Voucher, ovvero: di come il PD e il Governo hanno evitato il referendum facendo una figuraccia epica

Matteo Renzi all'assemblea nazionale del PD
Matteo Renzi Remo Casilli/REUTERS

Quella che negli ultimi mesi era stata descritta come una battaglia campale si è trasformata in una resa totale, senza condizioni né tantomeno tentativi di negoziare un accordo che avrebbe consentito di salvare una normativa che, se ben regolamentata, avrebbe potuto avere degli effetti positivi, seppur limitati, sul mercato del lavoro. E invece l’ostacolo non è stato solo aggirato, è stato completamente rimosso: i voucher sono stati aboliti, la responsabilità solidale è stata resuscitata e la CGIL, dopo anni di sconfitte sonanti, in meno di 24 ore torna ad essere uno dei poteri forti di questo Paese, in grado di tenere sotto scacco la maggioranza e il Governo.

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Il tutto è accaduto allo scopo di scongiurare il via libera da parte della Corte di Cassazione ad un referendum che avrebbe potuto avere ripercussioni politiche indesiderate da chi ieri si era buttato a capofitto su un’altra consultazione referendaria, quella sulla riforma costituzionale, uscendone con le ossa rotte. Alla luce di quanto accaduto è bene ritirare anche le critiche fatte a Matteo Renzi nel periodo post-referendario. Non è vero che l’ex Premier non ha riflettuto a dovere sulla sconfitta del 4 dicembre. Anzi, l’ha analizzata talmente a fondo da aver voluto a tutti i costi evitare che il prossimo 28 maggio si verificasse uno scenario simile (se non identico) a quello vissuto tre mesi e mezzo fa. Semplicemente, in virtù delle valutazioni effettuate, politicamente non ne valeva la pena.

Anziché tentare di far capire, a suon di dati concreti, all’opinione pubblica che si trattava di una guerra pretestuosa volta ad indebolire Esecutivo e partito in vista delle prossime elezioni si è preferito compiere un passo indietro di trent’anni, riconsegnando il principale partito della sinistra italiana nelle mani del sindacato e palesando agli occhi di tutti una realtà che fino a poche ore prima veniva negata con forza: siamo nelle mani di un Governo senza poteri, preda delle beghe politiche e che in base alle pressioni derivanti dalle varie forze politiche si adegua sul da farsi, in barba a quanto previsto dal programma elettorale che, a livello teorico, legittimerebbe la sua presenza a Palazzo Chigi.

La decisione presa sui voucher rappresenta l’ennesimo boomerang: si è scelto di perdere consensi e faccia oggi, anziché rischiare di farlo domani, quando le elezioni potrebbero essere più vicine e le ripercussioni ancora più pesanti. Il risultato è pressapoco lo stesso, ma si è preferito contare sulla scarsa memoria politica degli italiani concedendosi più tempo per riguadagnare il terreno perduto.

Non solo, perché la scelta di abolire i buoni lavoro per direttissima, tramite decreto addirittura, mostra anche la totale mancanza di una strategia politica all’interno di un partito che, tra sei mesi o tra un anno, si presenterà davanti agli elettori per chiedere loro, ancora una volta, la possibilità di rappresentarli. Che cos’è il PD? E chi è Matteo Renzi? È il politico che due anni e mezzo anni fa, in piena bagarre su Jobs Act e legge di Stabilità, dichiarava “il governo deve parlare con i sindacati e lo deve ascoltare, ma è arrivato il momento che ognuno faccia il suo mestiere. Le leggi non si scrivono con i sindacati ma in Parlamento. Nessuno può pensare di trattare sulla legge di stabilità. Si tratta in Parlamento”. E ancora: “Se i sindacalisti vogliono trattare si facciano eleggere, ce ne sono già, si troverebbero a loro agio”. Oppure è quello che preferisce arrendersi su tutta la linea sacrificando i voucher pur di evitare il referendum? Delle due ne scelga una, perché la totale mancanza di vie di mezzo comincia a diventare una pecca politica importante.

Tanto più che le argomentazioni, stavolta, c’erano. Qualche esempio? I voucher non sono nati in seguito al jobs Act, che ha solo apportato modifiche minori, ma al contrario sono legati a doppio filo ai precedenti governi di centrosinistra, i cui principali esponenti oggi li hanno trasformati nel male supremo.

Ma c’è un’altra cosa su cui sia il Partito Democratico che il Governo Gentiloni hanno ragione: non ne valeva la pena. Ma non dal punto di vista politico, bensì da quello occupazionale. Coloro che hanno trasformato i voucher in una battaglia campale (cosa avvenuta solo dopo la bocciatura da parte della Consulta del quesito sul reintegro dell’articolo 18, che poi era la vera partita in gioco) hanno sempre taciuto sui dati, o almeno su quelli più scomodi alla causa e che ben esemplificano la reale dimensione del fenomeno. Perché nonostante l’incremento da record registrato nel 2015 e nel 2016, stiamo parlando di uno strumento che ha inciso per lo 0,9% del monte delle ore lavorate. E ancora: il 50% dei percettori di voucher, nel 2015, ha riscosso meno di 29 buoni, vale a dire una somma pari o inferiore a circa 217 euro, mentre solo il 2,2% ha superato i 2.250 euro (il tetto è a 7mila, lo ricordiamo). L’elenco è lungo e sebbene sia vero che l’obiettivo per il quale erano stati creati, vale a dire far emergere il lavoro nero, non è stato neanche lontanamente raggiunto, forse sarebbe stato più opportuno regolamentare al fine di raggiungere lo scopo e non cancellare con un colpo di spugna. Perché il problema non è e non è mai stato lo strumento in sé, ma il suo utilizzo distorto. 

Perché non cercare di spiegare la realtà all’opinione pubblica anziché arrendersi senza colpo ferire?

Ma a preoccupare non è solo la totale assenza di un qualsiasi tipo di linearità politica o di progetto occupazionale nel PD, ma anche i margini d’azione che il Governo in carica può concedersi. Se le aspettative verranno rispettate , l’Esecutivo Gentiloni avrà questioni ben più grandi da gestire nei prossimi mesi: dal Def, alla manovra correttiva pretesa dall’Ue fino alla prossima legge di Bilancio. Se il metro di misura sarà lo stesso, le prospettive non sono per nulla incoraggianti, a prescindere dalle rassicurazioni sulle altre riforme arrivate da Palazzo Chigi. Anche perché le pressioni saranno ancora più pesanti e arriveranno da qualsiasi fronte politico, cominciando dal nuovo partito degli scissionisti e proseguendo con il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord, ecc.

Da mesi ci sentiamo ripetere che questo Governo non intende tirare a campare fino alle elezioni, ma vuole governare veramente. I voucher rappresentavano un passaggio simbolico e il fallimento è stato totale.