Virus Ebola: una mutazione genetica all'origine dell'epidemia in Africa occidentale

Ebola
Un piccolo campione utilizzato durante un'esercitazione in Germania dalla croce rossa tedesca Reuters

Il 13 gennaio 2016 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato “conclusa” l'epidemia di virus Ebola in Africa Occidentale: un'epidemia che ha mietuto 11.315 morti accertati, 28.637 contagi, miliardi di dollari di danni e uno scenario sociale post-apocalittico in molte zone della Guinea Conakry, della Liberia e della Sierra Leone.

Terminata l'emergenza e la sua carneficina, nel lentissimo e complesso 'ritorno alla normalità', è principalmente una la domanda cui si è trovata di fronte la scienza: che cosa ha reso questa epidemia di Ebola così virulenta?

Una recente ricerca pubblicata su Scientific American, una delle più antiche e prestigiose riviste mensili di divulgazione scientifica, edita dal Nature Publishing Group ma non soggetta a revisione paritaria, ha rivelato una mutazione genetica del virus Ebola che potrebbe aver accelerato la possibilità di trasmissione del virus rendendolo “meglio attrezzato” nel violare le cellule umane: una delle malattie più terrificanti che l'umanità abbia mai affrontato sarebbe quindi diventata ancora più spaventosa per gli esseri umani.

Diversi studi, molti pubblicati mentre in Africa occidentale il virus mieteva migliaia di vittime, hanno sottolineato che diversi fattori comportamentali umani, come il rifiuto di far portare via i cadaveri dalle case prima del termine del rito funebre o la diffusione di bushmeat (carne di animali selvatici come le scimmie), uniti a elementi più generali come la porosità dei confini dei paesi in cui si è maggiormente diffuso il virus, hanno aiutato molto l'esplosione dell'epidemia. Ma tutte le analisi pubblicate fino ad oggi suggeriscono che l'agente patogeno non stava in alcun modo mutando durante la crisi.

Mercoledì 9 novembre 2016 è stato pubblicato uno studio sperimentale effettuato da un gruppo di ricerca composto da 16 ricercatori dell'Università del Massachussetts e del Broad Institute del MIT - Massachussetts Institute of Technology - che ha effettuato analisi genomiche specifiche di alcune mutazioni del virus Ebola individuato in Africa occidentale. In particolare una di queste mutazioni ha attirato l'attenzione dei ricercatori perché interessa il legame tra l'agente patogeno e le cellule umane: le analisi e i test di laboratorio infatti dimostrerebbero che il virus mutato ha maggiori capacità di legarsi e infiltrarsi nelle cellule dei primati e, in particolare, proprio degli esseri umani. Tale mutazione sarebbe inoltre talmente piccola e, apparentemente, insignificante che le precedenti analisi non l'avevano nemmeno rilevata.

La realtà sarebbe dunque questa: il virus Ebola avrebbe subito una mutazione tanto piccola quanto devastante, che ha migliorato la sua capacità di attaccare le cellule umane e, quindi, la sua capacità di trasmissione. Elementi che secondo Jeremy Luban, co-autore dello studio e virologo presso l'Università del Massachussetts Medical School, hanno anche permesso al virus di replicarsi più velocemente all'interno del suo ospite, moltiplicando così le probabilità di trasmettersi alla prossima vittima.

Secondo le statistiche dell'OMS il virus che ha causato la recente crisi di Ebola in Africa occidentale si è rivelato essere due volte più letale che nelle precedenti epidemie ma il suo ceppo non sembrava avere avuto mutazioni specifiche e questo ha scatenato domande, fino ad oggi senza risposta, all'interno della comunità scientifica: “Poiché virus si trasmette meglio da persona a persona non significa necessariamente che sia più letale ma che potrebbe aver causato un numero maggiore di infetti, quindi aver ucciso più persone perché si è diffuso in modo più efficiente” ha spiegato Luban, sottolineando tuttavia che “i nostri studi suggeriscono tuttavia che è stato anche più letale”. Non è chiaro ancora il perché di questa sua maggiore mortalità. Il virus si sarebbe dimostrato più in grado di attaccare le cellule dei primati ma meno pericoloso invece per gli altri mammiferi non-primati.

Secondo Jens Kuhn, virologo e ricercatore a Fort Detrick, base americana nel Maryland dove ha sede il programma di difesa biologica dell'esercito degli Stati Uniti, citato da Scientific American, il problema alla base sarebbe una sopravvalutazione dei ricercatori per i risultati delle analisi computazionali degli effetti di una mutazione, che non avevano tuttavia permesso di individuare mutazioni apparentemente insignificanti: “Anche una minima mutazione può drasticamente cambiare qualcosa” ha detto riferendosi ai risultati dello studio, sul quale non è stato tuttavia coinvolto.

Un secondo studio, sempre sulle mutazioni genetiche del virus Ebola protagonista dell'ultima epidemia in Africa occidentale, è stato invece presentato da un gruppo di ricerca dell'Università di Nottingham, in Gran Bretagna, guidato dal virologo molecolare Jonathan Ball: lo studio, condotto in maniera indipendente dal gruppo di ricerca americano, giunge praticamente alle stesse conclusioni del primo. Tramite l'analisi genomica e alcuni esperimenti sulle cellule umane i ricercatori inglesi che la mutazione del gene di una proteina sulla superficie esterna del virus Ebola aiuterebbe lo stesso a legarsi più facilmente alle cellule umane, rendendo più facile l'infezione: “I cambiamenti nel modo in cui le proteine di superficie del virus interagiscono con la cellula ospite” ha spiegato Ball “rendono più efficiente il legame e l'infezione avviene più rapidamente”.

Sovrapposti, i due studi sembrano entrambi indicare una traccia di lavoro decisamente interessante anche per altri gruppi di ricerca: di sicuro c'è molta materia da esplorare e secondo la virologa Judith White, dell'University of Virginia School of Medicine, entrambi gli studi sono “del tutto credibili”. Un altro aspetto interessante da comprendere sarà sicuramente capire se tali mutazioni passeranno di generazione in generazione di virus: “Bisogna stare molto attenti e rafforzare la sorveglianza perché nei tre paesi più colpiti dall'ultima epidemia Ebola può riapparire in qualsiasi momento” è l'allarme lanciato dalla biologa Corina Monagin, direttrice del programma di sorveglianza e previsione dell'azienda di biotecnologie californiana Metabiota, durante un'incontro internazionale di esperti di sanità tenutosi i primi di novembre a Dakar, in Senegal.