Zimbabwe, 175000000000000000 di dollari per 5 dollari USA. Ecco come muore una moneta (e prova a rinascere un Paese)

Zimbabwe
Un uomo mostra una banconota da 100 milioni di dollari zimbabwesi REUTERS/Philimon Bulawayo

Il governo dello Zimbabwe ha stabilito che dalla prossima settimana inizierà la “demonetizzazione” del dollaro dello Zimbabwe: dal 15 giugno fino a tutto settembre i possessori potranno cambiare la propria valuta in dollari statunitensi a tassi di cambio “interessanti”.

L’”interesse” è dato dal numero degli zeri coinvolti: ogni conto corrente di importo compreso fra 175 000 000 000 000 000 (175 milioni di miliardi) di dollari dello Zimbabwe sarà convertito in 5 dollari USA.

Per quanto riguarda le banconote il tasso di cambio sarà differente: per quelle emesse nel 2008 il cambio sarà di 250 mila miliardi di dollari dello Zimbabwe per un dollaro USA, mentre per la serie dell’anno successivo il tasso sarà di 250 per un dollaro statunitense.

Lo Zimbabwe punta così a chiudere una (piccola) parte drammatica della propria storia economica: il Paese, uno dei più solidi dell’Africa subsahariana fin dopo l’indipendenza del 1980, sprofondò in una spirale iperinflazionistica a partire dalla fine degli anni Novanta, a seguito di una grave crisi economica (e poi umanitaria) innescata dalla confisca delle terre dei bianchi nell’ambito di una riforma agraria.

Negli anni Ottanta le terre venivano vendute fra compratori e venditori consenzienti con sussidi forniti dal Regno Unito, per favorire una lenta transizione ed evitare scontri fra le etnie. Tuttavia negli anni Novanta il fondo messo a disposizione da Margaret Thatcher a tale scopo si esaurì e Tony Blair lo chiuse prima che fosse conclusa la riforma agraria. In risposta, il governo decise la redistribuzione forzata e senza compensazione delle terre alla popolazione nera.

Questo, tuttavia, avvenne troppo in fretta: la popolazione nera non aveva sufficiente esperienza in campo agricolo, e di conseguenza la produzione alimentare crollò, trascinando con sé il resto dell’economia locale, con la disoccupazione che esplose all’80%. A ciò si aggiunsero le sanzioni statunitensi ed europee per via della repressione politica acontro i suoi oppositori, sanzioni che isolarono il dittatore Robert Mugabe a livello internazionale.

Per rispondere all’ovvia carenza di denaro, Mugabe decise di stampare i soldi di cui aveva bisogno per rimanere a galla: come altrettanto ovvia conseguenza l’inflazione cominciò a schizzare verso l’alto man mano che veniva prodotta nuova carta moneta, che diventava rapidamente carta straccia.

Nel 2008 l’inflazione raggiunse il 231000000% (231 milioni per cento), secondo l’ultima stima ufficiale, relativa a luglio: a novembre altre stime avevano aggiunto molti altri zeri alla statistica (500 miliardi per cento, dice Bloomberg), in concerto con gli zeri che venivano aggiunti alle banconote fresce di stampa che avrebbero dovuto finanziare le infrastrutture e le riforme di Mugabe.

Nel febbraio 2009 il governo decise di stampare una nuova serie di banconote, togliendo 12 zeri a quelle dell’emissione precedente, ma nel frattempo l’economia reale era già abbondantemente passata ad altre monete più stabili, come il rand sudafricano, la pula del Botswana e soprattutto il dollaro statunitense. Ad aprile il governo si arrese, smettendo di stampare banconote, rinunciando a tempo indefinito ad avere una propria moneta, che morirà a partire dalla prossima settimana, quando il dollaro dello Zimbabwe verrà ufficialmente ritirato.

Dopo gli anni della crisi un governo di coalizione è riuscito a domare l’inflazione grazie alla sostanziale dollarizzazione del Paese (a giugno il tasso di crescita dei prezzi è stato -2,7%) e si è conclusa una recessione durata dieci anni.

Ovviamente resta ancora molto da fare: Mugabe continua ad avere il Paese in pugno, con tutto il carico di sanzioni che ne comporta, e serviranno profonde riforme nel sistema finanziario per stabilizzare del tutto l’economia e attrarre capitali stranieri in un Paese che, nel 2013, si ritrovò in cassa appena 217 dollari. Anche una delle ricchezze del Paese, il settore minerario, necessiterà di una profonda pulizia della radicata corruzione.

Per fare ciò sarà necessario che il governo riesca a dare garanzie a questi capitali che potrebbero entrare in Zimbabwe, ma il processo sarà ancora lungo: la nuova Costituzione, approvata nel 2013, impiegherà altri otto anni per diventare pienamente operativa. Mugabe non sembra avere particolarmente fretta di lasciare il potere, rischiando così di prolungare l'agonia dei cittadini ancora a lungo.