Venezuela, prove di dialogo tra governo e opposizione

Nicolas Maduro
Il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro a Caracas, Venezuela. 18 novembre 2016. REUTERS/Marco Bello

Venerdì 18 novembre Franqui Francisco Flores de Freitas e Efraín Antonio Campo Flores, nipoti di Cilia Flores, moglie del presidente del Venezuela Nicolás Maduro e first lady venezuelana, sono stati riconosciuti colpevoli di narcotraffico da una giuria federale di Manhattan, New York. Secondo l'accusa i due, 31 anni il primo e 30 il secondo, sarebbero i vertici di un'organizzazione di narcotrafficanti di cocaina dall'America Latina agli Stati Uniti: un business multimilionario che sarebbe in parte stato utilizzato per sostenere il potere politico della famiglia, in Venezuela.

I due rischiano una condanna da 10 anni all'ergastolo e la sentenza sarà emessa il prossimo 7 marzo 2017: furono fermati il 10 novembre 2015 ad Haiti e secondo i pubblici ministeri americani avrebbero utilizzato l'hangar presidenziale dell'aeroporto di Maiquetia in Venezuela come base per una spedizione di 800 chilogrammi di cocaina in Honduras, da dove poi avrebbero preso la rotta verso il nordamerica. Il governo di Caracas non ha commentato in alcun modo il processo ai due Flores ma i loro avvocati hanno già annunciato ricorso, non specificando tuttavia molto di più. Il processo ai due è iniziato lo scorso 7 novembre e sembra uscito da una serie televisiva: tutto il dibattimento si è basato sopratutto sul lavoro dell'agente della DEA, l'agenzia antidroga americana, Sandalio Gonzalez, e sulla testimonianza di Jose Santos Pena, persona accusata dai legali della difesa di essere un uomo legato ai cartelli messicani della droga e che avrebbe firmato un accordo di cooperazione con la magistratura americana per incastrare i due e ricevere uno sconto di pena. L'accordo tuttavia, prima del verdetto della corte, è stato stralciato e Pena non riceverà alcuno sconto.

Una storia di narcotraffico, potere e denaro che il governo venezuelano, alle prese con le grandi difficoltà che vive il Paese, ha preferito evitare come la peste: è l'economia, per la politica venezuelana, la prima priorità. Il prezzo del petrolio sui mercati resta basso, il greggio venezuelano ha chiuso la scorsa settimana a meno di 38 dollari al barile, non si vede una luce sulla convocazione del referendum revocatorio del Presidente Maduro indetto dall'opposizione ma sembra che nelle segrete stanze dei palazzi di Caracas qualcosa si muova.

Giovedì 17 novembre le autorità hanno rilasciato l'ex-deputato del partito dell'opposizione Voluntad Popular (VP) Rosmit Mantilla, dichiaratamente gay e imprigionato nel maggio del 2014: per la liberazione di Mantilla si sono mobilitate ong come Amnesty International ed è stato a lungo considerato il simbolo della repressione dei chavisti, un “prigioniero politico” emblema della condizione dei diritti civili in Venezuela. Il suo rilascio è il primo atto politico concreto dopo l'accordo preliminare di sabato 12 novembre tra il governo socialista-bolivariano e l'alleanza dei partiti di opposizione Mesa de la Unidad Democratica (MUD), che hanno sottoscritto la volontà bilaterale al dialogo sulla base di alcune garanzie, come la liberazione dei detenuti politici da parte del governo o la sospensione del procedimento di impeachment contro Maduro da parte della MUD.

La dichiarazione congiunta presentata alla stampa dopo l'accordo di sabato 12 novembre è stata intitolata “Vivere insieme in pace”: entrambe le parti si sono impegnate a rispettare la Costituzione, hanno espresso il proprio impegno per una coesistenza “pacifica e costruttiva”.

“Vogliamo parlare di tolleranza, di diritti umani, di pace, prosperità economica, sovranità nazionale, felicità sociale. La convivenza è rispetto, riconoscimento, significa stringere legami che trascendono dal momento storico e dalle circostanze” si legge nel documento.

In realtà c'è ancora un forte scetticismo tra il governo e l'opposizione, e nonostante abbiano intrapreso un percorso di dialogo reciproco che sembra essere iniziato con il piede giusto continuano a guardarsi in cagnesco e a fomentare le proprie folle di riferimento. L'obiettivo è trovare una soluzione alla crisi economica e politica che stringe il Paese in una morsa di incertezza e paura: il 13 novembre Maduro ha chiesto alla MUD di non cercare di forzare le tappe elettorali, riferendosi chiaramente alla battaglia per la calendarizzazione di un referendum contro il Presidente nel tentativo di chiudere in anticipo, prima delle regolari elezioni del 2018, l'esperienza dei chavisti al potere.

Questo accordo preliminare è il frutto del lavoro del board internazionale sceso in campo per aiutare il Venezuela ad uscire dall'empasse: la violenza sociale ad ogni livello, una criminalità crescente anche di natura paramilitare, l'economia che non mostra alcun segno di ripresa e le difficili condizioni generali nelle quali, in Patria e non solo, opera il governo di Caracas sono le caratteristiche principali di una crisi che sembra non avere fine. Il dialogo tra le due parti è stato cercato, promosso ed ottenuto dall'Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e dal Vaticano. Inizialmente la diocesi venezuelana era spaccata a metà ma il 17 novembre “il dissidente” monsignore Baltazar Porras Cardozo Enrique, 72 anni Arcivescovo dell'Arcidiocesi di Merida, è stato nominato cardinale in segno di riconoscimento “per la sua esperienza pastorale”. Da almeno un quarantennio il neo-cardinale è uno dei leader della Chiesa Cattolica in Venezuela e inizialmente si era detto contrario all'intervento del Vaticano, così come indicato dal Papa durante l'incontro semi-clandestino avuto con Maduro in Vaticano il 24 ottobre scorso.

Sembra invece, secondo quanto dichiarato dal vescovo Gonzales de Zarate a El Universal, che Porras abbia rivalutato le sue posizioni e sia oggi un sostenitore delle decisioni e delle misure adottate dalla Santa Sede nel processo di dialogo, come sembra che tale dialogo cominci a dare qualche frutto. Ma le cose potrebbero cambiare a breve con l'avvento di Donald Trump alla Casa Bianca: se la dottrina Obama ha lentamente avvicinato gli Stati Uniti alla Repubblica Bolivariana, intaccando quelle gelide relazioni diplomatiche oramai cronicizzatesi, la linea meno interventista e razzistoide - sopratutto con i latinos - di Trump potrebbe nuovamente allontanare l'interesse americano dal Venezuela. La nuova amministrazione dovrà soppesare, è molto probabile, la questione “interventismo VS economia” perché oggi il Venezuela resta uno dei potenziali estrattori di petrolio più importanti al mondo e questo, nella nuova corsa al fossile che gli Stati Uniti di Trump vorrebbero preparare, è certamente un argomento di interesse per il prossimo inquilino della Casa Bianca.