Venti di guerra in Corea del Nord: USA e Cina uniti contro Kim?

Corea del Nord
Due cittadini nordcoreani rendono omaggio alle statue di Kim Il Sung e di Kim Jong Il. Pyongyang, Corea del Nord, 11 ottobre 2015. REUTERS/Damir Sagolj

Alle 14:03 dell'11 aprile 2017 Donald Trump ha aperto un altro fronte bellico, almeno in termini di social network, pubblicando un tweet inequivocabile sulla Corea del Nord: “Stanno cercando problemi. Se la Cina si deciderà ad aiutarci saremo contenti. In caso contrario risolveremo il problema senza di loro”. Un tweet che, dopo un altro post del 12 aprile, merita un aggiornamento importante: “Ho avuto un'ottimo colloquio telefonico con il Presidente cinese in merito alla questione della Corea del Nord”.

In meno di una settimana Donald Trump ha lanciato 59 missili sulla Siria e messo la parola fine sul fragile equilibrio nella penisola coreana, nuovamente sparigliando le carte - almeno quelle emotive - e facendo la voce piuttosto grossa: la Corea del Nord infatti, tramite l'agenzia stampa del regime KCNA, ha fatto sapere che “qualsiasi attacco preventivo non è appannaggio esclusivo degli Stati Uniti”, parole che hanno non solo il sapore di sfida ma anche di avvertimento.

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Il clima è sempre più teso e, come sempre in questi casi, occorre cercare di fare chiarezza per capire quanto “la guerra” con la Corea del Nord sia realtà e quanto sia flusso di notizie sui social. L'insistenza del regime di Pyongyang al diritto all'autodeterminazione nucleare, anche bellica, e i sei test missilistici effettuati negli ultimi mesi hanno convinto Trump a rivedere non poco le proprie politiche anticinesi: il vertice di Mar-a-lago in Florida, pochi minuti dopo il lancio dei 59 missili sulla Siria, tra il presidente USA e il suo omologo cinese Xi Jinping sembra aver avvicinato Pechino e Washington più di quanto non si pensi. Già a febbraio l'incontro con un altro leader asiatico, il giapponese Shinzo Abe, era stato “disturbato” dalla notizia del quinto test missilistico della Corea del Nord, mentre nel caso di Jinping il test è stato fatto in anticipo, prima dell'incontro tra lui e Trump. Poco cambia, visto che l'effetto è stato raggiunto: portare lo spirito di Kim Jong-un nella residenza presidenziale della Florida. E se la Corea del Nord è nota in tutto il mondo come il bambino capriccioso e desideroso di farsi notare sempre questa volta, va detto, Kim sembra proprio aver centrato il proprio obiettivo: provocare.

Ma perché mai Kim dovrebbe provocare il gigante statunitense? Secondo gli esperti i nordcoreani non hanno dotazioni belliche adatte per affrontare una guerra nemmeno al tavolo da Risiko e se anche l'evoluzione nucleare e balistica di Pyongyang abbia avuto un ritmo impressionante negli ultimi anni questa oggi non è sufficiente per lanciare un vettore in grado di colpire il suolo americano. Tantomeno di impensierire la Marina. Domenica 9 aprile il generale McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, ha dichiarato a FOX News che “il Presidente ha chiesto di essere pronti a fornirgli una gamma di opzioni atte a rimuovere questa minaccia per il popolo americano e per i nostri alleati e partner nella regione”. E se il dragone cinese, fondamentale per qualsiasi azione militare in Corea del Nord, sembra essere oggi più vicino a Washington che a Pyongyang allora vuol dire che la soluzione militare potrebbe non essere poi tanto lontana.

Va detto che le truppe americane di stanza in Corea del Sud non sono in fase di mobilitazione e anche che la portaerei USS Carl Vinson che, come scrivono molti, “è stata mandata nella penisola coreana” da Trump si trova ogni anno in questo periodo in quelle acque per le esercitazioni militari con gli alleati sudcoreani. Ma va anche detto che la prossima settimana a Pyongyang si terranno le celebrazioni per il 105esimo compleanno del Padre della Patria, Kim Il-sung, e che di solito è questa un'occasione per il regime di mostrare i muscoli con parate militari e test missilistici: vista l'escalation dei toni aleggiano domande inquietanti sulle azioni che potrebbero seguire. Anche perché la Cina sembra aver rotto gli indugi, dopo il colloquio telefonico tra Trump e Jinping del 12 aprile, e senza il solido sostegno di Pechino Pyongyang è sola, in quella zona del mondo.

La pazienza di tutti nei confronti della Corea del Nord sembra essere arrivata alla fine. Ma è difficile pensare ad una nuova Libia o a un nuovo Iraq, non fosse altro che Kim Jong-un a differenza di Saddam e di Gheddafi le armi nucleari e chimiche le ha sul serio e si diverte a mostrarle (chissà, forse memore delle precedenti esperienze dei due dittatori): secondo l'International Peace Research Pyongyang ha in magazzino dalle 10 alle 12 testate nucleari “rudimentali” e la capacità di produrne dalle 4 alle 6 ogni anno, ma altri istituti danno altri numeri e questo è emblematico di come sia difficile fare stime attendibili.

Per ora le informazioni che abbiamo bisogna farcele bastare. Quello che si può osservare è che la Trumpolitik è infarcita di contraddizioni: in campagna elettorale The Donald strizzava l'occhio a Putin e minacciava Xinping e si è ritrovato in poche settimane a cena proprio con Xinping e ai ferri corti con il leader del Cremlino, segno di come non sempre alle parole possono seguire fatti di identica fattura. Il che non significa che sia un bene, ma nemmeno un male: significa semplicemente che le cose sono più complesse di quanto il fu candidato Donald Trump voleva dipingerle ai suoi sostenitori e ai potenziali elettori. Molto più complesse.

E se parliamo di complessità, la Corea del Nord è un cubo di Rubik che nessuno ha ancora compreso appieno.