Yellen, QE e Tesoro – di Gianmarco Mensi

di 12.07.2017 17:26 CEST

Davanti al Congresso, dopo un discorso interpretato dai mercati come molto conciliante per via dell’accento sull’inflazione ancora sotto al 2%, Janet Yellen ha affrontato uno sbarramento di domande sulla riduzione dei titoli in portafoglio. Lo stock, che supera i 4.5 trilioni e mezzo di dollari e rappresenta circa il 25% del PIL USA, inizierà a scendere con un graduale stop al reinvestimento delle obbligazioni in scadenza, lasciando ai tassi a breve il compito di guidare la politica monetaria.
Questo secondo i piani. In pratica, data l’assoluta novità della situazione in cui FED e tutte le altre banche centrali dei paesi sviluppati si trovano, allo stato attuale è solo una supposizione a cui ai mercati conviene credere.
La FED spera che la gradualità della diminuzione del proprio bilancio ne attenui gli effetti restrittivi, ma la risposta dei mercati rimane una grande incognita e la BCE, che si appresta a ridurre il proprio quantitative easing, è parte in causa nel processo di normalizzazione delle politiche monetarie nei paesi sviluppati. Per ora il rialzo dei tassi a lungo termine sperimentato recentemente sia nell’area dollaro che nell’eurozona non preoccupa, ma un’eventuale accelerazione potrebbe mettere in crisi l’intero sistema, a partire dai debitori che hanno più da perdere, come l’Italia. Fino ad oggi la Banca d’Italia ha comprato nell’ambito del QE europeo l’equivalente di quasi un anno di emissioni di titoli di stato, assorbendo BTP con una scadenza media di circa 8 anni e mezzo. Ovvio che questo costante flusso di acquisti ha calmierato il rendimento dei titoli a più lunga durata: quando il QE finirà, spetterà interamente al mercato determinare il tasso a cui il Tesoro potrà finanziarsi sulle scadenze più impegnative, ovvero quelle superiori ai 7 anni scarsi di vita media del debito pubblico, che purtroppo è rimasta sostanzialmente invariata rispetto al 2015.