Venezuela, l'opposizione continua ad attaccare il governo: il 1 settembre la manifestazione anti-Maduro

Manifestazione studenti Caracas
Una manifestazione di studenti anti-chavisti organizzata a Caracas per invocare l'istituzione del referendum revocatorio contro Nicolas Maduro. Venezuela, 24 agosto 2016. REUTERS/Marco Bello

Secondo un recente rapporto dell'Istituto Nazionale di Statistica del Venezuela la povertà nel Paese affligge quasi 2,5 milioni di persone (il 33,1 per cento della popolazione) e di queste oltre 600.000 vivono in condizioni di povertà estrema. Il dato potrebbe sembrare non particolarmente clamoroso, anche se parliamo di un terzo della popolazione dell'intero Paese, ma se lo confrontiamo con quello diffuso lo scorso anno è difficile non trasalire: nel 2015 infatti appena l'8,4 per cento dei venezuelani vivevano in condizione di povertà.

“Tutta colpa dell'Impero nordamericano” accusa il governo di Caracas da mesi, che indica “la destra all'opposizione” come la testa di ferro dello Zio Sam, una sorta di virus da estirpare dallo stato delle cose in Venezuela: accuse che hanno il sapore di cortina di ferro ma che sono avallate anche da qualche intellettuale venezuelano vicino ai socialisti, come Ernesto Villegas – giornalista e Commissario presidenziale per la trasformazione rivoluzionaria della Gran Caracas – il quale insiste sul fatto che la crisi economica sia una conseguenza diretta “del decreto Obama sulla situazione economica in Venezuela”. In Italia se ne parla poco, le cronache più puntuali sono quelle pubblicate sul quotidiano ilmanifesto ed il sapore di queste è decisamente pro-Maduro e pro-chavisti, ma secondo fonti di informazione locali di IBTimes Italia la situazione si aggrava sempre di più.

Tanto che giovedì 1 settembre 2016 i più importanti partiti di opposizione, guidati dalla Mesa de Unidad Democratica (MUD), hanno indetto una manifestazione a livello nazionale che vedrà il suo palcoscenico principale proprio nella capitale Caracas: la richiesta dei partiti di opposizione è sempre la stessa, che il governo fissi una data per la consultazione referendaria che potrebbe defenestrare con voto popolare il presidente Nicolas Maduro. Uno smacco che il Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) non può in alcun modo permettersi se intende salvare la “rivoluzione bolivariana” avviata dal compianto Hugo Chavez. Il governo vorrebbe prorogare il voto fino al 2017 permettendo così a Maduro di mantenere il potere, anche se ridimensionato, fino a fine mandato e per farlo accusa l'opposizione di brogli elettorali e di avere costretto molti cittadini a firmare la proposta referendaria, il famoso “revocatorio”. Dal canto suo l'opposizione chiede che la consultazione popolare venga indetta entro il 2016 per potere così legittimamente cacciare Maduro, trasferire il potere presidenziale al suo vice e partire con una campagna elettorale a tambur battente per eliminare i chavisti dalla scena politica. O almeno dai vertici dello Stato.

La protesta indetta per il 1 settembre è stata definita dagli organizzatori “La Presa di Caracas” (“Gran Toma de Caracas”), scelta dai toni minacciosi e che ha legittimato reazioni anche violente da parte delle autorità. “La presa di Caracas è una delle azioni organizzate per fare pressione popolare e riuscire a convocare il referendum revocatorio contro Maduro questo anno […] Non è un’azione definitiva, né cerca la caduta del governo quel giorno. È un’attività di strada per dimostrare al mondo che i venezuelani stiamo cercando la via democratica e esigendo un diritto” ha dichiarato Carlos Oscariz, sindaco della municipalità di Sucre di Caracas e tra i leader dell'opposizione più attivi contro i chavisti.

Quello che ci descrivono le nostre fonti a Caracas è uno scenario non spettrale, come si legge da qualche parte, ma certamente una tensione che si fende con il coltello: molti osservatori internazionali sono stati espulsi da Caracas (come Cynthia Viteri, avvocata, giornalista e deputata dell'Ecuador in lizza per la Presidenza), vietate le riprese con droni ed altri velivoli, l'accesso a internet è permesso a singhiozzo e la propaganda governativa sembra quasi snocciolare minacce via cavo, trasmettendo film sui precedenti tentativi di colpo di Stato a danno di Chavez, non riusciti, e comunicati dai toni piuttosto allarmistici.

Per chi, come chi scrive, non ha la palla di vetro è difficile stabilire che cosa succederà il 1 settembre a Caracas: quello che sappiamo è che migliaia di venezuelani stanno raggiungendo la capitale con ogni mezzo per partecipare alla manifestazione. Henrique Capriles, governatore di Miranda e principale leader dell'opposizione anti-chavista, martedì 30 agosto ha dichiarato alla stampa che i partiti di opposizioni aderenti alla “Presa di Caracas” si aspettano una partecipazione massiccia, “1 milione di persone” e forse persino di più, ribadendo la natura pacifica della manifestazione. Nel frattempo, nei giorni di avvicinamento al grande evento nella capitale, il governo fa le sue mosse: secondo El Universal nelle prime ore di martedì 30 agosto oltre 90 persone sono state arrestate – non solo cittadini venezuelani – nel quartiere Mayacapa di Catia, nel distretto della capitale. L'operazione è stata condotta con successo da oltre 600 agenti della Polizia Nazionale Bolivariana e dalle Forze Armate Bolivariane e fa parte dell'”Operazione Liberazione e Protezione del Popolo”: il ministro Nestor Reverol ha dichiarato che si tratta di un'operazione di “pulizia” contro diversi gruppi “paramilitari” che si erano concentrati a pochi chilometri da Palazzo Miraflores, sede ufficiale del governo del Venezuela.

Di contro l'opposizione cerca di informare il più possibile la popolazione sui rischi che si corrono in queste tesissime fasi di avvicinamento al 1 settembre: su El Cambur è stato pubblicato un breve vademecum anti-repressione dal titolo “Le 7 cose da sapere se si sta andando a manifestare in Venezuela”, un vero e proprio bugiardino sui diritti dei manifestanti, i doveri delle forze dell'ordine e i rischi nei quali si può incappare con la repressione governativa.

Nel frattempo l'economia continua a precipitare verso il baratro: nell'ultimo anno il Bolivar è precipitato verticalmente e i prodotti di prima necessità sono aumentati di quasi il 3000 per cento, mentre ristagna l'economia petrolifera in attesa del vertice OPEC di metà settembre, sul quale Maduro e i chavisti puntano tutto. La speranza del governo di Caracas è di riuscire a convincere gli sceicchi arabi, in particolare i reali Saud, a trovare una nuova ricetta per portare i prezzi del greggio nuovamente sopra gli 80 dollari entro la fine del 2016 e salvare così capra e cavoli: un'impresa abbastanza complicata, visto che l'offerta di petrolio sul mercato rimane eccessiva e l'Arabia Saudita non pare intenzionata a calare la produzione.