali e il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti nelle perdite. In questo senso Veneto banca e la Popolare di Vicenza rischiano di seguire in tutto e per tutto il destino delle quattro banche salvate nel 2015: azionisti e obbligazionisti azzerati con milioni di investimenti persi e una cura, imposta da UBI banca che ha comprato le good bank a un euro, davvero lacrime e sangue.

Venete: le ipotesi saltate

E’ più di un anno che discutiamo del salvataggio di Veneto banca e della Popolare di Vicenza: 12 mesi in cui si è ipotizzato di tutto e tentato (quasi) tutto. Il fondo privato Atlante nato per aiutare il sistema bancario ha speso oltre 3 miliardi per le venete senza risolvere niente.

Nei mesi scorsi la strada indicata era della ricapitalizzazione precauzionale con intervento dello Stato e poi fusione. Poi come tanti altri tentativi è finita su un binaio morto a causa della richiesta da parte delle autorità europee di iniettare 1,25 miliardi di capitale privato prima di procedere all’intervento pubblico.

La risoluzione con il bail-in sarebbe la soluzione estrema, la più dolorosa per le banche, i loro dipendenti, i clienti e tutto il sistema italiano che sarebbe messo fortemente sotto pressione dal mercato. Nelle ultime ore Intesa Sanpaolo ha formalizzato la disponibilità ad acquistare gli asset sani di Veneto banca e della Popolare di Vicenza, fissando però dei paletti ben precisi.

Veneto banca e Popolare di Vicenza verso Intesa Sanpaolo

La banca è disponibile a comprare la parte buona di Veneto banca e della Popolare di Vicenza a condizioni ben precise: prezzo simbolico di 1 euro, cessione dei crediti deteriorati e aumento di capitale a carico di altri. In pratica, Intesa Sanpaolo vuole l’esempio di UBI banca che ha comprato per un euro banca Marche, Etruria e Carichieti già pulite e ricapitalizzate.

Non solo. Intesa Sanpaolo dice che “l’operazione è subordinata all'incondizionato placet di ogni Autorità competente anche con riferimento alla relativa cornice legislativa e regolamentare” precisando quindi che non interverrà finché non saranno create le condizioni richieste e tutte le autorità in campo avranno dato l’ok definitivo. Insomma Intesa Sanpaolo vuole salvare Veneto banca e la Popolare di Vicenza ma prendendo tutte le precauzioni possibili per non incorrere in rischi e spremendo il più possibile le banche venete e lo Stato che dovrà sborsare molti miliardi per accompagnare questa soluzione "privata". Per inciso, questa ipotesi non ha niente a che vedere con la soluzione spagnola: il Santander ha comprato il Banco Popular per un euro ma farà un aumento di capitale da 7 miliardi per rimettere in sesto la banca.

Nello specifico Intesa Sanpaolo intende comprare gli asset sani delle venete escludendo non solo i crediti deteriorati (circa 10 miliardi di sofferenze a cui si aggiungono crediti malati o esposizioni scadute), ma crediti a rischio, le obbligazioni subordinate emesse e le partecipazioni non strategiche. Tutti gli asset sani saranno relagati a Intesa Sanpaolo e la spazzatura sarà a carico nostro. 

Le filiali (quelle che non chiuderanno) di Veneto banca e Popolare di Vicenza assumeranno probabilmente in marchio Intesa Sanpaolo e i clienti, con conti correnti, mutui, prestiti e quant’altro passeranno automaticamente al nuovo istituto.

I problemi della soluzione UBI-Etruria

Il primo nodo da sciogliere riguarda le due condizioni poste da Intesa Sanpaolo: chi si accollerà i crediti deteriorati? E chi ricapitalizzerà le venete? Una risposta è certa: Atlante non farà parte della partita perché impegnato su un altro fronte, quello di MPS. La banca senese prima di accogliere lo Stato come primo azionista deve liberarsi di 26 miliardi di sofferenze: i fondi inizialmente interessati - Fortress ed Elliott – si sono tirati indietro e quindi Atlante dovrà dare fondo a tutte le risorse disponibili (1,6 miliardi) per portare a termine l’operazione.

Restano altri due candidati (loro malgrado): lo Stato, che però dovrà ricevere il via libera dalle autorità europee trovando una modalità di intervento che non si configuri come aiuto di Stato – oppure il Fondo di risoluzione, ma bisogna vedere se il sistema bancario è disponibile a buttare altri soldi per il salvataggio delle venete. Alla fine dei conti, considerate le pretese di Intesa Sanpaolo, l'operazione potrebbe costare allo Stato molto più di quanto preventivato in caso di ricapitalizzazione precauzionale. Un dettaglio che non dovrebbe sfuggire alla commissiaria europea Vestager che vuole soluzioni il meno costose possibili per lo Stato. 

Altro aspetto delicato riguarda il coinvolgimento dei clienti e il destino dei dipendenti di Veneto banca e Popolare di Vicenza. Le perdite derivanti dall’operazione saranno coperte azzerando azionisti e obbligazionisti subordinati, così come accaduto con il decreto Salvabanche che nel novembre 2015 ha salvato banca Etruria, Carichieti, Cariferrara e Marche. Secondo indiscrezioni, questa volta, potrebbero subire perdite anche i titolari dei titoli junior che però, in caso di vendita fraudolenta, potranno chiedere un rimborso.

Fosco anche il panorama per filiali e dipendenti delle venete. L’argomento non è ancora sul tavolo di Intesa Sanpaolo, ma l’esempio di UBI è indicativo e preoccupante. La scorsa settimana con una lettera inviata ai sindacati UBI ha aperto il confronto sul nuovo piano industriale della banca che necessita di un aggiornamento dopo l’acquistizione delle good bank. L’informativa annuncia la chiusura di circa 270 sportelli e la riduzione, rispetto a fine 2016, di circa 3 mila dipendenti. Annunciata anche "una azione di contenimento dei costi" e di interventi di “razionalizzazione delle attività” con iniziative di deconsolidamento/cessione che potrebbero impattare entro il 2020 su altri 1.318 dipendenti.

Tra azionisti e obbligazionisti azzerati, filiali chiuse e dipendenti licenziati, il salvataggio di Veneto banca e Popolare di Vicenza si preannuncia un vero e proprio disastro per il Nordest. E un fardello pesante per le casse dello Stato, cioè le nostre tasche.