Venezuela, sanitari lanciano l'allarme difterite e PDVSA fallisce l'aumento di capitale

Proteste Venezuela
Proteste di piazza in Venezuela durante la verifica delle firme da parte del Comitato Elettorale sulla proposta di indire un referendum revocatorio del mandato di Nicolas Maduro. Caracas, Venezuela, 24 giugno 2016. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins

La crisi in Venezuela continua a preoccupare sia dentro che fuori dal Paese per una sospetta epidemia di difterite, malattia infettiva acuta provocata da un batterio che rilascia una tossina capace di danneggiare, e persino distruggere, organi e tessuti.

Generalmente la difterite colpisce la gola, il naso e le tonsille ma di solito i focolai presenti nelle zone tropicali si caratterizzano sopratutto per le ulcere della pelle: secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si diffonde attraverso il semplice contatto fisico ed è fatale solo nel 5-10 per cento dei casi ma secondo due diverse organizzazioni sanitarie venezuelane, che giovedì 6 ottobre hanno sollecitato il locale Ministero della Sanità ad intervenire velocemente, la recrudescenza della difterite avrebbe già causato diverse vittime, 17 per esser precisi. L'oncologo Jose Manuel Olivares, esponente della MUD (il partito di opposizione) ha alzato il numero a 22.

Il primo avvertimento, che sarebbe stato ignorato dalle autorità sanitarie venezuelane, lo avevano emesso l'Osservatorio Venezuelano della Salute, la Società Venezuelana di Salute Pubblica e la Rete Nazionale di Difesa della Epidemiologia lo scorso 17 settembre, riferendo di tre casi sospetti di difterite nello stato di Bolivar: tre bambini che sarebbero morti pochi giorni dopo la comunicazione delle tre organizzazioni.

“Siamo molto preoccupati perché potrebbe esserci un'epidemia nel resto del Paese” ha dichiarato alla Reuters Ana Carvajal, tra gli autori del rapporto.

Successivamente è stato emesso un secondo avviso (era il 26 settembre), nel quale si assicurava dell'esistenza di altri casi, e di altre morti, ma specificando che le informazioni non erano ufficiali e che quindi era impossibile quantificare contagi e decessi. Tuttavia l'allarme era più circoscritto: il focolaio, spiegarono le tre organizzazioni, era scoppiato nel comune di Sifontes, nello stato di Bolivar.

Il giorno successivo il governatore dello Stato Francisco Rangel Gomez ha confermato le segnalazioni ma la sua è, per il momento, l'unica voce autorevole che si è pronunciata su questa situazione, tra l'altro con una presa d'atto unicamente del rapporto: la posizione ufficiale infatti è che nessun caso provato di difterite si è verificato nel territorio dello Stato, che comunque avrebbe ricevuto “400.000 dosi di vaccini per garantire a tutti i cittadini l'immunità” come scritto su Twitter dallo stesso governatore Rangel Gomez.

Altri focolai sospetti sarebbero presenti negli stati di Monagas e Anzoategui orientale: l'Osservatorio Venezuelano della Salute ha espresso, nella giornata di giovedì 6 ottobre, profonda “preoccupazione” per la situazione in quanto l'unica istituzione pubblica ad aver provato ad affrontare il problema ascoltando gli appelli delle tre organizzazioni è stato il Parlamento, dove l'opposizione al governo è maggioranza, mentre nessun'altra autorità pubblica, né tantomeno l'esecutivo o il ministero competente, si sono pronunciati in tal senso. L'impressione è che il voler far tutto del governo e l'allarmismo dell'opposizione possano creare ulteriori tensioni anche su un tema tanto delicato come quello di una sospetta pandemia di difterite.

L'appello delle organizzazioni chiede al Ministero di aumentare la disponibilità di vaccini e antibiotici per arginare la malattia e aumentare il livello di prevenzione ma, come specifica anche la Reuters, non è stato possibile confermare in modo indipendente né la versione delle organizzazioni sanitarie né quella delle autorità venezuelane. Quello che è certo è che la crisi economica morde anche il settore sanitario: nel Paese, sia nelle farmacie che negli ospedali, manca di tutto, dai disinfettanti ai farmaci chemioterapici, una paralisi che colpisce 30 milioni di venezuelani, ai quali di fatto oggi sono negate le cure mediche di base.

A preoccupare ulteriormente è la situazione internazionale e, in particolare, l'affaticamento continuo che la compagnia petrolifera statale PDVSA mostra in campo economico: la compagnia ha annunciato l'intenzione di estendere la scadenza dello swap al prossimo 12 ottobre, prorogando quella stabilita del 6 dello stesso mese. Le offerte ricevute, ha spiegato PDVSA, erano ben al di sotto delle aspettative, nonché degli obiettivi minimi necessari per l'operazione.

Alla scadenza della prima deadline le offerte erano inferiori al 50 per cento del valore nominale complessivo dei titoli: l'aumento di capitale della PDVSA sembra essere un'impresa titanica, un paradosso se pensiamo che il Venezuela ha nel sottosuolo le più vaste risorse petrolifere al mondo. Il mercato continua a mostrarsi scettico e questo nonostante il riavvicinamento tra Venezuela e Stati Uniti: i contatti, anche personali, tra il governo venezuelano e l'amministrazione americana, il più autorevole è stato quello tra Maduro e Kerry a margine dell'Assemblea ONU, non sembrano convincere del tutto gli investitori della bontà delle scelte di Caracas. Se l'obiettivo iniziale era vendere 7,1 miliardi di dollari di obbligazioni oggi, ha fatto sapere la compagnia petrolifera, ci si potrebbe accontentare di 5,3 miliardi, ma la strada per l'obiettivo sembra ancora lunga e ricca di insidie.