[VIDEO-REPORTAGE] La clinica mobile di Emergency nell'Agro Pontino: scenari di crisi tutti italiani

Lo scorso 15 dicembre un ambulatorio mobile di Emergency ha aperto i battenti nella zona di Latina, nel Lazio meridionale, per fornire assistenza medica di base e orientamento socio-sanitario (in concertazione con la Azienda Sanitaria Locale) alle fasce più vulnerabili e marginali della popolazione.

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L'area dell'Agro Pontino è un territorio a fortissima vocazione agricola: durante la bonifica delle paludi pontine, nel periodo del fascismo, l'area tutt'attorno alla neonata città di Littoria (oggi Latina, secondo centro del Lazio per numero di abitanti) ha visto la creazione di numerosi borghi, veri e propri centri agricoli che portano il nome dei luoghi di provenienza degli operai trasferiti qui durante le bonifiche. E così, ancora oggi, esistono Borgo Isonzo e Borgo Grappa, dove i cognomi di molte famiglie sono tronchi e hanno una cadenza veneta e triveneta, Borgo Podgora e Borgo Hermada, che richiamano invece a territori ancor più a nord-est, mentre secondo la dottrina Cencelli la denominazione dei borghi fa in realtà riferimento a battaglie famose della Prima Guerra Mondiale. Probabilmente sono vere entrambe le teorie.

Qui, oltre a centinaia di migliaia di cittadini italiani, vive una nutrita comunità indiana i cui appartenenti sono quasi tutti sikh provenienti dalla regione del Punjab: parliamo, secondo alcune stime, di 25.000 persone perlopiù impiegate nell'agricoltura e nell'allevamento. In centinaia, ogni giorno all'alba e al tramonto, sciamano lungo le strade statali e provinciali che costeggiano i canali dell'Agro Pontino, uno in fila all'altro a piedi o in bicicletta, per andare e tornare dal duro lavoro nei campi. Un lavoro del quale godiamo tutti: “L’export agroalimentare pontino negli ultimi 5 anni ha fatto segnare un robusto +70% per un valore di tre miliardi di euro, con la filiera locale che detiene un terzo dell’export regionale […] Agro Pontino dovrà significare sempre più identificazione territoriale e valorizzazione delle risorse della nostra terra” ha dichiarato di recente Maurizio Manfrin, Presidente della Cassa Rurale ed Artigiana di Pontinia.

La comunità sikh è la spina dorsale di questa economia agricola. Svolge un lavoro duro nel quale la fatica fisica e il contatto con prodotti per l'agricoltura possono causare l'insorgenza di diversi problemi, dai semplici mal di schiena dovuti a posture scorrette durante il lavoro a patologie più serie come malattie dermatologiche o polmonari, può vantare un buon livello di integrazione con la comunità locale di italiani ma mantiene in piedi ancora un ostacolo, il più difficile da superare: quello culturale.

Siamo stati a Borgo Hermada alla clinica mobile di Emergency per capire di più il perché una ONG famosa per lavorare in contesti bellici anche molto estremi abbia deciso di stabilirsi anche qui, per comprendere quali siano le criticità da affrontare e le mura da abbattere nel rapporto tra comunità sikh e italiani. È stato Sarbjit Chauhan, mediatore culturale dall'accento romanesco ma le cui origini ci appaiono chiare dai bellissimi e curatissimi baffi che Sarbjit sembra quasi indossare, a darci la giusta chiave di lettura: “Noi indiani non conosciamo cosa sia la prevenzione, siamo abituati che quando stiamo male andiamo dal medico e quello ci prescrive una cura, magari dandoci dei medicinali. Con Emergency quindi facciamo anzitutto prevenzione e questo, per gli indiani che vivono qui, è già un primo salto culturale”.

La ragione per la quale i sikh del Punjab si stabilizzano nell'Agro Pontino è prevalentemente climatica: qui infatti trovano condizioni molto simili alla loro terra, dove svolgevano le medesime attività, con la quale mantengono un legame fortissimo. Ma i problemi sono inevitabili: come ci spiega Singh Gurmukh, presidente della comunità indiana del Lazio, il primo problema da affrontare riguarda i compensi. Fino a pochi anni fa infatti i braccianti agricoli sikh nella zona dell'Agro Pontino guadagnavano 2,5-3 euro l'ora in nero, spaccandosi la schiena anche 12-14 ore al giorno tutti i giorni della settimana; le giuste richieste della comunità, sia presso il Comune di Latina che presso la Regione Lazio, hanno portato a miglioramenti importanti sotto il punto di vista retributivo (oggi un bracciante guadagna fino a un massimo di 6 euro l'ora, poco ma comunque il doppio di quanto prendeva appena tre anni fa) mentre è sulla qualità della vita, e su diversi aspetti socio-sanitari, sui quali c'è da lavorare ancora molto.

Il progetto di Emergency rappresenta una sfida che la ONG ha già raccolto in altre aree d'Italia (nella piana di Gioia Tauro, ad esempio, o nella zona agricola del foggiano), portando ad un miglioramento generale degli aspetti socio-sanitari più delicati. Le condizioni di vita e abitative dei braccianti agricoli rendono secondaria ogni altra cosa che non sia il lavoro nei campi, gli orari proibitivi li costringono a prendersi giornate intere di non lavoro (perché non si può parlare di “ferie”) per andare dal medico, dal quale quindi vanno solo in occasioni di grave malessere e di totale inabilità al lavoro. Lo sfruttamento e l'intensità lavorativa si uniscono quindi a un isolamento di fatto e a una lontananza da tutti i servizi sanitari essenziali, ed è proprio qui che interviene Emergency, intercettando l'esigenza di questa utenza molto particolare: la clinica mobile permette ai sanitari di Emergency di intervenire velocemente e di offrire i servizi sanitari in orari e modalità che, in ospedale, in clinica o alla Asl, sarebbero visti come assurdi. A bordo, oltre a diversi mediatori culturali, sono sempre presenti Eleonora Dotti, infermiera dal sorriso contagioso, ed Emilio Alatri, medico con una lunga esperienza alle spalle anche in contesti difficili. È proprio il dott. Alatri a farci comprendere appieno il valore del lavoro delle cliniche mobili di Emergency in questi contesti apparentemente non critici: “Ho lavorato anche a Rosarno e nel ghetto di Foggia: non è crisi quella?” dice retoricamente il dott. Alatri a IBTimes Italia. “Forse non si spara come in Afghanistan, anche se si spara comunque, ma anche qui ci sono situazioni di mancata tutela dei diritti umani e in generale di crisi”.

Molti braccianti, ci spiega lo staff di Emergency, si presentano alla clinica mobile con escoriazioni e problemi dermatologici. I primi di febbraio, quando abbiamo fatto visita alla clinica, era ancora troppo presto per tirare le somme e snocciolare statistiche sulle patologie con maggiore incidenza nella comunità sikh del Lazio meridionale, ma una cosa sembrava evidente a tutti: i braccianti che affermano di stare a contatto con i prodotti chimici usati in agricoltura, senza protezioni come guanti o mascherine, sono anche quelli che lamentano dermatiti da contatto “anche gravi” e il personale di Emergency sta cercando di capire di quali prodotti si tratta e come trattare al meglio questo tipo di dermatite.

Quello delle dermatiti da contatto è solo uno dei problemi da affrontare: ci sono i figli dei braccianti, che spesso vengono curati male e sui quali non viene fatta prevenzione sempre a causa di quelle convinzioni culturali che una volta rotte, facendo comprendere ad esempio a una madre sikh l'importanza di fare visitare regolarmente il proprio figlio da un pediatra, sembrano aprire un mondo e migliorano non poco la qualità della vita dei braccianti. E di tutta la comunità. Non solo: “Qui possono ovviamente venire tutti” ci ha spiegato Alessandra Monaco, mediatrice culturale e responsabile del progetto, “indiani, italiani, noi non facciamo nessuna differenza”. Dopo nemmeno un'ora la prima coppia di cittadini italiani, che sono anche i primi pazienti di giornata per lo staff della clinica mobile, fa il suo ingresso nella clinica e ne esce poco dopo, ringraziando e promettendo di aiutarli e sostenerli nella loro attività: “È molto importante quello che fa Emergency qui” ci ha detto Gurmukh “ci sono tanti indiani che lavorano e basta e quando tornano a casa la sera non hanno le forze per andare dal medico. E infatti non ci vanno, fino a quando non ce la fanno più e non riescono nemmeno più a lavorare”.

Qualcuno, per sopperire alla fatica e alle sofferenze, fanno uso di stupefacenti: masticano bulbi di papavero da oppio che li aiutano a tirare avanti, e anche questa è una delle varie emergenze che i sanitari della clinica mobile di Emergency nell'Agro Pontino dovranno affrontare.

Quello che abbiamo potuto osservare è una risposta molto positiva da parte della comunità sikh, una diffidente curiosità iniziale rotta grazie all'attento lavoro dei mediatori culturali e dei sanitari, oltre che alla riconoscibilità che la clinica mobile di Emergency, e la stessa ONG, hanno agli occhi di tutti. Il lavoro è difficile e durissimo, sia perché implica la rottura di paradigmi culturali spesso difficili da abbattere sia perché trascorrere molto tempo lontani da casa e concentrati sulla propria attività è molto stancante, oltre che stressante. Il bello è che tutto questo viene fatto con il sorriso, come quello sul volto di chi scrive in questo momento ricordando quella bella giornata trascorsa assieme.

Emergency La clinica mobile di Emergency a Borgo Hermada, Latina. Italia, 8 febbraio 2017.  © Andrea Spinelli Barrile