Vladimir Putin, il 2016 è tutto tuo (e forse lo sarà anche il 2017)

Putin, conferenza
Putin durante la conferenza di fine anno (2016) REUTERS/Sergei Karpukhin

Mentre il blocco occidentale continua a perdere pezzi e sembrano non esserci soluzioni valide per porre fine all’orrendo massacro siriano, la figura di Putin ne esce sempre più rafforzata, sia a livello internazionale che con gran parte dell’opinione pubblica. Da quando c’è stata l’annessione della Crimea alla Russia, i rapporti tra occidente e il Cremlino hanno raggiunto livelli da guerra fredda e i leader occidentali hanno iniziato a prendere le distanze da un uomo che fino a qualche tempo fa veniva considerato uno stretto alleato, sia per l’Europa che per gli Stati Uniti.

Putin ha dimostrato nel corso degli ultimi tre anni, ma in particolare nel 2016, di essere un abile stratega e di saper approfittare dei momenti di debolezza degli avversari, non solo usando la forza - come in Ucraina e in Siria - ma anche usando la diplomazia per rafforzare alcune alleanze strategiche, allontanandole magari da quelle dei suoi avversari (come per la Turchia).

Putin si merita a pieno il titolo di uomo più influente e aggressivo del 2016, anno in cui si sono poste le basi di un nuovo ordine geopolitico che lo vedrà nelle vesti di uno degli arbitri più importanti.

L’INTERVENTO IN SIRIA IN SOCCORSO DELL’ALLEATO ASSAD E LA MAGGIORE INFLUENZA IN MEDIO ORIENTE

Putin e Assad Putin e Assad durante un vertice a Mosca  Reuters/Alexei Druzhinin/RIA Novosti/Kremlin

Da quando la Russia ha messo piede in Siria la guerra civile è totalmente cambiata, e Putin è riuscito a salvare l’alleato Assad da una probabile capitolazione. I russi hanno portato equipaggiamenti più moderni, dotando le forze governative - che fino ad allora indossavano elmetti cinesi di tipo QGF-02 e fucili AK-47 - delle armi necessarie per potersi adattare al nemico e interrompere una strategia militare che, per quanto primitiva, stava dando parecchi grattacapi alle truppe di Assad. Mosca ha consegnato all’esercito di Assad visori notturni, giubbotti antiproiettile, lanciagranate AGS-17, fucili automatici. Oltre all’equipaggiamento viene ovviamente fornita assistenza strategica e di intelligence, dando inoltre supporto dall’alto con i bombardamenti aerei sulle aree interessate.

L’intervento della Russia in Siria ha insomma cambiato le carte in tavola del conflitto e prodotto almeno sei effetti a favore di Mosca: rafforzato la presenza strategica della Russia nell’area; salvato Assad dalla disfatta; ridotto i territori di ribelli e islamisti; aumentato le pressioni migratorie verso l’Unione europea; ridicolizzato le manovre strategiche degli Stati Uniti nel paese.

Il ritiro delle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan, unita ad una strategia in Siria troppo molle, ha permesso alla Russia di avanzare e accrescere la propria presenza nel Medio Oriente. Mosca viene sempre più vista dai paesi dell’area come l’attore principale con cui confrontarsi e dialogare, anche per poter risolvere le dispute che dividono diversi nemici storici. L’accordo sul nucleare iraniano non ha rotto molto gli attriti tra Teheran e Washington, mentre Israele e Arabia Saudita si sono sentiti un po’ traditi dalla politica statunitense. Mosca rimane invece per l’Iran un alleato molto forte, ha ribadito a Israele tutto il suo appoggio ed i bassi prezzi del petrolio hanno permesso di avvicinarsi anche a Ryad.

In questo momento in Medio Oriente è abbastanza chiaro che l’attore forte con cui dover fare i conti o su cui poter contare è la Russia, in attesa di capire come cambierà la strategia degli Stati Uniti in Siria, in Iraq e Afghanistan.

Ad ogni modo, la guerra civile in Siria non è ancora conclusa e non sembrano esserci le condizioni per poter arrivare ad una gestione politica tra le varie parti che si contendono il territorio. Questo nel lungo periodo potrebbe compromettere la strategia della Russia, che si ritroverebbe impantanata in un conflitto senza vie d’uscita (ricordiamo che l'unica plausibile per la Russia è la preservazione del regime di Assad, l'unico veramente in grado di tutelare a pieno gli interessi russi nell'area).

APPROFITTARE DEL MOMENTO DI DEBOLEZZA DELL’OCCIDENTE E AUMENTARE LA PROPRIA INFLUENZA (E IL CULTO DELLA PROPRIA IMMAGINE)

Il mito di Putin Magliette e souvenir del presidente Vladimir Putin in Moldavia   REUTERS/Gleb Garanich

Il mondo occidentale rappresentato da Unione europea e Stati Uniti ha dato evidenti segnali di crisi e il declino economico non ha fatto altro che rendere sempre più evidenti le debolezze di queste aree. L’Unione europea, in particolare, appare disunita e incapace di gestire le emergenze interne ed esterne, mentre gli Stati Uniti hanno perso la leadership internazionale che l'ha caratterizzata nei decenni passati e in campo militare sembra incapace di mettere in campo una strategia efficace che possa portare benefici alla nazione e ai territori stranieri in cui interviene.

Sono proprio gli errori di Stati Uniti e dell'Europa ad aver aperto varchi enormi all’avanzata della Russia, che non ha fatto altro che approfittare di queste falle per trarre un vantaggio militare-territoriale e continuare ad indebolire gli avversari.

L’Unione europea appare ancora debole a livello militare, mancando inoltre una vera istituzione capace di coordinare gli apparati di difesa dei vari Stati membri e quindi un corpo unico che possa guidare la politica militare dell’Unione secondo interessi e obiettivi condivisi. Qualcosa c’è ma è ancora allo stato embrionale. La cattiva gestione della crisi dei debiti sovrani ha ampliato le divisioni interne tra i vari paesi e acuito il malessere economico e sociale di larga fetta della popolazione (specie nei paesi dell’Europa meridionale). L’Unione ha inoltre dimostrato tutta la sua incapacità come blocco di saper gestire una crisi migratoria che, unita alle sofferenze economiche dei cittadini, ha finito per aprire un’autostrada ai movimenti populisti e di estrema destra. Nel bel mezzo di un processo che si sta rivelando più complicato del previsto, l'Unione non  sembra dunque avere la forza e l'organizzazione per poter gestire le sue crisi interne (figuriamoci se ha tempo per quelle esterne).

Putin è riuscito quindi ad approfittare del blackout europeo e annettere senza troppi problemi la Crimea al territorio russo. Da allora i rapporti con l’occidente si sono incrinati e le sanzioni volute da Europa e Stati Uniti hanno fatto molto male all’economia russa, ma evidentemente questo non è bastato a persuadere Putin dal fare qualche passo indietro e interrompere la sua politica di aggressione.

Lì dove Putin non può entrare con i carri armati e i kalashnikov ci arriva con la propaganda e gli attacchi informatici (a volte provati, altre solo presunti). Negli ultimi anni si è registrato un vero e proprio boom di giornali online che fanno capo al Cremlino e che hanno l’obiettivo di screditare la politica occidentale e esaltare la figura di Putin e della Russia. I movimenti populisti, poi, sono diventati veri e propri cavalli di troia che danno a Mosca la possibilità di scardinare dall’interno le democrazie occidentali, con l’Unione che corre il serio rischio di vedere andare in frantumi il progetto di integrazione per favorire una visione più nazionalista e isolazionista.

La debolezza europea sta inoltre favorendo l’allontanamento di diversi paesi dell’est europeo, che guardano al processo di integrazione con sempre più sospetto e diventano facile preda dell’oratoria nazionalista che volge invece lo sguardo a Mosca. Va inoltre tenuto in considerazione che i parametri da rispettare per poter entrare a far parte dell’Unione europea sono in alcuni casi molto stringenti, specie per paesi che - oltre ad avere un’economia molto debole - continuano ad avere problemi a far rispettare i diritti umani. Le elezioni in Moldavia di inizio novembre del candidato filorusso Igor Dodon sono un evidente segno di disaffezionamento nei confronti della politica europea. Segno analogo, nello stesso periodo, è stato dato anche dalla Bulgaria - già Stato membro -, dove ha vinto il candidato filo-russo Radev. È bene inoltre ricordare che anche un alleato Nato come la Turchia si è riavvicinato molto a Mosca, dopo la crisi diplomatica avuta a seguito dell'abbattimento del jet russo Su-24 ad opera di un F-16 turco, il 24 novembre 2015. Erdogan vede sempre più in salita l'entrata nell'Unione europea e vede nell'alleanza con la Russia e in altri paesi asiatici una valida alternativa.

Putin sta riuscendo quindi a sfruttare alcuni valori fondanti della democrazia - come la libertà di espressione - nel trasformarli in strumenti finalizzati ad accrescere la propria immagine e direzionare l’opinione pubblica verso correnti politiche maggiormenti allineate alle esigenze del Cremlino. E in tal senso l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti è stata la ciliegina sulla torta in un’annata in cui è soffiato tutto veramente per il verso giusto a Putin. Al di là delle speculazioni riguardo possibili interferenze del Cremlino nelle elezioni presidenziali statunitensi, un Trump alla Casa Bianca ridisegna completamente gli scenari geopolitici, lasciando il cosiddetto mondo libero senza un leader al comando. Una prospettiva che rischia di indebolire ulteriormente l’Unione europea, mentre Putin potrebbe avere dalla sua il jolly per ritirare le sanzioni contro la Russia e aumentare la pressione nei confronti dell’Ucraina e di altri paesi dell’est europeo.

In generale possiamo ben dire che il presidente russo Vladimir Putin quest’anno avrà molto da festeggiare e certamente si augurerà che il 2017 possa essere altrettanto positivo.