Venezuela, si tenta il dialogo tra maggioranza e opposizione. E la Cina vuole abbandonare Maduro

Proteste in Venezuela
Un manifestante dell'opposizione durante un evento pubblico per chiedere l'istituzione del referendum revocatorio contro Nicolas Maduro. Maracaibo, Venezuela, 7 settembre 2016. REUTERS/Jesus Contraras

Martedì 13 settembre 2016 a Caracas, capitale del Venezuela, rappresentanti del governo e dell'opposizione si sono incontrati per la prima volta per discutere dell'avvio di un dialogo nazionale tra le parti politiche: si tratta di due incontri esplorativi per stabilire e vagliare l'effettiva praticabilità della soluzione dialogante e arrivare infine a stabilire una data per il referendum revocatorio contro il Presidente Nicolas Maduro.

La coalizione di partiti di opposizione MUD (Mesa de la Unidad Democratica) ha raccolto milioni di firme, consegnate alla Commissione Elettorale, e da mesi chiede a gran voce che la commissione si pronunci sulla loro validità permettendo così di continuare il processo e arrivare al voto referendario per cacciare o meno il Presidente della Repubblica. Secondo quanto dichiarato martedì dal capo della Commissione di Verifica per il Referendum Jorge Rodriguez, che è anche sindaco socialista - e chavista - della municipalità Libertador della capitale Caracas, i leader dell'opposizione avrebbero chiesto la secretazione dei colloqui e dei nomi dei partecipanti.

Ma anche questa circostanza, un vero e proprio avvicinamento tra le parti e un lodevole tentativo di dialogare, sembra essere stata una buona occasione per fare campagna elettorale e questo vale per ambo le parti in causa: in un comunicato del 13 settembre la MUD ha ribadito la propria posizione unitaria, arrivare al referendum entro la fine del 2016, confermando due incontri con i rappresentanti dell'esecutivo, effettuati senza mediatori e in forma privata, e dando notizia di un terzo incontro saltato “per la scelta del governo di non presentarsi”.

Nicolas Maduro, parlando alla televisione, ha scomodato persino Papa Francesco affermando che il segretario generale dell'Union de Naciones Suramericanas (UNASUR) Ernesto Samper gli ha recapitato una lettera del Santo Padre nel quale questi esprime il proprio appoggio al dialogo nazionale, che il governo “promuove dal mese di maggio” ha affermato il Presidente.

Nel frattempo la situazione interna al Venezuela continua a peggiorare: l'Osservatorio Venezuelano per la Salute Pubblica e la Società Venezuelana di Salute Pubblica hanno pubblicato un rapporto nel quale viene descritta una “situazione d'emergenza” nel Paese relativamente al contagio da malaria: quasi 150.000 casi nelle prime 36 settimane del 2016, “una retrocessione di 75 anni nella lotta a questa malattia”, e previsioni di arrivare a 300.000 contagiati entro la fine dell'anno in corso: attualmente, ha spiegato l'ex-ministro della Salute Josè Felix Oletta a El Universal, gli stock di medicinali per trattare questa malattia sono pari a zero. Il problema potrebbe aggravarsi non solo per le condizioni interne al Venezuela ma anche per l'andirivieni di venezuelani da e per la Colombia: nell'ultimo mese 1,7 milioni di venezuelani hanno attraversato la frontiera per acquistare generi alimentari e medicinali. La Migrazione colombiana, in un comunicato, ha reso noto che il 70 per cento di coloro che entrano in Colombia lo fanno per necessità di acquistare beni che in Venezuela non si trovano più e che comunque i venezuelani che entrano in Colombia escono dopo poche ore: appena 5000 venezuelani non sarebbero tornati indietro.

Questa incertezza interna al Paese continua a scoraggiare gli investitori stranieri, anche chi fino a ieri è stato ben più di un amico dei socialisti venezuelani, un vero e proprio sponsor: parliamo della Cina, che negli ultimi 10 anni ha costruito una solida alleanza con la Repubblica bolivariana. La sete di risorse naturali di Pechino e il suo modello di “socialismo capitalista” ha proiettato i cinesi nell'allacciare rapporti intensi con il Paese che galleggia sui giacimenti petroliferi più grandi del mondo, un'amicizia resa ancor più salda dalla lotta contro lo strapotere statunitense in America Latina condotta da Chavez prima e dal suo delfino Maduro poi.

L'amicizia cinese tuttavia ha sempre un prezzo e questo è decisamente caro per le casse venezuelane: 60 miliardi di dollari di prestiti, una cifra enorme per un Paese che è andato in default per 110 miliardi di dollari solo con i titoli di Stato petroliferi. L'inviato cinese a Caracas ha espresso preoccupazione per la situazione economica e dubbi sulla capacità del Venezuela di rimborsare il debito, che ammonterebbe ad almeno 20 miliardi. Le imprese cinesi da mesi stanno dislocando i propri dipendenti in Colombia e a Panama e l'orientamento sembra essere quello di “lasciar cadere tutto” nonostante diversi parlamentari socialisti siano stati invitati più volte dai dirigenti del Partito Comunista cinese a Pechino per discutere della situazione e, sopratutto, di come uscirne salvando gli investimenti.

Per ora sembra che la soluzione non si sia trovata e anzi il Wall Street Journal, citando un funzionario cinese a Caracas, scrive che si sarebbe “a un punto morto”. Un'altra preoccupazione è relativa alla sicurezza dei cittadini cinesi in Venezuela, un fattore molto importante per Pechino: il Venezuela infatti è oggi il Paese con il più alto tasso di omicidi al mondo e la crisi economica ha relativizzato non poco il valore della vita umana. Nel Paese infatti si muore anche per una semplice rapina da pochi Bolivar e non si disdegnano coltellate e pistolettate per portare a buon fine un semplice scippo. Un altro elemento di dubbio per i cinesi è sul futuro del Paese: l'opposizione, in diversi incontri con i rappresentanti diplomatici e con gli imprenditori cinesi, ha garantito l'intenzione di riconoscere il debito nei loro confronti da parte del Venezuela, ma ad oggi le riserve monetarie del Paese ammontano a circa la metà di quanto dovuto a Pechino, che non è l'unico creditore sulla piazza.

Oggi i cinesi residenti in Venezuela sono circa 100.000 e negli ultimi due anni 30.000 cittadini asiatici hanno preferito lasciare il Paese e disinvestire: per chi resta la paura è tanta, sopratutto di essere rapinati o rapiti a scopo estorsivo. E le garanzie date dal Venezuela sono, per ora, molto poche.