Vitalizi: ecco perché quanto accaduto alla Camera tra PD e M5S è inutile, offensivo e propagandistico

Di Maio Luigi Di Maio  REUTERS/Max Rossi

Lo spettacolo indegno cui abbiamo assistito nel pomeriggio del 22 marzo alla Camera dei Deputati sui vitalizi ci consegna il ritratto perfetto del Paese in cui viviamo, un’Italia in cui in cui pur di attirare l’attenzione degli elettori in vista delle prossime elezioni, si preferisce utilizzare una propaganda violenta basata sul nulla anziché pensare, per esempio, a fare una legge elettorale che consenta ai cittadini di incidere davvero con loro voto sull’assetto politico-istituzionale italiano. Meglio litigare con toni barbari sui vitalizi aboliti nel gennaio del 2012 che rischiare di annoiare il proprio pubblico con tematiche noiose che forse potrebbero cambiare realmente l’attuale status quo facendo un po’ di pulizia in un Parlamento ormai trasformatosi nel luogo dell’immobilismo più assoluto. Di legiferare non se ne parla, di litigare, organizzare vere e proprie irruzioni, premeditare scontri verbali e fisici, aizzare irresponsabilmente una folla ormai allo stremo invece sì. Nessun senso nella misura, nessun rispetto per un organo costituzionale per il quale dagli altri si pretende rispetto.

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Oggetto del contendere, come detto, è il dibattito sugli odierni vitalizi. Cos’è che ha suscitato tanto fervore nei nostri parlamentari e in particolare in quelli a 5 Stelle? Ve lo spieghiamo.

VITALIZI: APPROVATA LA PROPOSTA DEL PD

L’ufficio di presidenza della Camera dei Deputati ha approvato nel pomeriggio del 22 marzo, la proposta di Marina Sereni (PD) sui vitalizi. Da sottolineare che in questo caso non è improprio parlare di vitalizi dato che il provvedimento incide sugli assegni precedenti al 2011 e non sui trattamenti previdenziali in vigore dal gennaio del 2012 che invece sono prevedono una pensione calcolata con il metodo contributivo, ma con regole diverse rispetto a quelle cui sono soggetti i “normali” lavoratori (di questo parleremo a breve).

Il testo prevede che gli ex deputati che percepiscono mensilmente gli assegni in base alle vecchie regole non essendo stati coinvolti nella riforma del 2011, versino un contributo di solidarietà, il cui importo varia in maniera progressiva in base all’ammontare del vitalizio percepito.

Scendendo nel dettaglio, gli ex parlamentari che ricevono il vitalizio, per i prossimi tre anni, dovranno versare un contributo pari al 10% per gli assegni compresi tra i 70mila e gli 80mila euro; al 20% per gli importi compresi tra 80mila e 90mila euro, del 30% da 90mila a 100mila euro; del 40% per gli assegni superiori a 100mila euro l’anno. Il contributo servirà a finanziare un apposito fondo.

Come detto in precedenza la regola varrà solo per i prossimi 3 anni e avrà dunque carattere temporaneo. Il motivo è presto detto, se la misura fosse stata di carattere permanente sarebbero arrivati una pioggia di ricorsi (che probabilmente ci saranno in ogni caso) perché la norma avrebbe leso un “diritto acquisito” e sarebbe andata contro i paletti imposti dalla Corte Costituzionale nel 2016. Avendo previsto il carattere temporaneo e la finalizzazione apposita dei risparmi invece, si spera di evitare il più possibile conseguenze che rendano inapplicabile il provvedimento.

Per quanto riguarda i soldi, che è l’argomento che più interessa all’opinione pubblica, il contributo di solidarietà dovrebbe consentire alla Camera dei deputati di risparmiare 2,5 milioni l’anno per un totale di 7,5 milioni nel triennio.

VITALIZI: BOCCIATA LA PROPOSTA DEL M5S

A causare l’ira funesta del vice presidente della Camera Luigi Di Maio e dei deputati del Movimento 5 Stelle è stata la bocciatura della proposta presentata dal partito di Beppe Grillo in base alla quale le pensioni dei parlamentari (e non i vitalizi degli ex, che la proposta non prendeva in considerazione) sarebbero dovute essere equiparate a quelle dei normali cittadini. Per farlo i pentastellati avevano promosso una delibera, vale a dire una modifica del regolamento, per la quale non sarebbe stato necessario alcun voto del Parlamento.

Nel dettaglio, il testo prevedeva di applicare ai parlamentari le regole della riforma Fornero, comprese quelle riguardanti i requisiti per l’accesso al trattamento previdenziale, quelli relativi ai contributi, all’età e al cumulo delle pensioni.

Il cambiamento però avrebbe riguardato solo i deputati attualmente in carica e quelli futuri. Perché nonostante i proclami e la propaganda, come detto in precedenza, la proposta pentastellata non avrebbe intaccato minimamente i 2.600 vitalizi a disposizione degli ex parlamentari, che per essere modificati necessitano di una legge apposita.

Una caratteristica confermata nel passato dallo stesso Di Maio che, sul Fatto Quotidiano, ha dichiarato: "Condividiamo la proposta del Fatto sui vitalizi (il giornale di Travaglio ha lanciato una petizione sulla questione, ndr.), ma non ci aspettiamo nulla da questo Parlamento. Chiediamo almeno per la XVII legislatura di equiparare le pensioni dei parlamentari a quelle dei cittadini. Siamo d’accordo sul ricalcolo con il sistema contributivo e sul fatto che sia necessario abolire i vitalizi, ma per ora possiamo solo pressare affinché venga approvata la nostra proposta. Poi, il resto lo faremo quando saremo al governo”. Una promessa elettorale, insomma.

Da sottolineare che per applicare la legge Fornero ai deputati ci sarebbe stato bisogno di ricongiungere le carriere, dato che i requisiti della riforma riguardano l’intera carriera lavorativa, facendo entrare in scena anche l’INPS che non è l’ente che si occupa dei “contributi dei Parlamentari”.

Dopo la bocciatura della proposta pentastellata, è scoppiato un putiferio, con tanto di cartelli, hashtag e tentativi di irruzione nella sala di presidenza. Il problema, secondo i 5 Stelle è che, nonostante le riforma, i parlamentari continuano a godere di un trattamento di favore (un “privilegio della kasta”, per intenderci) rispetto ai normali cittadini.

A questo punto sembra necessario spiegare il motivo per il quale quanto accaduto il 20 marzo supera anche i più bui limiti della propaganda.

In precedenza era stato anche Matteo Renzi a parlarne, chiedendo anche lui di andare ad elezioni anticipate per evitare che deputati e senatori maturassero il tanto odiato privilegio. Nulla di nuovo sotto il sole. Anche perché l’argomento vitalizi torna in auge tutte le volte che una legislatura traballa e che ci si avvicina al voto. Solo per fare un esempio, nel 2008 era stato Beppe Grillo a sostenere che il Governo Prodi sarebbe durato fino a quando i nostri rappresentanti avrebbero finalmente raggiunto il diritto alla pensione. I fatti lo smentirono, ma la tentazione di rispolverare un argomento caldo è stata troppo forte da un lato e dall’altro per non approfittarne.

Prima di scendere nei dettagli, sembra opportuno fare una precisazione. Potrà sembrare strano, ma i vitalizi non esistono più, da quasi sei anni tra l’altro. Ciò cui tutti i vari partiti politici fanno riferimento è il trattamento previdenziale garantito ai parlamentari nato proprio in seguito alla cancellazione stabilita nel 2011.

VITALIZI: COME FUNZIONAVA PRIMA?

Fino allo scorso 30 gennaio 2012, deputati e senatori eletti in Parlamento, oltre ad avere accesso ad indennità varie ed eventuali di cui abbiamo ampiamente parlato, avevano diritto, al termine della loro esperienza parlamentare, agli ormai celeberrimi vitalizi.

Funzionava pressapoco così: una volta abbandonati gli scranni parlamentari, a prescindere dagli anni di servizio effettuati e dall’età, i nostri rappresentanti potevano contare su cospicui assegni , il cui ammontare proveniva solo in parte da un prelievo sulle loro indennità. Nel corso degli anni, anche a causa dell’insofferenza da sempre manifestata dall’opinione pubblica, sono stati introdotti alcuni cambiamenti, come quello riguardante le soglie anagrafiche o come l’obbligo di aver completato almeno un mandato intero. Nel 1997, a livello esemplificativo, venne stabilito che il vitalizio non sarebbe stato disponibile prima dei 60 anni di età, per gli eletti a partire dal 2001. Chi invece era entrato in Parlamento prima, poteva percepirlo anche a 45-50 anni (cosa tra l’altro accaduta più volte).

Ma c’era anche un’altra caratteristica, non di poco conto, che contribuiva a gonfiare le tasche di chi, anche per caso, aveva occupato gli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama: il vitalizio era comulabile con qualsiasi altro reddito. Se dunque il parlamentare aveva svolto anche un altro lavoro per il quale aveva maturato il diritto alla pensione, i due assegni andavano a sommarsi.

Grazie ai vitalizi i nostri rappresentanti avevano dunque la possibilità di incassare un importo fino a 5 volte superiore ai contributi versati. In base ad un calcolo effettuato anni fa dal Corriere della Sera , cominciando a percepire il vitalizio a 65 anni, un parlamentare avrebbe ricevuto un assegno pari a 3.108 al mese. Immaginando che avesse riscosso questa cifra per 13 anni, avrebbe incassato il 533% di quanto versato in cinque anni al ritmo di 1.006 euro al mese.

VITALIZI: COME FUNZIONA OGGI

Vitalizi Confronto sul costo annuo delle baby pensioni, delle accise in arrivo (secondo indiscrezioni di stampa), dei vitalizi attuali dei parlamentari e la stima dei costi che potrebbero essere aboliti dalla proposta di Maio  IBTimes Italia/Giovanni De Mizio

Oggi non è più così. La normativa è stata cambiata nel 2012 con una delibera dell’Ufficio di presidenza della Camera (ma le regole valgono anche per il Senato) che stabilì, a decorrere dal 1°gennaio 2012, l’abolizione dei vecchi vitalizi, sostituendoli con una pensione, basata su un sistema di calcolo contributivo. Il che, tradotto in parole povere, significa che  l’ammontare dell’assegno è stato legato ai contributi versati, per un importo di gran lunga inferiore a quello precedente. Scendendo nel dettaglio, per ottenere la pensione i deputati versano un contributo pari all’8,8% dell’indennità lorda che, in soldoni, corrisponde a circa 918 euro al mese.

Le regole attuali prevedono che deputati, senatori e consiglieri regionali maturino il diritto alla pensione a 65 anni di età se nel corso della loro carriera hanno esercitato il mandato parlamentare per almeno 5 anni. Coloro che vengono eletti per la prima volta hanno accesso al trattamento solo se sono stati seduti in Parlamento per almeno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno dalla loro proclamazione. Per ogni anno di lavoro in più si ha diritto a maturare la pensione un anno prima, ma comunque l’assegno non può essere percepito prima dei 60 anni.

L’attuale normativa si applica ai parlamentari eletti per la prima volta alle politiche del 2013 (prime elezioni seguenti all’entrata in vigore delle nuove regole, avvenuta il 30 gennaio del 2012). Coloro che invece avevano terminato il mandato nelle legislature precedenti e sono stati rieletti sono soggetti ad un sistema pro-rata «determinato dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato alla data del 31 dicembre 2011 e di una quota corrispondente all’incremento contributivo riferito agli ulteriori anni di mandato parlamentare esercitato».

Ma ci sono anche altre novità rispetto al passato: in primis, l’assegno non è cumulabile con un altro reddito. Se il parlamentare viene rieletto al Parlamento, al Parlamento Europeo, in un consiglio regionale ecc., il pagamento dell’assegno viene interrotto. Inoltre, in base ad una delibera risalente al 7 maggio del 2015, i deputati condannati per reati gravi non ricevono più né i precedenti vitalizi né le attuali pensioni.

Applicando le suddette norme all’attuale legislatura, in base ai calcoli effettuati da Openpolis, ad oggi a Montecitorio e Palazzo Madama ci sono rispettivamente 403 deputati e 193 senatori al primo mandato, soggetti dunque ai nuovi criteri di calcolo. Il loro diritto alla pensione scatterà il prossimo 15 settembre, esattamente a 4 anni, 6 mesi e un giorno dalla loro proclamazione. Se si votasse prima di quella data, non percepirebbero nulla.

In base ai calcoli dunque, un parlamentare di 27 anni, eletto per la prima volta nel 2013, nel 2018, e dunque a fine legislatura, maturerà il diritto a ricevere il trattamento pensionistico dopo aver versato circa 48mila euro di contributi. L’assegno, compreso tra i 900 e i 970 euro, arriverà però solo quando avrà compiuto 65 anni (e dunque nel 2056). Con la normativa attuale dunque, parlare di “privilegio medievale” sembra un po’ propagandistico.

VITALIZI: QUANTO CI COSTANO?

A parlare dei costi è stato il presidente dell’INPS, Tito Boeri, che nel corso di un’audizione alla Camera dei deputati, tenutasi nel maggio del 2016, ha elencato numeri e cifre.

In base a quanto affermato, sarebbero 2.600 i vitalizi di ex parlamentari (quelli in vigore fino al 2011) in pagamento per una cifra che, nel 2016 ha raggiunto i 193 milioni di euro. «Si tratta di una sottostima», aggiunse all’epoca Boeri, perché nel calcolo non sono inclusi eventuali anni di mandato presso il Parlamento europeo o i Consigli regionali.

Da sottolineare che i 193 milioni si riferiscono ai soli vitalizi dei parlamentari, mentre tenendo conto di quelli garantiti agli ex consiglieri regionali, si arriva ad una spesa annua di 400 milioni di euro.