Vitalizi ai condannati, costituzionalisti divisi sulla revoca: la delibera rischia di essere affossata

di 26.03.2015 8:30 CET

Sembra proprio che i parlamentari condannati con sentenza definitiva siano destinati a mantenere il vitalizio. Il parere dei costituzionalisti ascoltati dagli uffici di presidenza del Parlamento (Camera e Senato) non è unanime e in molti considerano la proposta per come è stata presentata 'incostituzionale'. Ci sono dei distinguo nel merito, ma a monte ci sarebbe anche un errore della politica.

La proposta allo studio degli uffici di presidenza verte su una delibera, in forza del cosiddetto principio di autodichia, prerogativa riconosciuta ad entrambe le Camere di risolvere, "attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie insorte con i propri dipendenti". Un modo per evitare i pericoli di una legge che in Parlamento rischierebbe di venire affossata.

Principio sostenuto tanto dal Presidente del Senato Piero Grasso che dal questore di Palazzo Madama, la senatrice Cinque Stelle Laura Bottici. In una intervista al Fatto Quotidiano dello scorso 27 febbraio, la Bottici sosteneva: "Le Camere godono di autonomia, riconosciuta dalla Costituzione, e in alcuni ambiti agiscono in regime di autodichia. L'erogazione dei vitalizi, a differenza dell'indennità parlamentare,  è regolamentata, in totale autonomia, tramite delibere del Consiglio di Presidenza di Senato e Camera senza l'intervento della legge ordinaria... Se avessimo scelto la strada della legge ordinaria poi recepita dal Consiglio di Presidenza, l'argomento sarebbe già chiuso. Ma è sempre una questione di volontà politica".

Ma la tesi della Bottici sostenuta da Grasso viene smentita da alcuni costituzionalisti, cui in queste settimane viene chiesto un parere. Sabino Cassese, ex giudice della Corte Costituzionale, boccia in toto la proposta perché considera la delibera "costituzionalmente illegittima" in quanto "dispongono con atto regolamentare una misura sanzionatoria accessoria a misure penali, senza un adeguato fondamento legislativo, in violazione dell'art.25 della Costituzione" e poiché si priva "con misura sanzionatoria in modo retroattivo i destinatari di un diritto loro spettante in base alle norme precedenti, anche in questo caso in violazione dell'art. 25 della Costituzione".

In precedenza un altro ex giudice della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli, aveva sostenuto concetti simili, attaccando "l'inidoneità della fonte regolamentare a disciplinare questa materia e ad introdurre una nuova ed aggiuntiva sanzione». A cui si aggiunge il vincolo della "tassatività e della irretroattività della stessa legge penale. Ogni intervento sanzionatorio è applicabile solo se la legge lo prevede al momento della commissione del fatto sanzionato".

Non tutti sono sulla linea di Mirabelli e Cassese. Valerio Onida, altro giudice emerito della Consulta,  ha aperto alla delibera, ma solo a patto che venga accompagnata da un intervento legislativo per modificare la materia. Sospendere tout court i vitalizi ai condannati "comporterebbe la negazione della sua funzione previdenziale" ma, aggiunge, "il vitalizio, pur trattato come pensione, non è però stato inserito coerentemente nel sistema previdenziale generale, in tal modo rischiando di risultare non uno strumento compensativo, ma un privilegio aggiuntivo legato alla carica ricoperta".

Altro spunto viene dal professore della Sapienza Massimo Luciani, secondo cui la delibera non è lo strumento adatto: "Solo il ricorso alla legge permetterebbe di introdurre, ove lo si ritenesse, una nuova sanzione che, per le sue caratteristiche sostanziali, avrebbe natura penale".

A favore della delibera così com'è si schierano invece i costituzionalisti Michele Ainis e Alessandro Pace. Per quest'ultimo la questione retroattività sarebbe "un falso problema", mentre Ainis sostiene la causa anche "per una ragione di etica costituzionale, se non di diritto costituzionale". Esperti divisi, parlamento fin qui sordo. Il destino della proposta sembra segnato.